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QUANTI ENKE NEL CALCIO ITALIANO?

Posted by ladycalcio su sabato, novembre 26, 2011

A due anni e pochi giorni dalla tragica morte del portiere tedesco Robert Enke, gettatosi sotto un treno in preda alla depressione, il tentato suicidio dell’arbitro Babak Rafati ha nuovamente scosso la Germania e riportato d’attualità lo spinoso tema della depressione e dei disturbi psichici nascosti fra i calciatori e gli addetti ai lavori del calcio. In terra tedesca, dove i casi sembrano moltiplicarsi, se n’è parlato tanto. In Italia, l’argomento rimane tabù. Perché?

Un male molto diffuso fra gli sportivi di vertice

Ciò che della tragica fine di Enke più sconvolse l’opinione pubblica tedesca, fu il crollo del mito del campione indistruttibile, del gladiatore invulnerabile dentro e fuori le arene, del semidio al di sopra di tutti i mali che affliggono i comuni mortali. Si capì che le cose stanno esattamente all’opposto. Non soltanto i casi di depressione e malattie mentali si stanno moltiplicando proprio fra gli dei del calcio, ma sono proprio questi ultimi che, quando sentono la necessità di curarsi, si trovano maggiormente in difficoltà. Più che mai, se la loro faccia viene riconosciuta in tutto il mondo.

Lo sport d’élite, infatti, non lascia spazio a debolezze di alcun genere, poiché queste rischierebbero di distruggere l’immagine di “duri” dei campioni. Il proposito della Fondazione Enke, istituita da Teresa Enke, vedova del giocatore, è appunto quello  di scardinare il tabù delle patologie psichiatriche laddove sono maggiormente stigmatizzate: nel mondo del calcio e dello sport di vertice, oggetti di un importante progetto di psichiatria da parte della Fondazione e dei suoi partner.

Infatti, se Mario Rossi operaio alla catena di montaggio o cassiere al supermercato può tranquillamente concedersi qualche mesetto di malattia rimanendo nell’anonimato….

… proseguo citando  dal Sito Ufficiale della Fondazione: “I calciatori e gli allenatori famosi non hanno questa opportunità. Si trovano costantemente sotto la lente d’ingrandimento. Sparire dall’ambiente per sottoporsi a terapia, darebbe nell’occhio. Il calcio impone particolari condizioni, che non agevolano per nulla la guarigione”. Senza contare il rischio di perdere la stima dei propri tifosi,  il posto in squadra e i lauti contratti con gli sponsor.

Continua il Sito della Fondazione Enke: “L’ansia da prestazione attanaglia ogni sport. Spesso, la selezione (letteralmente: la lotta per scalzarsi a vicenda) inizia dal proprio spogliatoio. Chi gioca, e chi, invece, è soltanto una riserva? E tutto questo, sotto la luce dei riflettori. Non tutti hanno la stessa capacità di resistere a questa pressione”. “Ecco allora i dubbi, la mancanza di autostima e la paura di fallire.” E le facciate di bugie costruite per nasconderli.

Deisler infranse il tabù

Sembrò trattarsi di un caso isolato quando, nell’autunno 2003, l’allora centrocampista del Bayern e della Nazionale Tedesca Sebastian Deisler confessò pubblicamente di soffrire di depressione e interruppe l’attività agonistica per farsi ricoverare al Charité di Berlino. Deisler, complici ripetuti infortuni al ginocchio, terminò precocemente la carriera nel 2007, a soli 27 anni.

Due anni dopo soltanto, il calcio venne scosso dal suicidio di Enke, seguito a ruota da due inquietanti confessioni pubbliche: quelle di Andreas Biermann, difensore del St. Pauli (che ammise di aver cercato di togliersi la vita) e di Stefan Schumann, centrocampista del FSV Zwickau (militante in 5^ divisione) che aveva a sua volta tentato il suicidio ingerendo un cocktail di farmaci.

Desideriamo risparmiarci di dover costruire una facciata di bugie per nascondere il mio reale stato di salute”, dichiarò fra l’altro Biermann. Impresa peraltro ardua, dato che la durata non preventivabile dei trattamenti psichiatrici, solitamente lunga, difficilmente può essere camuffata dietro a una lesione muscolare o a un  intervento chirurgico che giustifichino l’assenza prolungata dai campi di gioco e dalla vita di squadra.

INVERSIONE DI TENDENZA

Dopo due anni, il lavoro di informazione e di sensibilizzazione della mentalità da parte della Fondazione Enke sembra portare i primi frutti, se è vero che  giocatori quali Markus Miller, Martin Fenin, Paolo Guerrero e persino un allenatore di successo quale Ralf Rangnick, hanno ammesso di soffrire di problemi psicologici. Eccoli, in dettaglio.

Markus Miller: nuovo choc per l’Hannover

Lo scorso settembre, anche il 29enne Markus Miller, da un anno secondo portiere dell’Hannover 69, dopo aver annunciato di necessitare di cure mediche per una “sindrome da burnout.”, è rimasto ricoverato per 3 mesi in un centro specializzato.
Da un po’ di tempo ho sempre più l’impressione di non essere utile alla squadra e di non concludere nulla di essenziale”, aveva dichiarato. “In questo senso, sento crescere dentro di me una pressione e una tensione sempre più grandi, che hanno cominciato a bloccarmi”.

MARTIN FENIN chiede uno stacco dal calcio

Necessito di uno stacco dal calcio durante cui sottopormi a cure mediche intensive per poter tornare in campo sano e al mio miglior livello”.

È del mese scorso il caso di Martin Fenin, 24enne attaccante dell’Energie Cottbus, il club di seconda divisione a cui era giunto la scorsa estate proveniente dal retrocesso Eintracht Frankfurt.

Sofferente di depressione, constatata l’inefficacia delle sole cure farmacologiche e caduto nell’assuefazione ai farmaci, Fenin ha pregato il suo club di rendere pubblici i problemi psichici che lo affliggono, allo scopo di poter godere di un adeguato intervallo dall’attività agonistica durante il quale effettuare un trattamento neurologico “Ho constatato di non essere più in grado di gestire da solo la mia malattia. La rassegnazione, la sensazione di solitudine e gli attacchi di depressione mi accompagnano già da parecchi mesi”, si legge nel comunicato ufficiale della Società.

PAOLO GUERRERO e la finta “paura dell’aereo”

In un’intervista a una TV peruviana, anche l’attaccante dell’Amburgo Paolo Guerrero, ex-Bayern Monaco,  ha ammesso di essere caduto vittima di una grave depressione innescata dall’infortunio al crociato rimediato in Nazionale nel settembre 2009 durante l’incontro di qualificazione ai Mondiali 2010 contro il Venezuela .

Le sue parole sono state riprese dalla Bild-Zeitung: “È stato per me un periodo spaventoso, il più brutto della mia vita. Ero frustrato e depresso“. Al punto di non riuscire nemmeno più ad imbarcarsi sul volo di ritorno per la Germania. Ufficialmente, per la “paura dell’aereo”.

RALF RANGNICK: “Non sono più in grado di guidare la squadra”

La malattia non risparmia neppure gli allenatori di successo, come dimostra il recente caso del tecnico-rivelazione Ralf Rangnick, dimissionario dallo Schalke 04 lo scorso settembre. Il 53enne – così è stato annunciato – non era più in grado di guidare la squadra che aveva condotto alle semifinali di Champions League e alla conquista della Coppa di Germania, poiché affetto da un grave esaurimento. Un caso eclatante nel calcio tedesco, dove nessuno avrebbe mai sospettato che un allenatore giovane e promettente come Rangnick, in grado di portare l’Hoffenheim dalla Regionalliga Süd (terza divisione) alla prima divisione nel giro di sole due stagioni (2006/07 e 2007/  08 potesse essere vittima di un burnout.

Secondo Ulf Baranowsky, ex- amministratore delegato del VDV (il sindacato tedesco calciatori, ndr),  in tutte le squadre tedesche ci sarebbero giocatori bisognosi d’aiuto, 100 dei quali sarebbero ad elevato rischio.

Quanto alle stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, esse prevedono che, nel 2020, la depressione sarà al 2° posto fra le malattie più diffuse al mondo, preceduta soltanto dai disturbi cardiovascolari.

E in Italia?

Il caso di Agostino di Bartolomei è da tempo finito nel dimenticatoio dei mass media.

Il centrocampista giallorosso si suicidò con un colpo di pistola al petto il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla sconfitta della Roma contro il Liverpool nella Finale di Coppa Campioni 1984, lasciando scritto di sentirsi “chiuso in un buco” dal mondo del calcio.

Tra gli idoli del calcio italiano dei nostri giorni, soltanto Gigi Buffon ha confessato, nella sua autobiografia, di aver sofferto di depressione. Ritengo per contro “di comodo” i casi del re delle discoteche  Adriano e di Christian Vieri, “controllato” dal suo Presidente.

In Italia, sopravvive tuttora il falso mito infrantosi in Germania con la morte di Enke: quello del gladiatore invulnerabile tutto vittorie, onori, gloria, soldi, salute e donne. Con il mondo ai suoi piedi e, troppo spesso, con il denaro e il successo come valori.

Spenti i riflettori, quanti coltelli!  Quante spietate lotte di potere fra le quattro mura degli spogliatoi! Quanta povertà interiore. Quanti malesseri. Quanto imbarazzo. Quante umiliazioni, insicurezze, crisi, angosce, debolezze, paure. Quante facciate di bugie per nasconderle. Persino a se stessi.

Trenitalia faccia gli scongiuri.

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