CALCIO E PAROLE

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La piccola Roma, il Grande Torino 15/12/2006

Sabato 2 dicembre, anticipo della 14° di campionato: Francesco Totti si succhia il dito, fiero dei 2 rigori formato regalo trasformati contro l’Atalanta e dei 3 punti succhiati all’Inter nella corsa al titolo. La vergognosa prestazione dell’arbitro Pantana “tiene vivo il campionato” di una squadra giallorosa già moralmente a -7 dai nerazzurri, consentendole di rimanere a rimorchio. Sembrano riferite a un altro incontro le dichiarazioni romaniste del dopopartita, con Spalletti a giudicare la vittoria meritata e Totti ad aggiungere la beffa al danno: “La Roma non è mai stata aiutata dagli arbitri e chi lo dice è invidioso, perché ora diamo fastidio a qualche squadra”.

Domenica 3, a Trigoria, Totti presenta le nuove scarpe Maximus Italia di Diadora color oro con 4 stelle azzurre e la scritta “Campioni del Mondo”, realizzate in una serie limitata di soli 2006 esemplari a beneficio dei collezionisti. Prossimamente in vendita al modico prezzo di 190 Euro, vengono definite universalmente dai mass media “gli scarpini di Totti”, in perfetta linea con l’andazzo infantilistico del Capitano.

Domenica 10 dicembre, la Roma perde il derby sul campo e fuori. L’incontro, chiusosi con un passivo record, ristabilisce i valori falsati la settimana precedente e sbeffeggia le ostentate dichiarazioni di Totti.

Proprio costui, che tanto aveva attaccato chi si lamentava degli arbitri, si scaglia contro Rosetti (“non è che è stato all’altezza Rosetti, eh!”). Ad accendergli l’animo lo scontro con Zauri (“C’ho ‘no sgaro de mezzo metro su ‘na coscia”), sul quale il direttore di gara, in realtà, grazia dall’espulsione il Capitano giallorosso, che reagisce scalciando ripetutamente l’avversario nelle terga.

Il tecnico laziale Delio Rossi invita Totti, furioso al punto da dover essere accompagnato fuori dal terreno di gioco dopo il fischio finale, a prendere esempio dall’atteggiamento di Maradona, solito rialzarsi senza protestare dopo i falli subiti.

Lunedì sera, esaurito l’interminabile contributo di moviola sul labiale dell’arbitro Rosetti e del suo assistente Ayroldi dopo il pasticcio dei cartellini a Doni, il dibattito in TV riprende con il presunto scambio di insulti fra romanisti e laziali a fine partita, la polemica Montella-Spalletti, il tormentone in atto da mesi su Totti e la Nazionale e il tormentone nascente nel senso più reale del termine: l’arrivo della secondogenita del Pupone.

Dopo che l’ecografia praticata a Ilary ne ha decretato il sesso femminile, mi figuro con apprensione i risvolti mediatici dei prossimi mesi. A quando la rubrica “Qui ginecologo a voi Stadio”? Oppure la presentazione dei nuovi “scarpini” rosa in miniatura – rigorosamente sponsorizzati – in versione culla da neonato? È solo questione di tempo: non è lontano il giorno in cui qualche campione della pedata lancerà la moda del “ciuccio” appuntato alla tutina, pardon, alla tuta sociale. Inorridisco e sento il bisogno di riconciliarmi con il calcio vero, sempre più raro in TV, del quale il lunedì prima aveva dato uno splendido esempio “Le partite non finiscono mai” (La 7). Ad ora tarda (che peccato!), la trasmissione condotta da Darwin Pastorin e Cristina Fantoni aveva proposto “Rosso come il sangue, forte come il Barbera”, documentario celebrativo dei cent’anni del Toro a cura di Stefano Romita e Giancarla Tenivella.

Suggestivo il viaggio nella storia del club, narrata dallo scrittore torinese Giuseppe Culicchia, che partendo dalle rovine dello Stadio Filadelfia, ex “Campo Torino”, aveva condotto il telespettatore lungo anni di trionfi e tragedie granata, rivissuti nelle splendide immagini del Grande Torino, dello schianto di Superga, dell’indimenticabile Valentino Mazzola e dei suoi compagni scomparsi, per proseguire fino allo Scudetto di Gigi Radice e al ritorno il Serie A del giugno scorso.

Un racconto che non tocca solamente i cuori granata, ma i sentimenti profondi di tutti gli sportivi veri.

Non può non commuovere – e non far riflettere sui veri valori del calcio e della vita – la lapide sul Colle di Superga con incisi i nomi degli indimenticati campioni, davanti alla quale tanti bambini hanno lasciato i loro disegni e un tifoso inglese una maglia del Chelsea. Un luogo di fede non soltanto calcistica, meta di pellegrinaggio e di preghiera da parte dei numerosi tifosi che nei momenti più difficili vi salgono “a invocare l’aiuto degli angeli granata”

Una cattedrale spirituale e calcistica lontana mille miglia dalle sfrenate manifestazioni egocentriche degli eroi di cartone del pallone di oggi.

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