CALCIO E PAROLE

By "Ladycalcio". Il blog più censurato e più temuto dagli addetti ai lavori

Milan-Bayern: quello che i giornalisti non dicono (non sanno o non vedono) 23/4/2007

Rcordate lo slogan dei Mondiali tedeschi 2006? “Il Mondo ospite da amici”. Ma come si comportano gli “amici” a casa nostra?

 

Milano, lunedì 2 aprile, ore 13.00. Mi trovo nel lussuoso albergo in zona San Siro che ospiterà il Bayern Monaco, avversario del Milan ai quarti di Champions League. La conferenza stampa pre-partita dei tedeschi slitta di oltre un’ora per un ritardo del volo da Monaco. La fame si fa sentire, ma che importa? Siamo pronti a nutrirci di ogni parola che esce dalla bocca degli eroi della pedata. Riconosco l’alto papavero di un’importante TV tedesca e gli domando se, come è consuetudine fra colleghi, può farmi avere la registrazione di un suo special calcistico che ho perso per un blackout e che mi servirebbe per lavoro. “La nostra rete vende!”, è la risposta. Ma ecco il pullman della squadra. I giocatori scendono e si dileguano alla velocità della luce, per il sacro timore di dover rilasciare un autografo o una battuta al volo. Con nostalgia ricordo i loro colleghi del passato indugiare tranquillamente nell’atrio, felici e un po’ sorpresi che mi interessassi a loro: Del’Haye, Junghans, Reuter, Weiner, tanto per fare qualche nome. Ma ormai, è come rimpiangere la fattoria del Mulino Bianco.

 

Idem dopo la conferenza stampa, recitata con sorrisi e allegri scambi di battute in un tempo severamente prestabilito. Spente le telecamere, i giocatori si fiondano come pallottole di fucile verso l’ascensore dell’albergo. Due soltanto i mezzi per bloccarli: un tempo sotto i 10” sui 100 m piani o il placcaggio da rugby.

 

Un malvezzo della Società: prima della Finale di Champions League del 2001, Bixente Lizarazu e Stefan Effenberg (una delle star più cortesi e disponibili mai incontrate), vennero circondati dagli addetti del Bayern alla stregua di galeotti e trascinati fuori dalla sala.

 

Oggi è la volta di Hasan Salihamidzic, futuro centrocampista juventino, e dell’attaccante olandese Roy Makaay, Scarpa d’Oro 2003 nel Deportivo La Coruña. “Finalmente Makaay!”, gioisco. È il giocatore del mio esordio: su di lui scrissi il mio primo pezzo calcistico. L’avevo intitolato “L’uomo del destino”, poiché esattamente un anno dopo avere affondato il Bayern (sua futura squadra) al primo turno di Champions con la maglia del Deportivo, l’aveva salvato da un’umiliante eliminazione contro il Celtic Glasgow.

Ricordo ancora la gioia e la passione con cui stesi quell’articolo. Ebbe successo, tanto che da quel momento, Makaay divenne il mio portafortuna. Il Natale stesso, come dono benaugurale, un amico tedesco mi regalò la sua maglietta. Misi da parte una copia della rivista e la portai con me ad ogni conferenza stampa del Bayern, nella speranza di incontrarlo e regalargliela.

Ed eccolo, Makaay, seppur in crisi nera: panchinaro sotto la guida di Magath e da poco rispolverato da Hitzfeld. Nei rari accenni su di lui, i giornali italiani lo descrivono come un cannoniere dalle polveri bagnate. Nel mio pezzo è uno splendido goleador con le braccia alzate al cielo. Chissà… magari, con accento un po’ buffo, mi domanderà cosa significa “L’Uomo del destino”…

Intanto, l’alto papavero televisivo grida seccato all’interprete di non spezzare la traduzione delle risposte, per non creare problemi durante il montaggio.

Markus Hörwick, Capo Ufficio Stampa del Bayern, concede ancora una domanda, l’ultima. Un collega dietro resta al palo.

Con in mano la rivista e una compatta digitale, mi avvio anzitempo verso l’uscita della sala, nella speranza di intercettare Makaay. Parliamo entrambi correntemente il tedesco. Gli sorrido e gli dico che ho una cosa bella da regalargli. “Schnell!”, “in fretta!”, sbotta scostante guardandomi torvo come un ostacolo sul suo cammino. Gli spiego in due parole, mostrandogli il titolone e le bellissime foto a colori. Ma ha solo smania di andarsene: di me e dell’articolo non potrebbe fregargliene di meno. Al punto che quando chiedo ad un collega di immortalarci insieme con la rivista in mano, gira fulmineo i tacchi con un seccato “No, non ho tempo”!

 

Buon per lui se avesse questa velocità in area di rigore. Non lo nascondo: ci rimango malissimo. In pochi secondi, la mascotte Makaay si autodistrugge e si disintegra nel nulla: come sportivo, come persona e come uomo. Sarebbe stato meglio non averlo mai incontrato.

Conosco professionisti dello sport pieni di sé ed assuefatti a qualunque manifestazione d’affetto, ma abbastanza scaltri da non disgustare chi scrive su di loro. Qui, sopra i piedi niente. C’è chi sdrammatizza con una battutaccia: “Una bella ragazza come te in foto con quello spaventapasseri?”

Volendo dare un senso alla cosa, il mio primo pezzo fu profetico soprattutto per me. Forse, il mio destino non è di esaltare gli idoli, falsi dei, ma piuttosto, di farli a pezzi.

 

Riferisco l’accaduto al tecnico Ottmar Hitzfeld, persona corretta e a modo. Scrolla la testa dispiaciuto. Sta per aggiungere qualcosa quando si intromette una voce non esattamente dallo charme anseatico. È quella dell’addetto stampa Hörwick, che capta solo la parola “esordio”, capisce Roma per Toma e con fare saccente mi rinfaccia che no, andiamo, oggi non è il mio esordio, mi ha già vista tante altre volte! Poi, la barzelletta: “Non ci sono appuntamenti personali!”, spara allontanando da me anche Hitzfeld. “Complimenti per lo stile Bayern!”, commento ad alta voce premeditando di ricavarne un succulento pezzo da inviare ai diretti interessati e al Presidente della Federcalcio Tedesca Theo Zwanziger, tanto fiero dello slogan “Il Mondo ospite da amici”, appena riciclato in campo femminile.

Che almeno Makaay non replichi la cafonata a un bambino o a una persona in difficoltà, per la quale anche il sorriso di un falso dio può essere importante.

 

In una società che si rispetti, il giocatore sarebbe stato preso per un orecchio e costretto almeno a scusarsi: qui, la manica è larga da toccar terra e la massima di vita è quella di Paperon de’ Paperoni: “il tempo è denaro”.

In un Paese in cui i migliori giornalisti sono avvezzi a farsi investire in religiosa sottomissione dalle eruzioni stromboliane del manager Uli Hoeneß (un altro che da noi cambierebbe ben presto registro o mestiere) urge chiarire a questi signori che se nessuno si interessasse a loro, il Bayern Monaco non esisterebbe neppure: gli “oranjie” scoppiati se ne starebbero in Olanda a piantare tulipani e gli addetti stampa “ruspanti” finirebbero a zappare la terra.

 

Mi accorgo solo adesso che, nella precipitazione di “placcare” i due personaggi, non ho spento il piccolo registratore che portavo nel taschino e che la doppia villanata di Makaay e Hörwick vi è rimasta incisa a imperitura memoria.

 

Stadio Meazza, ore 18.00. Insieme a giornalisti e fotografi accreditati, mi trovo all’esterno dell’impianto in attesa che uno steward ci consenta l’ingresso alla tribuna rossa, dalla quale osservare l’allenamento di rifinitura del Bayern. Ci precedono, alla spicciolata, alcune auto blu e una folta delegazione tedesca, nella quale spicca un folcloristico soggetto con i calzoni di pelle al ginocchio che pare uscito da una cartolina di Garmisch-Partenkirchen. Soltanto in settembre, prima dell’incontro con l’Inter, avevamo avuto accesso alla tribuna senza tutte queste cerimonie. Finalmente, due steward con la pettorina arancione ci intruppano e ci conducono al parterre attraverso i meandri dello stadio, non dopo “averci fatto la radiografia”. Uno in testa e uno in coda al gruppo, ci squadrano come sorvegliati speciali. La prossima volta, ci richiederanno l’ecografia completa dell’addome e la panoramica delle arcate dentarie.

Dal parterre accediamo alla balconata della tribuna rossa, con gli steward a dirigere l’orchestra: “Salite di qui! No quella scala! Si esce solo da quella porta!” Un’oretta di palleggi e tutti a casa.

 

Martedì 3 aprile, Piazzale dello Sport, ore 19.30. Manca poco più di un’ora all’inizio della partita. Sto preparando un reportage sulle tifoserie straniere e stasera seguirò l’incontro in mezzo a quella del Bayern. Mi avvicino agli orrendi gabbioni metallici che sgranano l’afflusso dei tifosi ospiti ai cancelli. Sul mio biglietto sono riportati i numeri dei cancelli 45, 46, 47 e 48. Invece, si entra dal 51. Il biglietto non mi viene neppure strappato. Un poliziotto gentile mi controlla la borsa, dopo di che gli steward ci indirizzano su per la torre n° 3. Al termine della rampa infinita, mi ritrovo al 3° anello della Curva Nord, terra di nessuno: “Si accomodi dove può”, mi dice in inglese uno steward allargando le braccia. Alla faccia del biglietto numerato da 40 €!

Non vedo né poliziotti né carabinieri. La nostra incolumità è affidata agli uomini della Security del Bayern, in divisa con il berrettino rosso, venuti dalla Germania.

Tutto come prima, peggio di prima.

Un’orrenda rete sostenuta da strutture metalliche, introdotta con le nuove norme di sicurezza, deturpa la visuale già precaria. Fingo di non conoscerne il motivo e lo domando alla Security: “È per non far tirare oggetti in campo”, mi rispondono, “l’hanno messa da pochissimo”.

Non una bandiera o uno striscione: San Siro è spoglio e triste.

Inizia la partita, non si vede un accidente: qui Base Luna, a voi Terra. Si alzano tutti in piedi, perché stando seduti nelle prime file non si vedono che balaustre e montanti. Complimenti alla società rossonera per il trattamento riservato ai tifosi ospiti, che si sono sobbarcati una trasferta spartana per sostenere la loro squadra del cuore. I due dietro di me viaggeranno tutta la notte in pullman e arriveranno a casa alle 7 del mattino, appena in tempo per recarsi al lavoro…

 

Da quassù, Makaay mi appare ancora più piccolo. Il tulipano appassito è piantato in area proprio come uno spaventapasseri. Il guaio per lui è che non spaventa proprio nessuno e anche quando il pallone gli arriva per caso sui piedi, lo cicca miseramente. Mentre Hitzfeld lo toglie dalla disperazione, noto che il suo nome latita sulle spalle dei sostenitori bavaresi, che tifano con indosso le maglie ufficiali dei loro beniamini. Fra i più gettonati il centrocampista Bastian Schweinsteiger, mentre due nostalgici portano le vecchie maglie a strisce rossoblu di Jürgen Klinsmann e Jean-Pierre Papin.

 

L’atmosfera calorosa compensa la mediocrità della partita, in cui si affrontano due squadre indegne del trono d’Europa. Intanto, i nostri slogan sono diventati internazionali. A più riprese, i tifosi tedeschi scandiscono “Milan, Milan vaff…”, in perfetto italiano. Sul vantaggio rossonero, stecca nel coro, parte un coro razzista anti-italiano.

 

Al pareggio tedesco, la curva esplode e l’incontro termina, ma noi ospiti veniamo trattenuti all’interno dello stadio in attesa che sfollino i tifosi del Milan. Al rientro sulla Terra, incolonnati fra due ali di forze dell’ordine e inseguiti da schiere di venditori di birra, veniamo avviati ai pullman diretti in Baviera. La mia serata bavarese termina qui. Svicolo dalla germanica colonna e faccio rotta verso la mia auto, rimasta sola nel parcheggio ormai deserto.

 

La mattina seguente. Prima delle 6 del mattino, le reti TV tedesche iniziano a trasmettere le immagini dell’immancabile banchetto post-partita del Bayern, in occasione del quale la sala conferenze del grand hotel, con l’aggiunta di tanti tavoli rotondi imbanditi di ogni ben di Dio, è stata trasformata in un’esclusiva salle à manger riservata alla squadra tedesca. Riconosco le sedie di velluto rosso e l’inconfondibile quadro appeso alla parete. Scorgo Makaay e Hörwick che pasteggiano lautamente, mentre Kalle Rummenigge, sostituto ufficiale di Beckenbauer, gira fra i tavoli con il microfono in mano per il discorso del dopopartita.

Di lui possiedo un bellissimo ricordo d’altri tempi: altri tempi del calcio tedesco. Un giorno lontano, sul campo dello Stadio Olimpico di Monaco, la biondissima star del Bayern dagli occhi color cielo deviò verso la transenna da cui una ragazzina italiana lo chiamava per un autografo e per stringergli la mano. Nel cassetto dei ricordi più belli conservo ancora quella foto ingiallita con il grande Carletto. Avevo in animo di mostrargliela alla prima occasione, dopo tanti anni e tanti articoli scritti su di lui e sul calcio tedesco. Ho deciso di lasciarla nel cassetto.

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