CALCIO E PAROLE

By "Ladycalcio". Il blog più censurato e più temuto dagli addetti ai lavori

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QUANTI ENKE NEL CALCIO ITALIANO?

Posted by ladycalcio su sabato, novembre 26, 2011

A due anni e pochi giorni dalla tragica morte del portiere tedesco Robert Enke, gettatosi sotto un treno in preda alla depressione, il tentato suicidio dell’arbitro Babak Rafati ha nuovamente scosso la Germania e riportato d’attualità lo spinoso tema della depressione e dei disturbi psichici nascosti fra i calciatori e gli addetti ai lavori del calcio. In terra tedesca, dove i casi sembrano moltiplicarsi, se n’è parlato tanto. In Italia, l’argomento rimane tabù. Perché?

Un male molto diffuso fra gli sportivi di vertice

Ciò che della tragica fine di Enke più sconvolse l’opinione pubblica tedesca, fu il crollo del mito del campione indistruttibile, del gladiatore invulnerabile dentro e fuori le arene, del semidio al di sopra di tutti i mali che affliggono i comuni mortali. Si capì che le cose stanno esattamente all’opposto. Non soltanto i casi di depressione e malattie mentali si stanno moltiplicando proprio fra gli dei del calcio, ma sono proprio questi ultimi che, quando sentono la necessità di curarsi, si trovano maggiormente in difficoltà. Più che mai, se la loro faccia viene riconosciuta in tutto il mondo.

Lo sport d’élite, infatti, non lascia spazio a debolezze di alcun genere, poiché queste rischierebbero di distruggere l’immagine di “duri” dei campioni. Il proposito della Fondazione Enke, istituita da Teresa Enke, vedova del giocatore, è appunto quello  di scardinare il tabù delle patologie psichiatriche laddove sono maggiormente stigmatizzate: nel mondo del calcio e dello sport di vertice, oggetti di un importante progetto di psichiatria da parte della Fondazione e dei suoi partner.

Infatti, se Mario Rossi operaio alla catena di montaggio o cassiere al supermercato può tranquillamente concedersi qualche mesetto di malattia rimanendo nell’anonimato….

… proseguo citando  dal Sito Ufficiale della Fondazione: “I calciatori e gli allenatori famosi non hanno questa opportunità. Si trovano costantemente sotto la lente d’ingrandimento. Sparire dall’ambiente per sottoporsi a terapia, darebbe nell’occhio. Il calcio impone particolari condizioni, che non agevolano per nulla la guarigione”. Senza contare il rischio di perdere la stima dei propri tifosi,  il posto in squadra e i lauti contratti con gli sponsor.

Continua il Sito della Fondazione Enke: “L’ansia da prestazione attanaglia ogni sport. Spesso, la selezione (letteralmente: la lotta per scalzarsi a vicenda) inizia dal proprio spogliatoio. Chi gioca, e chi, invece, è soltanto una riserva? E tutto questo, sotto la luce dei riflettori. Non tutti hanno la stessa capacità di resistere a questa pressione”. “Ecco allora i dubbi, la mancanza di autostima e la paura di fallire.” E le facciate di bugie costruite per nasconderli.

Deisler infranse il tabù

Sembrò trattarsi di un caso isolato quando, nell’autunno 2003, l’allora centrocampista del Bayern e della Nazionale Tedesca Sebastian Deisler confessò pubblicamente di soffrire di depressione e interruppe l’attività agonistica per farsi ricoverare al Charité di Berlino. Deisler, complici ripetuti infortuni al ginocchio, terminò precocemente la carriera nel 2007, a soli 27 anni.

Due anni dopo soltanto, il calcio venne scosso dal suicidio di Enke, seguito a ruota da due inquietanti confessioni pubbliche: quelle di Andreas Biermann, difensore del St. Pauli (che ammise di aver cercato di togliersi la vita) e di Stefan Schumann, centrocampista del FSV Zwickau (militante in 5^ divisione) che aveva a sua volta tentato il suicidio ingerendo un cocktail di farmaci.

Desideriamo risparmiarci di dover costruire una facciata di bugie per nascondere il mio reale stato di salute”, dichiarò fra l’altro Biermann. Impresa peraltro ardua, dato che la durata non preventivabile dei trattamenti psichiatrici, solitamente lunga, difficilmente può essere camuffata dietro a una lesione muscolare o a un  intervento chirurgico che giustifichino l’assenza prolungata dai campi di gioco e dalla vita di squadra.

INVERSIONE DI TENDENZA

Dopo due anni, il lavoro di informazione e di sensibilizzazione della mentalità da parte della Fondazione Enke sembra portare i primi frutti, se è vero che  giocatori quali Markus Miller, Martin Fenin, Paolo Guerrero e persino un allenatore di successo quale Ralf Rangnick, hanno ammesso di soffrire di problemi psicologici. Eccoli, in dettaglio.

Markus Miller: nuovo choc per l’Hannover

Lo scorso settembre, anche il 29enne Markus Miller, da un anno secondo portiere dell’Hannover 69, dopo aver annunciato di necessitare di cure mediche per una “sindrome da burnout.”, è rimasto ricoverato per 3 mesi in un centro specializzato.
Da un po’ di tempo ho sempre più l’impressione di non essere utile alla squadra e di non concludere nulla di essenziale”, aveva dichiarato. “In questo senso, sento crescere dentro di me una pressione e una tensione sempre più grandi, che hanno cominciato a bloccarmi”.

MARTIN FENIN chiede uno stacco dal calcio

Necessito di uno stacco dal calcio durante cui sottopormi a cure mediche intensive per poter tornare in campo sano e al mio miglior livello”.

È del mese scorso il caso di Martin Fenin, 24enne attaccante dell’Energie Cottbus, il club di seconda divisione a cui era giunto la scorsa estate proveniente dal retrocesso Eintracht Frankfurt.

Sofferente di depressione, constatata l’inefficacia delle sole cure farmacologiche e caduto nell’assuefazione ai farmaci, Fenin ha pregato il suo club di rendere pubblici i problemi psichici che lo affliggono, allo scopo di poter godere di un adeguato intervallo dall’attività agonistica durante il quale effettuare un trattamento neurologico “Ho constatato di non essere più in grado di gestire da solo la mia malattia. La rassegnazione, la sensazione di solitudine e gli attacchi di depressione mi accompagnano già da parecchi mesi”, si legge nel comunicato ufficiale della Società.

PAOLO GUERRERO e la finta “paura dell’aereo”

In un’intervista a una TV peruviana, anche l’attaccante dell’Amburgo Paolo Guerrero, ex-Bayern Monaco,  ha ammesso di essere caduto vittima di una grave depressione innescata dall’infortunio al crociato rimediato in Nazionale nel settembre 2009 durante l’incontro di qualificazione ai Mondiali 2010 contro il Venezuela .

Le sue parole sono state riprese dalla Bild-Zeitung: “È stato per me un periodo spaventoso, il più brutto della mia vita. Ero frustrato e depresso“. Al punto di non riuscire nemmeno più ad imbarcarsi sul volo di ritorno per la Germania. Ufficialmente, per la “paura dell’aereo”.

RALF RANGNICK: “Non sono più in grado di guidare la squadra”

La malattia non risparmia neppure gli allenatori di successo, come dimostra il recente caso del tecnico-rivelazione Ralf Rangnick, dimissionario dallo Schalke 04 lo scorso settembre. Il 53enne – così è stato annunciato – non era più in grado di guidare la squadra che aveva condotto alle semifinali di Champions League e alla conquista della Coppa di Germania, poiché affetto da un grave esaurimento. Un caso eclatante nel calcio tedesco, dove nessuno avrebbe mai sospettato che un allenatore giovane e promettente come Rangnick, in grado di portare l’Hoffenheim dalla Regionalliga Süd (terza divisione) alla prima divisione nel giro di sole due stagioni (2006/07 e 2007/  08 potesse essere vittima di un burnout.

Secondo Ulf Baranowsky, ex- amministratore delegato del VDV (il sindacato tedesco calciatori, ndr),  in tutte le squadre tedesche ci sarebbero giocatori bisognosi d’aiuto, 100 dei quali sarebbero ad elevato rischio.

Quanto alle stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, esse prevedono che, nel 2020, la depressione sarà al 2° posto fra le malattie più diffuse al mondo, preceduta soltanto dai disturbi cardiovascolari.

E in Italia?

Il caso di Agostino di Bartolomei è da tempo finito nel dimenticatoio dei mass media.

Il centrocampista giallorosso si suicidò con un colpo di pistola al petto il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla sconfitta della Roma contro il Liverpool nella Finale di Coppa Campioni 1984, lasciando scritto di sentirsi “chiuso in un buco” dal mondo del calcio.

Tra gli idoli del calcio italiano dei nostri giorni, soltanto Gigi Buffon ha confessato, nella sua autobiografia, di aver sofferto di depressione. Ritengo per contro “di comodo” i casi del re delle discoteche  Adriano e di Christian Vieri, “controllato” dal suo Presidente.

In Italia, sopravvive tuttora il falso mito infrantosi in Germania con la morte di Enke: quello del gladiatore invulnerabile tutto vittorie, onori, gloria, soldi, salute e donne. Con il mondo ai suoi piedi e, troppo spesso, con il denaro e il successo come valori.

Spenti i riflettori, quanti coltelli!  Quante spietate lotte di potere fra le quattro mura degli spogliatoi! Quanta povertà interiore. Quanti malesseri. Quanto imbarazzo. Quante umiliazioni, insicurezze, crisi, angosce, debolezze, paure. Quante facciate di bugie per nasconderle. Persino a se stessi.

Trenitalia faccia gli scongiuri.

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GERMANIA: L’ARBITRO BABAK RAFATI TENTA IL SUICIDIO

Posted by ladycalcio su lunedì, novembre 21, 2011

La partita di campionato tedesco Colonia-Mainzè stata rinviata per una situazione finora mai verificatasi  nella Bundesliga”.  Lo annuncia, sabato sera, la seconda rete nazionale ZDF. Ma chi pensa a un rinvio per calamità naturale in stile Genoa-Inter o a disordini fra tifoserie, è completamente fuori strada.

Alle ore 15.00, quando  viene annunciata la decisione di non disputare il match, solo gli addetti ai lavori ne conoscono il motivo. Ai tifosi assiepati sugli spalti del RheinEnergieStadion viene soltanto comunicato, fra una valanga di fischi e improperi, che “manca l’arbitro”.

La verità è che  l’arbitro designato a dirigere quell’incontro, il sig. Babak Rafati, ha appena tentato di togliersi la vita.

LA CRONOLOGIA DELL’ACCADUTO

Sono da poco passate le 13.45 di sabato 19 novembre, l’ora in cui, in un hotel di Colonia, è prevista una riunione fra  il direttore di gara e i suoi assistenti Holger Henschel, Patrick Ittrich e Frank Willenborg. Ma Rafati non compare, né dalla sua stanza d’albergo risponde al telefono. I suoi collaboratori gli bussano alla porta, ma Rafati non risponde. La porta, chiusa a chiave, viene aperta  dall’esterno con la collaborazione del personale dell’albergo.

Henschel, Ittrich e Willenborg si trovano davanti a una scena agghiacciante, che il Presidente della Federcalcio tedesca Theo Zwanziger riassume testualmente in queste poche imbarazzate parole: “(Rafati, ndr) si trovava nella vasca da bagno e c’era molto sangue”.

Babak Rafati, che si è tagliato le vene dei polsi, deve la vita al pronto intervento dei suoi assistenti, che hanno tempestivamente allertato i soccorsi.

CHI E’ BABAK RAFATI

Il 41enne Babak Rafati, di origini iraniane, è direttore di una filiale di banca ad Hannover. Sportivamente, proviene  dalla Spielvereinigung Niedersachsen Döhren (presso Hannover). Arbitra per la Federcalcio tedesca dal 1997, nella massima divisione dal 2005 (curiosamente, debuttò proprio nell’incontro Colonia-Mainz del 6 agosto 2005). Dal 2008 era entrato a far parte della lista Fifa al posto del celebre dentista Markus Merk, arbitrando 2 incontri per nazionali e 6 di coppe europee.

Fischietto criticatissimo e assai controverso  (tutt’altro che “uno degli arbitri più apprezzati della Bundesliga” ❗ , come afferma angelicamente Marco degl’Innocenti sulla Gazzetta dello Sport),  nel settembre di quest’anno era stato estromesso dalla Commissione Designatrice Arbitrale tedesca  dalla lista Fifa per il 2012. Ufficialmente, per la necessità di ringiovanire la rosa arbitrale internazionale.

In verità, sulla decisione avevano molto influito le pesanti critiche al suo operato: per ben 3 volte in 4 anni, infatti, Rafati era stato eletto dai giocatori della Bundesliga peggior arbitro nello speciale sondaggio della rivista Kicker.  Anche per via dei suoi atteggiamenti sul campo, si era guadagnato una fama non esattamente idilliaca.

La stampa scandalistica l’aveva soprannominato “Babak Tomati”, con chiaro riferimento ai pomodori, mentre su Facebook erano fiorite le pagine Anti-Rafati.

FUORI PERICOLO

Nella serata di sabato, giunge la notizia che Babak Rafati è fuori pericolo.  Il 41enne si trova tuttora ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’Eduardus Krankenhaus di Colonia e ha chiesto telefonicamente perdono al padre per il gesto compiuto.

SI SPECULA SUI POSSIBILI MOTIVI

Henschel, Ittrich e Willenborg hanno dichiarato di non aver riscontrato nel comportamento di Rafati alcun segno premonitore. La sera precedente il tentato suicidio, il collega era sembrato loro perfettamente “normale”.

Sulle pagine del “Berliner Kurier”, il padre di Babak, Djalal Rafati, racconta di aver parlato telefonicamente con il figlio proprio sabato, nelle ore precedenti il fatto: „Mi ha telefonato e mi ha detto soltanto: ‘Papà, non mi sento molto bene!’ Gli ho risposto: ‘Allora, dai forfeit per la partita’. Ha detto: ‘Ti richiamo più tardi.’ Poi, ha riattaccato.

Nella sua posizione, il Presidente Federale Zwanziger glissa sui possibili motivi del l’accaduto, mentre fioriscono le speculazioni fra i mass media.  Sembrerebbe escluso il movente sentimentale (Rafati avvrebbe da anni una compagna fissa). Qualcuno parla di guai fiscali, mentre la Bild-Zeitung azzarda la frase: “Secondo le informazioni di Bild, nel momento del gesto era in gioco anche l’alcool” .

Forse, il declassamento dalla lista Fifa e la consolidata fama di peggior arbitro di Germania, condite da una miriade di attacchi e prese in giro nella Rete da parte dei tifosi tedeschi, hanno dato il colpo di grazia ad una personalità già fragile?

Sta di fatto che Rafati, prima di commettere quel gesto disperato, ha lasciato scritte alcune righe, ora al vaglio degli inquirenti. Sul loro contenuto  viene mantenuto il più stretto riserbo. Trapela soltanto che “vi sono punti non del tutto leggibili”.

COSTERNAZIONE GENERALE

Torna inevitabilmente sulla bocca di tutti il nome di Robert Enke, il portiere suicida dell’Hannover e della Nazionale tedesca di cui soltanto pochi giorni fa (il 10 novembre) era stato commemorato il secondo anniversario di morte.  Torna sulla bocca di tutti la parola “depressione” e si ricomincia a parlare dello stress e dell’angoscia nascosta che opprimono i professionisti del calcio.

Il caso di Enke, ritenuto inizialmente un episodio isolato, è stato infatti seguito da numerose confessioni da parte di colleghi della Bundesliga affetti da sindromi depressive o problemi psichici a lungo taciuti, che non hanno risparmiato neppure un allenatore giovane e di successo come l’ex-tecnico dello Schalke Ralf Rangnick.

Al punto che Reinhard Rauball, Presidente di Lega, è giunto  a parlare di un “quadro clinico” diffuso nel calcio.

Ma… diffuso soltanto in Germania?  Oppure, altrove il problema esiste tale e quale ma viene ancora taciuto? ESISTONO POTENZIALI ENKE NEL CALCIO ITALIANO? Un’analisi alla quale vi rimando nei prossimi giorni.

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PETRUCCI: “PER ME, IL DISCORSO È CHIUSO”

Posted by ladycalcio su giovedì, novembre 17, 2011

Di seguito, “Calcio e Parole” vi ripropone testualmente le frasi maggiormente ad effetto dell’odierna conferenza stampa del Presidente del Coni, Gianni Petrucci. Questa l’eloquente risposta delle istituzioni sportive all’arroganza della Juventus e del suo Presidente Andrea Agnelli, mai nominati:

 

Io non ci sto, non ci posso stare a tutto quello che sta accadendo nel mondo del calcio di vertice.

Basta, basta non se ne può più.

Oggi, le pagine dei giornali sono più piene di aspetti giuridici, legali, che di aspetti sportivi, calcistici.

Oggi, il calcio di vertice è malato di doping legale, legale, doping legale

Oggi, chi grida di più pensa di vincere, ma non vincerà.

Non prevarranno i prepotenti, gli arroganti.

Io vedo delle cose a cui non ho mai assistito

Il calcio, se seguita così, il calcio di vertice,  sarà commissariato dalla pubblica opinione.

Parlo di quelli che credono di essere furbi.

Oggi ci sono più avvocati, nel calcio, che dirigenti e goleador.

Oggi ogni regola viene aggirata da legulei, da furbastri, da avvocati che dicono tutto e l’opposto di tutto.

La credibilità è che oggi furbi o esperti avvocati  vogliono convincere  i presidenti che con la furbizia si può arrivare dappertutto.

Questo è il pericolo, siamo in mano a troppi avvocati.

Le regole le fa il Coni, non le cambiate voi.

Lo sport è etica, lo sport è un gioco, ormai lo sapete. Lo stiamo rovinando noi. Le colpe sono di tutti.

Perché si sta arrivando a una china dalla quale non sappiamo come fermarci (…)  nel momento forse più delicato della vita del Paese, dove i problemi sono certamente più importanti del nostro piccolo Mondo…

Se uno non interviene, è una deriva che non si sa dove si arrivi.

È tutto un’aggressione.

Non ci sto, non ci sto, non ci sto.

I giornali li scrivete voi. Oramai dovete essere esperti di diritto, non di tecnica calcistica.

Ma voi pure non vi siete stancati di essere specializzati in diritto?

Oramai, ogni giorno, se il presidente si ferma, dal tifoso viene preso come uno che si arrende. Allora, di chi alza la voce, si dice ‘ mamma mia che attributi ha il mio presidente’! Ma non  si va lontano.

Non è che perché uno è grosso mette più paura. Chi alza la voce non mette paura assolutamente.

Allora, anch’io sono un incapace perché non meno, non aggredisco?

E noi porremo delle regole che bloccheranno questa arroganza.

E noi, nel più breve tempo possibile, cercheremo di difenderci da questa aggressione.

Con tutti i problemi che ha il Paese, è anche umiliante che noi andiamo a chiedere in questo momento delicato una difesa del nostro mondo perché una parte del nostro mondo non sa difendersi da sola.

Ieri sera c’è stata un’ultima sentenza. Ma dopo quest’ultima sentenza, perché dobbiamo proseguire? A che serve proseguire? A chi porta vantaggio?  Quando si hanno a cuore le sorti della propria squadra nello sport, si deve pensare che facendo un passo indietro se ne fanno due avanti. Chi ha più intelligenza, la metta al servizio degli altri, questo è l’appello che faccio, ma probabilmente, gli appelli non servono più.

Però, io finché avrò fiato continuerò a farli.

Io parlo di etica. Non c’è più il fair play, non c’è più un’etica

Tante volte ritirare un ricorso ti fa fare più bella figura di vincere una causa.

Oggi si vive anche di credibilità, di curriculum, di quello che si è fatto fino a ieri

Il suo appello ai tifosi della Juve: “Di essere meno tifosi e di usare il buon senso, perché il tifo, a volte, quando eccede, non è più un tifo buono, è un tifo malsano

La sua conclusione: “Per me il discorso è chiuso”.

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ANDREA AGNELLI E “IL BRUTTO DEL CALCIO”

Posted by ladycalcio su martedì, novembre 15, 2011

L’avevo appena scritto: “Manca soltanto che (la Juve, ndr) chieda i danni per la retrocessione – e non meravigliamoci se questo avverrà”.

Andrea Agnelli brucia le tappe e già ci siamo. Il leader del nuovo corso bianconero ricorre al Tar del Lazio e chiede i danni alla FIGC per la revoca dello Scudetto 2006 assegnato a tavolino all’Inter.  Danni quantificati come segue (fonte Sky Sport 24):

calo titolo azionario:   133 milioni di Euro

calo valore del marchio bianconero:   110 milioni di Euro

mancata partecipazione alle coppe europee:   79,1 milioni di Euro

cessioni sottocosto:  60 milioni di Euro

mancati introiti dai diritti TV:  41,6 milioni di Euro

ritardo nell’edificazione del nuovo stadio:  20 milioni di Euro

Che fanno la bellezza di 443 milioni di euro. Noccioline!

Discorso escatologico e prossima fine dei tempi o semplice barzelletta?

Inopinabile è il  gusto barbino di Andrea Agnelli, che ha avanzato la richiesta proprio nel giorno della consegna del premio “Il Bello del calcio”, dedicato a Giacinto Facchetti, al Presidente dell’Uefa Michel Platini. Ed è tutto dire che persino l’ex -juventino abbia preso le distanze dalla bravata.

Secondo Agnelli junior, la mossa si inserirebbe in un piano in 7 “azioni”, alimentato dal tarlo della restituzione dello Scudetto 2006: quello che, in casa bianconera, è ormai diventato un parossismo cocciuto.

Per dirla con il Presidente della Federcalcio Abete: “Probabilmente, poteva essere individuato un giorno diverso. Ciò posto, ognuno ha il suo stile e la sua coerenza (…)”

Stile Agnelli, stile Juve. Quando si dice “Il brutto del calcio”.

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Per Napoli fu Moggiopoli, non Juventopoli

Posted by ladycalcio su mercoledì, novembre 9, 2011

Questo è il primo round, il secondo sarà l’appello”. Il commento di Luciano Moggi alla sentenza di Napoli ci conferma  che, purtroppo, quanto alla definizione delle responsabilità per lo scandalo di Calciopoli siamo ancora in alto mare.

La sentenza del Tribunale di Napoli, che ha inflitto 5 anni e 4 mesi a Lucianone e pene minori ai vari Bergamo, Mazzini, Pairetto & Co, pur riconoscendo l’associazione a delinquere a carico dell’ex- Direttore Generale bianconero, scagiona dai fatti la Società FC Juventus.

Il “nodo” della sentenza è questo ed è un assurdo: viene riconosciuto colpevole dei fatti e condannato un ex-dirigente juventino, mentre la Juve viene dichiarata estranea all’intera questione e  alla relativa responsabilità civile, con conseguente decadimento dell’obbligo di risarcimento danni alle società vittime del “sistema Moggi”.

La Juventus – chissà come verrà giustificato nella motivazione della sentenza, attesa fra 90 giorni – è innocente, candida, bianca come la neve, estranea alla responsabilità oggettiva imputatale a suo tempo dalla Giustizia Sportiva.

I Giudici dovranno spiegarci come questo sia possibile stante l’implicazione di due suoi dirigenti (l’ex-Direttore generale Luciano Moggi  e l’ex-amministratore delegato Antonio Giraudo) nello scandalo delle intercettazioni e delle “ordinazioni” telefoniche degli arbitri consenzienti. Che fischiavano a favore di chi, Signore della Corte? ❗

Dovranno confermarci che il “poltronissimo” Franco Carraro, Presidente della FIGC all’epoca dei fatti, era partito per una lunga vacanza.

Nell’attesa che tutto ciò avvenga, la Juve fa la vittima. Gongola e annuncia ulteriori azioni. Rivuole lo Scudetto 2006. Manca soltanto che chieda i danni per la retrocessione – e non meravigliamoci se questo avverrà.

Ma come ha detto lo stesso Moggi, siamo solo al primo round. Chissà se purtroppo, o per fortuna.

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LA GRANDE CASSANATA

Posted by ladycalcio su lunedì, novembre 7, 2011

Quell’inquietante ricovero nella notte, bocche cucite per tre giorni e mezzo ad alimentare sospetti e indiscrezioni, smentite e controsmentite. Finalmente, per Antonio Cassano i medici stilano la diagnosi di forame ovale pervio interatriale (PFO), seguita da un intervento chirurgico a tempo di record che ridona la tranquillità a Fant’Antonio e  la favella ai camici bianchi.

Non è che una fra le mille storie bizzarre e contraddittorie che fioriscono nell’universo del calcio. La prima stranezza riguarda i tre giorni e mezzo di imbarazzato silenzio da parte dei sanitari del Policlinico di Milano prima della formulazione di una diagnosi: il forame ovale pervio – ci si affretterà poi a precisare – può essere rilevato solo in base ad approfonditi accertamenti clinici.

Vi dico la mia sull’intera vicenda. Cominciamo col considerare che, nell’atleta agonista, gli incidenti cardiovascolari rappresentano a tutti gli effetti il fattore di rischio numero uno. Il cedimento o malfunzionamento del cuore può comportare rispettivamente la morte istantanea del soggetto o l’innesco di patologie gravissime, a loro volta a rischio di decesso o di invalidità permanente (vedi ischemia ed embolia).

Non per altro, le visite d’idoneità alla pratica di tutti gli sport agonistici, obbligatorie per legge, sono imperniate sui test cardiologici (step test, elettrocardiogramma dopo sforzo o sotto sforzo, ecc) – e non sulla salute di muscoli, ginocchia, ossa e tendini.

Peraltro, i protocolli cardiologici per l’attività agonistica si giovano di un’apposita classificazione delle attività sportive in relazione al tipo di impegno cardiocircolatorio  (e del relativo rischio a carico del cuore) che queste comportano. Sto parlando dei Protocolli Cardiologici per il Giudizio di Idoneità allo Sport Agonistico, a cura del Comitato Organizzativo Cardiologico per l’Idoneità allo Sport.

La classificazione, convenzionalmente articolata in 5 gruppi, tiene conto  di numerosi parametri in base ai quali elaborare accertamenti cardiologici specifici differenziati per i singoli sport:

Vengono differenziati fra l’altro:

l’intensità dello sforzo che il muscolo cardiaco è chiamato a sostenere;

il tipo di sforzo a cui l’atleta sottopone  il muscolo cardiaco stesso (attività di pompa a ritmo costante piuttosto che incrementi della frequenza, della portata, della gettata cardiaca o, addirittura, della pressione arteriosa)

il meccanismo energetico implicato dalla disciplina sportiva praticata dall’atleta (aerobico o anaerobico, lattacido o alattacido. ecc.);

la bioenergetica e la biomeccanica tipiche del gesto atletico specifico;

la vicinanza o meno della frequenza cardiaca raggiunta nella pratica di un certo sport alla frequenza cardiaca massimale;

l’eventuale impegno cardiovascolare di tipo neurogeno (che si verifica quando la frequenza cardiaca aumenta non in seguito allo sforzo, bensì per impatto emotivo, come avviene nel paracadutismo, nel motociclismo velocità, ecc), piuttosto che vascolare di pressione (nel caso di resistenze vascolari periferiche).

Il calcio, classificato nel gruppo D, viene considerato fra le “Attività sportive con impegno cardiocircolatorio da medio ad elevato caratterizzato da numerosi e rapidi incrementi anche massimali, della frequenza cardiaca e della gettata cardiaca, con aumento delle resistenze periferiche” (si vedano gli scatti fulminanti delle azioni di gioco, seguite da bruschi stop):

Quest’ultimo punto ci conduce per mano al discorso sulle  sollecitazioni che il volume di sangue intermittente affluente al cuore di un calciatore durante una partita comporta sugli atri e sulla parete interatriale del medesimo.

Ora: i test cardiologici di idoneità di primo livello praticati sugli atleti agonisti  sono generalmente in grado di evidenziare patologie quali talune cardiopatie valvolari, tachicardie, aritmie, bradicardie, fibrillazioni, soffi – benigni o meno -, da approfondire successivamente tramite esami integrativi.

Tuttavia, al di là dei protocolli di idoneità finalizzati alla salvaguardia della salute dell’atleta, alla deresponsabilizzazione delle Società e agli adempimenti assicurativi, il discorso della prevenzione cardiovascolare nel calcio si allarga ai congrui investimenti operati ai giorni nostri sui calciatori da parte delle Società stesse. Per quanto cinico possa suonare, la salute dei giocatori è denaro.

Ecco perché, prima di ingaggiare i professionisti della pedata per decine o centinaia di milioni di Euro, le Società li sottopongono ad accurate visite mediche specialistiche –  e non soltanto di natura ortopedica, pur essendo quest’ultimo l’aspetto più chiacchierato.

Ora: statisticamente, come affermato dai mass media nei giorni scorsi, i difetti interatriali rappresentano le forme di cardiopatie congenite più frequenti anche fra la popolazione comune. Credete davvero che prima di acquistare un giocatore di livello internazionale su cui costruire la scalata al trono europeo, il merchandising di maglie, poster e gadget vari, le partnership con le TV, i sodalizi con gli sponsor, ecc, ecc, una società non si sinceri che il suo tesserato (o futuro tale) ne sia esente?  Volendo essere cinici fino in fondo: a una società di calcio costano di più un paio di esami cardiologici preventivi approfonditi in grado di evidenziare il problema (magari, effettuati in una clinica convenzionata con la squadra), oppure l’eventuale danno pecuniario, sportivo, di immagine, di sponsor e di risultati conseguente a un incidente cardiovascolare grave di un suo tesserato di fama mondiale? Lo stesso discorso vale, all’inverso, per gli interessi dello stesso giocatore…

Peraltro, i difetti interatriali di cui stiamo parlando sono non di rado associati ad aritmie o soffi. Questi ultimi, implicando rigorosamente l’effettuazione di esami integrativi di 2°, o eventualmente di 3° livello, fungono a loro volta da “sentinelle” per l’individuazione dei difetti interatriali stessi.

Tornando a Cassano, ammettendo che sia andata come ci raccontano (ne dubito assai), mi sia consentito formulare due ipotesi: se veramente i medici non erano a conoscenza del suo difetto interatriale (me ne meraviglierei), l’alta incidenza dell’anomalia fra la popolazione, associata alla sintomatologia accusata dal giocatore, avrebbe dovuto indurli in brevissimo tempo a sospettarne la presenza; se, al contrario, i sanitari erano a conoscenza del PFO dell’attaccante milanista, fino a quel momento asintomatico, avrebbero dovuto essere messi molto prima sulla strada della giusta diagnosi… non vi pare?

Nei giorni scorsi, Sky Sport 24 ci ha proposto il caso di Mattia Morandi, centrocampista del Como classe ’88 reduce dal medesimo intervento chirurgico di Cassano. Il mio omonimo, tuttora ai box per un’ischemia verificatasi peraltro un anno dopo l’intervento chirurgico di posizionamento del dispositovo occlusore (!), ha dichiarato che il PFO gli venne scoperto durante la semplice visita di idoneità. E allora, come la mettiamo?

Per Cassano, nell’ambito di un’intervista al Prof. Claudio Mariani (Prof. Ordinario di Neurologia all’Università di Milano), la Gazzetta dello Sport di giovedì 3 novembre parla di un “danno cerebrale”, di una” piccola necrosi ischemica nella parte sinistra del talamo conseguente all’occlusione di un piccolo vaso da parte di un microembolo”.

Diluvia – se Cassano ride, il cielo lacrima – il giorno in cui il Prof. Carminati, primario di cardiologia dei difetti congeniti del Policlinico di San Donato e autore dell’intervento chirurgico sul numero 99 rossonero, ci illustra con semplicità la tecnica dell’” ombrellino” 🙂 , il dispositivo occlusore posizionato nel cuore di Fant’Antonio, e conferma che “è successo un evento ischemico cerebrale”.

Un’altra grossa perplessità riguarda la presenza di un coagulo nel sangue di un atleta professionista giovane e allenato, che svolge un notevole volume di attività fisica….

Ma preferisco terminare qui la mia analisi medica. Ho un caso aperto con Materazzi; buon per lui, non con Cassano 🙂 ….

Trovo comunque assai disdicevole lo show mediatico inscenato sul suo ricovero: Superman Cassano non ha paura, sta benone, è allegro, scherza e ride come se nulla fosse. Soprattutto, riceve una marea di gente, neanche si trovasse a un evento sponsorizzato. Gli inviati dei vari TG ci raccontano di una processione di amici e compagni che si soffermano da lui per ore e  ore nella delicata fase che precede l’intervento, quando un paziente (soprattutto reduce da un evento ischemico) dovrebbe semplicemente riposare e rimanere a completa disposizione del personale medico per l’iter pre-operatorio. Domanda: il nosocomio milanese concede questa illimitata disponibilità a tutti i pazienti, oppure per Cassano sono valse “regole speciali”?

Comunque sia, ritengo che sarebbe stato più serio limitare le visite al giocatore ai soli familiari e a un paio di rappresentanti del Milan, evitando una processione che ha reso necessario un servizio d’ordine e – così possiamo immaginare – arrecato disturbo agli altri degenti.

Tornando alla cronaca recente, la “sceneggiata” del numero 99 rossonero culmina con la visita del cantante Gigi d’Alessio, che dopo aver intonato insieme al paziente il suo successo “Un cuore malato”, così lo descrive ai media: “Sta ‘na Pasqua”!

Chiude la staffetta il ct della Nazionale Azzurra Cesare Prandelli, ultimo VIP a recarsi in pellegrinaggio da Fant’Antonio: dalle ore 19 del sabato il Policlinico diventa off-limits, rien ne va plus.

Restano fuori (fonte SS24) Tonino Rana, il suo primo presidente, che per rivedere il suo ex-rampollo si è sobbarcato 1000 km, e 5 educatrici di un istituto per disabili.

L’ex-rossonero Stefano Eranio ci fa sapere che in ospedale Cassano si sente come in prigione (mentre evidentemente, per dirla con D’Alessio, tutti gli altri sono felici come Pasque di rimanerci).

E mentre i cronisti vengono depistati con indiscrezioni di una sua probabile dimissione fra domenica e lunedì e con l’annuncio di un “coprifuoco”  pre-festivo per le ore 19, lui lascia a l’ospedale proprio sabato sera attorno alle 21.20, dopo nemmeno 48 ore da un evento ischemico cerebrale. Dribbla tutti, affetti compresi. Evidentemente, la privacy torna a fargli comodo.

Le cronache, monopolizzate dal Cassano-show, si ricordano finalmente anche di Christof Innerhofer, lo sciatore azzurro in ospedale con la testa dolorante, sdraiato al buio 24 ore su 24 dopo un brutto trauma cranico procuratosi cadendo in allenamento.

Quanto ai tempi del recupero agonistico di Cassano, il Prof Carminati se ne lava le mani e fa benissimo: “Non chiedetemi dettagli sugli allenamenti e l’attività sportiva perché è un problema che chiaramente non viene gestito dal cardiologo ma dal medico dello sport”.

Già, perché il mese di riposo assoluto inizialmente annunciato dai media viene già scalato a, 20 gg, 15-20 gg, e via scendendo, con la testa di Cassano proiettata di slancio verso gli Europei del giugno prossimo.

Pacati, corretti, essenziali e mai “protagonisti”: così definirei i sanitari che hanno avuto la grana di avere in cura Cassano e che hanno svolto il loro compito al meglio e con serietà.

La Gazzetta dello Sport di ieri cita così il Prof. Nereo Bresolin, primario di Neurologia del Policlinico di Milano, sulle dimissioni del giocatore rossonero:”A 29 anni e con tutta la gente che conosce farlo stare tranquillo non sarà facilissimo (…) Cassano non è un paziente facilissimo (non stentiamo a credergli, ndr) e ci ha creato un po’di scompiglio in ospedale. Io gliel’ho detto: dopo una settimana di ricovero e un intervento al cuore sarebbe il caso che per un po’ stesse tranquillino. Certo, lui è giovane e famoso ed è inevitabile che raccolga intorno a sé l’attenzione di tante persone e di tanti giornalisti“.

Le manifestazioni di affetto a Cassano continuano con la maglietta ”Forza Cassano” indossata dal Real Madrid e con una valanga di auguri da tutto il mondo. Tutto questo – giova ricordarlo – all’indirizzo di chi ricambiò l’affetto del Presidente della Samp Garrone nel modo che tutti ricordiamo).

Saputo Cassano in un letto d’ospedale, il mondo del calcio sembra avere un’improvvisa nostalgia delle sue cassanate. In realtà, lui ha già ricominciato a produrle. O meglio, non ha mai smesso.

 

LEGGI ANCHE:

Perché non credo più alla sindrome compartimentale di Materazzi

https://calcioparole.wordpress.com/2008/11/24/perche-non-credo-piu-alla-sindrome-compartimentale-di-materazzi/

Lettera aperta al Prof. Francesco Benazzo (Policlinico S. Matteo Pavia)

https://calcioparole.wordpress.com/2011/05/10/lettera-aperta-al-prof-francesco-benazzo-direttore-della-clinica-ortopedica-e-traumatologica-dell%E2%80%99universita-di-pavia-fondazione-irccs-policlinico-san-matteo/

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ENIGMA CASSANO: I MEDICI DEL POLICLINICO DI MILANO SI ECLISSANO

Posted by ladycalcio su mercoledì, novembre 2, 2011

AC Milan, in base ai rapporti medici del Policlinico di Milano,comunica che Antonio Cassano ha manifestato una sofferenza cerebrale su base ischemica” (…) causata  da “ un forame ovale pervio cardiaco interatriale”.

Il bollettino medico sulle condizioni di Fantantonio, ricoverato appunto presso il Policlinico di Milano da sabato notte, era “overdue”. D’accordo il rispetto della privacy. Non stiamo parlando di un infortunio sportivo occorso a un personaggio pubblico sui campi di gioco, bensì di un problema di salute delicato, potenzialmente invalidante, che riguarda l’uomo Cassano. Tuttavia, la mancanza di un brandello di ufficialità sulle condizioni dell’attaccante rossonero per ben tre giorni e mezzo, aveva dato vita a preoccupazioni, indiscrezioni, illazioni e sospetti (basti leggere, sui forum in Rete, la convinzione pressoché unanime sulle cause del malore).

COS’È IL FORAME OVALE PERVIO

Il forame ovale pervio (Pfo) è un’anomalia cardiaca consistente nella “comunicazion” fra i due atri  del cuore. Essa è dovuta alla mancata chiusura, dopo la nascita, della valvola del forame ovale (la valvola cardiaca che regola il flusso del sangue durante la vita prenatale). In parole povere: fra i due atri del cuore, che nella vita postnatale non dovrebbero essere “comunicanti” ( in quanto separati dal setto interatriale), rimane una fessura, che consente il passaggio del sangue dall’atrio destro a quello sinistro, con il rischio che un eventuale coagulo presente nel sangue stesso possa essere causa di ischemia o embolia.

MA NESSUNO HA FATTO NOTARE CHE….

… finora, al contrario di quanto avviene in questi casi, nessun medico del Policlinico si è presentato al pubblico e ai mass media. Assistiamo solitamente alla proclamazione del bollettino medico da parte del professore di turno; non di rado, compiaciuto del proprio momento di gloria. Ebbene: nel caso di Cassano, a emettere una comunicazione ufficiale dopo tre giorni e mezzo di imbarazzante silenzio è stata la Società rossonera, iniziando con “AC Milan, in base ai rapporti medici del Policlinico di Milano” e terminando con “AC Milan ringrazia sentitamente le strutture del Policlinico di Milano per quanto stanno facendo con grande tempestività e professionalità”. Il tutto – si noti – senza citare uno straccio di nome fra quelli degli specialisti che si stanno prendendo cura del suo giocatore. Persino il Primario del Reparto di Neurologia del Policlinico rimane anonimo. Vi sembra normale?

ALTRE CONTRADDIZIONI

Nel comunicato, ci si affretta a precisare che il problema era “evidenziabile solo con sofisticati esami specialistici” e che “ gli esami strumentali e neuroradiologici hanno richiesto 72 ore per il loro svolgimento”. Strano. Il forame ovale pervio si riscontra – fra l’altro tramite ecocardiografia – in una discreta percentuale della popolazione, pur rimanendo asintomatico nella maggioranza dei casi. Ma i test di idoneità alla pratica agonistica a cui vengono sottoposti i calciatori professionisti, ripetuti annualmente, avrebbero dovuto fare emergere da tempo l’anomalia cardiaca presente in Cassano e conseguentemente, dopo il malore, indirizzare i sanitari alla corretta diagnosi in un tempo inferiore ai… 3 giorni e oltre!

GATTUSO, CASSANO…

Quella che affligge Cassano è la 2^ patologia grave che colpisce un giocatore del Milan nel giro di pochi giorni. Peraltro, anche il problema agli occhi che affligge Rino Gattuso è stato reso noto con notevole ritardo, dopo che “Ringhio” aveva visto in campo 4 Ibrahimovic 😯 .

HOSPITAL PARTY 8)

Le condizioni cliniche (di Cassano, ndr) sono buone”, ci fa sapere il Milan. Lo ripetono, con enfasi decisamente esagerata e innaturale, tutti coloro che si sarebbero recati in visita al fantasista rossonero. Uso il condizionale, sconcertata dalla vera a propria processione di persone che i mass media ci hanno mostrato entrare al Policlinico e che, ufficialmente, si sarebbero intrattenute a lungo con il giocatore. Facendo quattro conti, questi sarebbe stato impegnato a ricevere visite per ore e ore, laddove per pazienti nelle sue condizioni vengono solitamente ammessi al capezzale del malato solo i familiari più stretti (più, nel caso di un calciatore, il medico sociale e uno-due rappresentanti della società)

A sentire compagni e colleghi, Antonio camminerebbe per i corridoi, scherzerebbe, sarebbe allegro e sereno quasi come se niente fosse accaduto. Ci manca solo che ci raccontino di essere stati ricevuti con un maxirinfresco organizzato in corsia al ritmo di una compilation da disco-party.

ACmilan.com riferisce della “sofferenza di un’area cerebrale circoscritta, che non ha determinato deficit neurologici persistenti”, di “condizioni cliniche che sono buone” e di “un piccolo intervento di cardiologia interventistica (chiusura del forame ovale)”, dopo il quale Cassano potrà ritornare in campo nel giro di qualche mese.

In bocca al lupo, Antonio, che sia effettivamente così.

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