CALCIO E PAROLE

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La Germania piange Robert Enke

Posted by ladycalcio su giovedì, novembre 12, 2009

“You’ll never walk alone. Robert Enke invece, ha terminato il suo percorso da solo, nel buio che lo circondava e che doveva essere anche dentro di lui”. Queste le parole con le quali Margot Käßmann, vescovo-donna della Chiesa Luterana di Hannover, ha commentato ieri il suicidio del portiere dell’Hannover 69 durante una funzione tenutasi nella Marktkirche, nell’omonima città, davanti a giocatori, esponenti del calcio tedesco e tifosi. “Una persona che ha avuto grande valore per molti giovani e molti adulti, un modello, un portatore di speranza”, ha proseguito il prelato.

A fendere il buio della notte e dell’anima, non i riflettori dello stadio, ma le luci blu delle auto della Polizia e dei Vigili del Fuoco intervenuti sulla linea ferroviaria Brema-Hannover, teatro del disperato gesto del 32enne estremo difensore degli anseatici.

Avrete già letto della tragedia, consumatasi la sera del 10 novembre ad un passaggio a livello in località Eilvese, nei pressi di Hannover, a soli 2 km e mezzo dall’abitazione del giocatore e poco lontano dalla tomba della figlioletta che aveva perso nel 2006.

Secondo quanto riferito da Stefan Wittke, portavoce della Polizia di Hannover, Enke avrebbe abbandonato il suo fuoristrada Mercedes, senza neppure chiuderlo, a pochi metri dalla ferrovia, lasciando il portafoglio sul sedile accanto a quello del guidatore. Si sarebbe poi incamminato sui binari percorrendo diverse centinaia di metri, prima di venire travolto e ucciso dall’espresso RE 4427”. I due conducenti del locomotore avrebbero dichiarato di aver notato una persona sui binari e di aver immediatamente azionato il freno d’emergenza. Invano, dato che i convogli, in quel tratto, viaggiano a 160 Km/h.

“Freitod“. La chiamano così, i tedeschi. Letteralmente: “morte per libera scelta”. È questa la parola che imperversa ora in Germania per designare il suicidio premeditato di Enke, programmato con tale cura da ingannare persino il Dott. Valentin Markser, lo psicoterapeuta presso il quale il calciatore era da lungo tempo in cura. Enke – lo si è saputo soltanto ora – soffriva infatti di gravi crisi depressive (riacutizzatesi dopo i problemi fisici della scorsa estate e la perdita del posto in Nazionale), ma per anni aveva rifiutato ostinatamente il ricovero per proteggere la sua vita privata, nel timore “di perdere tutto”: il calcio, la stima della gente e soprattutto Leila, la bambina di otto mesi che aveva adottato nel maggio scorso dopo aver perso la figlioletta Lara, venuta al mondo affetta da sindrome di sinistra ipoplastica, una gravissima malformazione cardiaca che nel 2006, dopo tre interventi chirurgici al cuore, l’aveva portata alla morte. Un caso che aveva commosso tutta la Germania e messo in luce la grande forza d’animo di Enke, ma che evidentemente, l’aveva minato interiormente.

Amatissimo e molto impegnato socialmente, Robert Enke era stato un esempio di coraggio e un punto di riferimento per tutti coloro che, nella vita, subiscono destini atroci. Lo ricordo parlare in TV del suo dramma, ringraziare i tifosi per l’affetto tributatogli  con una miriade di lettere e proporsi di rispondere personalmente a tutti. Se la forza d’animo, l’umanità e la sensibilità potevano avere un volto, questo era il volto di Robert Enke. È parere unanime che nulla possa spiegare l’abbandono della giovane moglie e della figlioletta che questo ragazzo dal cuore d’oro tanto amava al di fuori della terribile malattia che lo affliggeva. Così come l’improvviso separarsi dai fedeli otto cani che  il suo grande amore  per gli animali gli aveva fatto adottare in Spagna e Portogallo lo scorso settembre.

Se da un lato l’atroce notizia di martedì sera mi lascia incredula e sgomenta, dall’altra rafforza una mia radicata convinzione: quante miserie e debolezze dietro alla facciata di gloria e onnipotenza dei gladiatori che calcano le arene del calcio!

In una lettera d’addio, Enke si scusa per l’”inganno”messo in atto consapevolmente, necessario per portare a compimento il suo piano di lucida follia. L’ha rivelato lo stesso Dott.Markser, visibilmente scosso, nel corso di una conferenza stampa. Il pomeriggio stesso del suicidio, Enke aveva infatti telefonato al primario della clinica presso cui era in cura ambulatorialmente, dicendo di sentirsi molto meglio e di voler per questo sospendere tutte le terapie previste per le settimane successive. Il folle proposito, curato nei minimi dettagli anche verso l’esterno (ostentando tranquillità e sicurezza),era di non far minimamente sospettare ai medici di trovarsi sull’orlo del suicidio, in modo da evitare il ricovero coatto che tanto temeva. Purtroppo, Enke è riuscito nell’assurda “parata”, trasformatasi in un tragico autogoal. Come è emerso soltanto ieri, delle sue reali condizioni erano a conoscenza soltanto il procuratore Jörg Neblung e la moglie Teresa, che addirittura lo accompagnava giornalmente agli allenamenti.

Non è stato purtroppo così martedì. Quel giorno, a quanto sembra, Enke avrebbe simulato l’impegno di un inesistente allenamento pomeridiano con la squadra per far perdere le tracce di sé.  Constatata la sua assenza sul campo, moglie e procuratore avevano allarmato immediatamente la Polizia. Il numero 1 dell‘Hannover 69 era stato notato per l’ultima volta ad un distributore di benzina a Neustadt-Hagen. Il resto, è cronaca nerissima.

È toccato a Oliver Bierhoff l’ingrato compito di comunicare la terribile notizia alla squadra, riunita a cena in vista dell’amichevole  contro il Cile (annullata poco dopo). Il manager della Germania lo racconta con la voce rotta dal pianto. Lasciato l’hotel „Kameha Grand“ di Bonn, sede del ritiro, i giocatori tedeschi si sono recati alla funzione religiosa presso la Marktkirche per commemorare il compagno scomparso. “Sono totalmente choccato, totalmente svuotato”, ha dichiarato il ct della Germania Joachim Löw.

Il cordoglio dei tifosi. Lumini, sciarpe, fotografie: è il tributo dei tifosi sul luogo dell’accaduto, davanti alla sede dell’Hannover e fuori dall’AWDArena, raggiunta ieri sera da un corteo spontaneo di oltre 35.000 sostenitori in un silenzio che la TV tedesca ha definito “spettrale”. E poi nuovi gruppi su Facebook,  fra i quali il più numeroso, mercoledì mattina, vantava già oltre 14.500 membri. Per non parlare dei messaggi di cordoglio che giungono sul sito ufficiale del giocatore al ritmo di una decina al minuto. Vi ricorre una domanda: “Perché?”

I mass media. Speciali TV con messa in onda di immagini, interviste e conferenze stampa. La più commovente è stata quella della moglie Teresa, che con grande coraggio ha rotto il silenzio su un tema considerato tabù: la depressione. Parole liberatorie di chi per anni ha condiviso in silenzio la malattia e l’angoscia, la paura di fallire e la disperazione: “La difficoltà maggiore era non mostrarle in pubblico. Questa era la sua volontà, per paura di perdere tutto. Vista a posteriori, è stata una pazzia”. Prosegue la Sig.ra Teresa: „Insieme ne abbiamo superate tante (..) E poi la morte di Lara, che ci ha uniti ancor di più. Pensavamo di poter superare tutto con l’amore, ma non ce l’abbiamo fatta.“

Visibilmente sotto choc, il Dott. Merkser afferma che Enke “ha sempre collaborato attivamente alle cure. Considerava l’allenamento e le partite come l’attività più importante per la sua autostima”. Con questo pretesto, tuttavia, continuava a rifiutare il ricovero.

“C’è sempre una via d’uscita”. A parlare è ancora Teresa Enke: “Non voleva (farsi ricoverare, ndr) per paura che la cosa venisse fuori. Aveva paura di perdere tutto. Quando invece ci sarebbe stata una soluzione per tutto.“

Con il passare delle ore, emergono risvolti della vicenda sempre più raccapriccianti. Christoph Daum, allenatore di Enke al Fenerbahce per pochi giorni (il portiere aveva rescisso il contratto dopo una sola partita), racconta all’”Express” di “psicofarmaci pesanti” e di una confidenza fattagli dal giocatore “che non svelerò mai”. Il risvolto più agghiacciante: bild.de riferisce che lunedì, ad Hannover, Enke aveva visitato…. un’esposizione di cadaveri! No, non è uno scherzo, purtroppo. Si tratta della mostra anatomica“Echte Körper, von den Toten lernen” (corpi veri, imparare dai morti), in svolgimento sul settore dell’Expo, che prevede l’esposizione di sei corpi di adulti, provenienti da donatori volontari, e di un feto, più circa 400 parti umane sezionate,  appositamente conservate ed esposte in vetrinette, fra cui una testa dalla quale fuoriescono le vene del collo (oltre a tanti altri orrori che preferisco omettere) . Il tutto, a “scopo didattico” e di “confronto con la morte”, con tanto di commissione etica. Lasciatemi dire senza mezzi termini che ritengo fuori di testa chi ha organizzato tutto questo – e ancor più chi vi porta in visita i bambini (!) – e che tale metodo di “confrontarsi con la morte” mi sembra assolutamente controindicato per una persona che già soffre di depressione con istinti suicidi!

Domenica mattina, la bara di Robert Enke verrà portata sul campo dell’AWD-Arena, dove si svolgerà una cerimonia commemorativa. Infine, il giocatore verrà sepolto, in forma strettamente privata, nel cimitero di Empede, presso Neustadt, dove già giace il corpo della piccola Lara.

E mentre l’Hannover 96 fa sapere che la maglia numero 1 non verrà mai più assegnata, la morte di Enke riporta alle cronache la depressione nel calcio, che affliggerebbe molti più giocatori di quanto non si pensi (celebre, in Germania, il caso dell’ex-centrocampista del Bayern Sebastian Deisler). “Il calcio tedesco deve trovare le risposte ai perché giovani atleti ritenuti idoli possano ritrovarsi in simili situazioni”, ha esortato il presidente federale Theo Zwanziger.  Il caso Enke ha infatti un tragico precedente: quello dell’attaccante del Mainz 05 Guido Erhard, che dopo un lungo ricovero per depressione in un istituto psichiatrico di Mannheim e un tentato suicidio, nel febbraio 2002  si tolse la vita gettandosi sotto un intercity alla stazione di Offenbach. Urge dunque evitare che si inneschi un effetto emulazione.

Se è vero che oltre il 10 % dei depressi gravi finisce per commettere suicidio, penso che sarebbe ora di infrangere un tabu che non ha ragione d’essere: in quanto malattia, la depressione non è una vergogna da nascondere.  Neppure se a soffrirne è un idolo degli stadi.  Che la tragica morte di Enke abbia almeno un senso e uno scopo: evitare ad altri la stessa sorte.  Né posso esimermi da una banale considerazione: se la legittima volontà del giocatore era di non far trapelare all’esterno il suo delicatissimo problema, non si sarebbe potuto ricoverarlo camuffando  la depressione dietro a una patologia fisica? Sapeste quanti  atleti di spicco e VIP ricorrono a questo escamotage…

Restano un grande vuoto, tante domande e poche risposte.  L’interrogativo più ovvio è: “possibile che nessuno si fosse accorto di nulla”? I compagni, i dirigenti dell’Hannover 69… Ma vengo al  paradosso più assurdo: il padre di Robert,  svolge la professione di psicoterapeuta a Jena!

Resta poi quella frase sibillina che Enke aveva pronunciato recentemente, e che ora, alla luce dell’accaduto, assume il sapore di un presagio:  “Ne ho passate tantissime, a livello professionale e privato. Non so se vi sia qualcuno che dirige la nostra vita, ma per quanto mi risulta, non si può cambiarla”.

Domenica sera, due giorni prima di togliersi la vita, Enke era sceso in campo contro l’Amburgo nel posticipo della Bundesliga.  Una foto su Bild online lo ritrae a fine partita, mentre, sorridente come sempre, saluta i tifosi accalcati lungo le recinzioni. La domanda sorge spontanea: si è trattato di un consapevole ultimo saluto? Qualcuno si chiede se la causa scatenante possa essere stata la non convocazione in Nazionale (di cui aveva da poco appreso) conferma del sogno sfumato di partecipare ai Mondiali 2010.

Ma personalmente, ho un dubbio ancor più inquietante che è quasi una certezza: che il calcio, dietro la sua sfavillante facciata, ci nasconda altri Enke.

Avevo seguito con particolare assiduità Enke ai tempi del Borussia Mönchengladbach: rivedo il coraggioso portierino ventenne in lotta contro i siluri forieri dell’inesorabile retrocessione. La sua fine così tragica mi addolora profondamente.  È durissima immaginare che l’idolo raggiante che soltanto domenica sera si trovava sotto i riflettori, acclamato dalla folla, possa essere lo stesso uomo disperato che due sere dopo, a soli 32 anni e con chissà quali fantasmi nella testa, ha cercato il buio, la solitudine e la fine camminando sui binari della morte.

Nei miei pensieri,  preferisco fare un buio consapevole sulla sua ultima folle uscita e ricordarlo come fino a domenica sera l’avevo visto: sul campo di gioco, a difendere la porta.

Servus, Robert. (Ciao, Robert)

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15 Risposte to “La Germania piange Robert Enke”

  1. Paoletta said

    È una storia che fa tremare e che lascia senza parole. Nessuno sapeva nulla? Ma possibile? I compagni, gli amici… non si sa che dire, si resta sbigottiti e senza parole.

  2. Andrea84 said

    La depressione non è un fenomeno limitato al calcio, però mi chiedo se quel mondo falso in cui vivono i giocatori non possa accentuarlo. Nessuno sapeva? Non ci credo.

  3. The Night Rider said

    Innanzitutto complimenti per l’articolo, ricchissimo di particolari e retroscena che non avevo appreso dai mass media italiani. L’epilogo della storia è semplicemente allucinante.

  4. Riccardo said

    Ma i medici, dico io! Il padre psicoterapeuta? Va bene “imbrogliare” dei comuni mortali, ma possibile che lo specialista non abbia colto neanche un minimo segnale da parte di un paziente sull’orlo del suicidio? Lo psichiatra non si teneva in contatto con la moglie, non ha verificato se Enke stesse veramente meglio? Non sarebbe stato il caso di farle subito una telefonata? Non si è insospettito quando si è visto annullare di colpo tutti gli appuntamenti?

  5. Petra said

    Rest in peace.

  6. Günther said

    Robert, Du wirst immer in unseren Herzen bleiben!

  7. Jack90 said

    Uno che prima di suicidarsi si ferma a far benzina, qualche segnale premonitore doveva averlo dato…

  8. Sandro da Vigevano said

    È l’articolo più esauriente e dettagliato che ho letto sulla triste vicenda. La maglia numero uno per il calcio tedesco spetta come sempre a te!

  9. Frank said

    Mi auguro che questo bellissimo articolo venga letto da certi calciatori. Dovrebbero
    ragionarci “dentro”.

  10. Angelillo said

    Ricordo tanti calciatori finiti male, primo fra tutti il grande Skoglund. Anche allora ci si pose la stessa domanda: possibile che quel derelitto ucciso dall’alcool e l’eroe biondo della grande Inter fossero la stessa persona?

  11. Priamo said

    Pazzesco, da parte della moglie, tener nascosto tutto.

  12. Ingeborg said

    Werde Dich nie vergessen. Du warst ein Vorbild als Sportler und als Mensch. Alle Fußball-Fans werden Dich schmerzlich vermissen.

  13. Bordon 1971 said

    Hai messo in guardia giustamente dallo spirito di emulazione, che potrebbe riguardare non solo i calciatori, ma anche i tifosi e la gente comune. Altri potenziali Enke? Si è già fatto avanti Adriano…

  14. Alpha89 said

    L’avevo visto giocare alcune volte nella Nazionale tedesca e mi era sembrato un buon portiere sicuro nelle uscite. Questo episodio doloroso fa capire quanta differenza passi tra come i campioni ci appaiono nello sport e come sono dentro.

  15. Titti91 said

    Mi unisco al dolore dei giocatori e dei tifosi tedeschi.

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