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TANTI, TROPPI ENKE!

Posted by ladycalcio su mercoledì, novembre 18, 2009

La Germania non vedeva una cerimonia d’addio così imponente dalla scomparsa di Konrad Adenauer (nel  1967):  45 mila persone hanno gremito domenica mattina l’AWD-Arena per dare l’ultimo saluto al portiere dell‘Hannover 69 Robert Enke, suicidatosi martedì scorso gettandosi sotto un treno. Maxischermi fuori dallo stadio, diretta radiofonica e televisiva , campo di gioco e spalti trasformati in un’insolita “chiesa”, dove condividere dolore e cordoglio. Il tutto, calato in un  silenzio irreale .

Il primo canale nazionale ARD apre la diretta  con l’immagine della bara in legno d’abete collocata nel cerchio di centrocampo, sovrastata da un cuscino di rose bianche. La cerimonia è dimessa, il dolore composto. Sono presenti la Nazionale tedesca e l’Hannover 96 al completo, oltre a innumerevoli giocatori, tecnici e dirigenti del calcio tedesco. “Rooobert Enke”! Il grido dei tifosi rompe per un attimo il silenzio. La regia zooma dalla porta desolatamente vuota al feretro coperto di rose. I nazionali Michael Ballack e Per Mertesacker, grande  amico di Enke, attraversano il campo e vi depongono davanti una corona di fiori.

Prende la parola Padre Heinrich Plochg, sacerdote cattolico amico della famiglia Enke, che la domenica prima aveva assistito all’incontro di Bundesliga Hannover 96-Amburgo (2-2) da dietro la porta di Robert. Canti e musiche si alternano agli interventi di personaggi sportivi e autorità: dal presidente dell’Hannover 96 Martin Kind al presidente della Federcalcio tedesca Theo Zwanziger; a seguire, il sindaco della città Stephan Weil e tanti altri. Nello stadio echeggia l’inno sociale “’96 Alte Liebe” (’96 Vecchio Amore”). La squadra sfila per l’ultima volta sul terreno di gioco davanti al proprio capitano. Poco dopo mezzogiorno, alcuni compagni trasportano la bara fuori  dal campo.

Il calcio tedesco riparte dalle parole scelte da Teresa Enke, moglie del calciatore scomparso, per la partecipazione di morte. “La speranza non è la convinzione che qualcosa possa andare bene, bensì la certezza che questo qualcosa abbia un senso, indipendentemente da come finisce

È tempo di analisi, confronti  e proposte. Tema dominante dei dibattiti è la depressione, fino a ieri argomento tabù fra gli atleti di spicco per la paura di “perdere tutto”. Ma rotto il tabù, di giorno in giorno emergono nuove confessioni. Ieri è stata la volta dell’”ex” Michael Sternkopf, che durante la sua militanza nel Bayern avrebbe fatto uso di psicofarmaci pesanti ad insaputa della Società. Si va alla ricerca delle cause. Sotto accusa l’immagine da “macho” del campione, visto come gladiatore invincibile e invulnerabile che non può concedersi debolezze. Urge dunque una maturazione dell’atleta e della sua immagine. C’è chi propone l’inserimento di uno psicologo nello staff tecnico di tutte le squadre, o ancor meglio, per evitare “fughe” di delicate notizie, il ricorso tempestivo (ai primi sintomi della malattia) a specialisti fuori dall’ambiente calcistico, garanti della massima riservatezza in quanto vincolati al segreto professionale.

Lunedì  ha parlato Hanno Balitsch, giocatore dell’Hannover 69, che ha rivelato di essere stato a conoscenza dei problemi di Enke, che si sarebbe confidato con lui e con due fisioterapisti.  Nel frattempo, è emerso che la forma virale ufficialmente sofferta dal portiere la scorsa estate, alla quale era stato attribuito il riacutizzarsi della depressione, altro non era che un paravento per giustificarne l’assenza dai campi (e sulla frattura dello scafoide dell’anno precedente vogliamo mettere la mano sul fuoco?).

Intanto,  si scopre che in Germania, dove le persone che si tolgono la vita superano i morti per incidenti stradali, i suicidi alla Enke sono diventati l’incubo dei macchinisti. Senza bisogno di scomodare il calcio e i calciatori. D’improvviso, la depressione sembra essere diventata più diffusa e contagiosa del virus A. Giustissimo parlare della malattia e sfatarne il tabù, illustrando tutti i possibili rimedi. Ma a  scanso di pericolose emulazioni, prendiamo le distanze da certi concetti distorti e fuorvianti espressi  in questi giorni, del tipo:  “Se Enke fosse stato convocato in Nazionale, non sarebbe successo nulla, perché martedì sera sarebbe stato in raduno”, così come dagli striscioni: “Muoiono sempre i migliori” e “Gli eroi non si dimenticano”. Bild.de corregge il tiro e parla dell’ “ultimo saluto ad un uomo che non aveva più la forza per essere un eroe”.

Ora: a questo ragazzo vanno tutto il nostro affetto e tutta la pietà umana che suscitano la sua sofferenza e  malattia. Non giudichiamolo, ma non facciamone un  eroe.  Soprattutto, guardiamoci dall’idealizzare il suo  gesto folle, tanto più a rischio di emulazione in quanto plateale. Noto inoltre una pericolosa confusione di termini: con grande leggerezza ho sentito mettere sullo stesso piano la malattia di Enke e il buio della ragione legato al vizio della droga e dell’alcool, per non parlare di altri aspetti scottanti su cui si preferisce tacere: gli effetti collaterali del doping sul sistema nervoso degli atleti, la fragilità caratteriale dei giovani d’oggi, il vuoto di valori figlio del benessere…  Apriamo il giornale e leggiamo del giovane che si è tolto la vita dopo una lite con la fidanzata, dello studente che si è appeso al lampadario dopo aver preso quattro a scuola… saremmo già finiti tutti sotto il treno!

Istruire l’opinione pubblica sulla malattia è OK, ma ricondurre ad essa ogni comportamento inconsulto significa spalancare le porte ad una schiera sempre più fitta di pseudodepressi. I luminari della psichiatria dovrebbero inoltre spiegarmi perché la depressione non falcidiasse milioni (!!!) di persone durante la Seconda Guerra Mondiale, fra lutti, mutilazioni e distruzione… quando, da un  momento all’altro, una bomba poteva portarti via la casa e la famiglia…. Vogliamo rifletterci sopra? O forse l’equivoco è legato al nome della patologia, che tende a confondere l’umore depresso con la malattia mentale?

E mentre i giornali ci propongono Adriano come il primo “Enke mancato” del nostro campionato,  prendiamo le distanze da stili di vita non esattamente raccomandabili  per reagire a lutti e catastrofi e orientiamoci verso gli esempi positivi.  Ricordate come prendeva il calcio Bruce Grobbelaar, il leggendario portiere del Liverpool negli anni ’80? Come un gioco: dopo aver combattuto la guerra civile di Rhodesia, affermava di essere “vaccinato” contro tutto…

La testimonianza che più mi ha colpito è stata quella dell’attore tedesco Michael Jäger, intervenuto ad un dibattito TV su DSF. Sofferente di depressione poiché segnato dal suicidio del patrigno, avvenuto quando lui aveva solo 4 anni, nel 2004 decise di suicidarsi buttandosi da un ponte. Prima di gettarsi nel vuoto, si concesse le ultime sigarette. Mentre fumava quella dedicata ai suoi 3 figli, gli balenò nella mente un pensiero di salvezza: se si fosse buttato, avrebbe innescato un circolo vizioso di morte: fra 30 anni, traumatizzati dal suo gesto, i suoi bambini avrebbero vissuto un’identica crisi, e forse, si sarebbero tolti a loro volta la vita. Ebbe la forza di tornare indietro, Jäger: si fece ricoverare e curare ed oggi è un esempio di vita e non di morte.

Dal prossimo post, Calcio e Parole tornerà ad occuparsi di temi  più “leggeri”, di argomento prettamente sportivo.  Prima, tuttavia, mi sembrava d’obbligo fermarmi a riflettere.

Nel piccolo cimitero di Neustadt, la croce bianca circondata di fiori con incisi i nomi di Lara e Robert Enke sembrerebbe evocare la pace. Tuttavia, le immagini tragiche di questi giorni mi hanno insinuato dubbi e interrogativi: in qualsiasi dimensione ci si trovi, com’è possibile sentirsi in pace dopo aver commesso un gesto che  ha seminato la disperazione? Immagino l’Enke buono e sensibile, ormai liberato dalla malattia e in grado di leggere negli animi, osservare lo strazio di sua moglie, la figlioletta da poco adottata che crescerà senza aver conosciuto due padri, il dolore dei tifosi, lo sgomento dei compagni, lo smarrimento dei ragazzini per cui era stato un modello, delle persone per cui era un punto di riferimento … Pensate poi per un attimo se un compagno, uno dei macchinisti (o dei passeggeri ) del treno  già fosse stato affetto da  depressione grave… immaginate ora il suo stato?

ARD chiude la diretta con le immagini del carro funebre di Enke che si allontana dall’AWD-Arena, mentre i tabelloni luminosi all’interno dello stadio lo mostrano per l’ultima volta in azione sulle note di  “You’ll Never Walk Alone”.

Ma al di là dell’impatto emotivo,  sono fermamente convinta  che tutti, al termine del nostro cammino terreno, nel momento più importante ci ritroveremo soli, a render conto al Creatore di come abbiamo messo a frutto i talenti che Lui ci ha elargito sotto forma di vita, ricchezze materiali o spirituali, di cosa abbiamo fatto dei  doni che avremmo dovuto condividere con gli altri. Non giudico nessuno, mi ci metto io per prima.

Non vorrei mai trovarmi a dover rispondere: “Signore, li ho fatti a pezzi sotto le ruote del treno”.

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