CALCIO E PAROLE

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Archive for settembre 2008

MOURINHO RESUSCITA IL MILAN

Posted by ladycalcio su lunedì, settembre 29, 2008

“Rilassarsi senza confini”: questo l’invito dello sponsor sullo schienale di José Mourinho in panchina ieri sera. Impossibile, per “Mou”, metterlo in pratica fra i tormenti del derby. “Loro hanno segnato un goal, noi no”, riassume il tecnico nerazzurro su Sky visibilmente teso.

Un’analisi che sa di semplicistico. In tutta onestà, credo che la sconfitta dei nerazzurri nel derby sia da imputare essenzialmente all’approccio tattico errato: l’Inter è insolitamente lenta e impacciata, incapace di sfruttare le sue stesse qualità. Aspetta, non corre. Così facendo, fa il gioco del Milan, che appare più grintoso e incisivo e preme sui cugini attendisti.

La squadra nerazzurra è in chiara difficoltà tattica a prescindere dai mutamenti di modulo operati da Mourinho: parte da un 4-3-3 d’assalto iniziale che sfuma via via in un 4-5-1, in un 4-2-3-1 e in un 3-2-3-2, ma la partita non cambia volto. Gli attaccanti continuano ad essere imbrigliati dai difensori rossoneri; la fascia più problematica è la sinistra, quella di Quaresma, che non appare ancora affiatato con i compagni. Ma neppure Mancini, sulla destra, riesce ad infrangere la difesa avversaria. Ibra spreca, il centrocampo non ce la fa a spezzare il ritmo.

La tattica suicida di Mourinho resuscita Seedorf e Ronaldinho, mentre Abbiati giganteggia in area acchiappando più palloni che nell’intero campionato.

Più concreto il Milan, compatto al centrocampo in virtù del modulo ad albero di Natale. Toglie i rifornimenti alle punte nerazzurre, riparte veloce, non si lascia aggredire dall’Inter. Ha nel redivivo Seedorf, faro centrale rossonero, il perno del proprio gioco. E l’Inter, che non riesce a neutralizzarlo, si trova schiacciata nelle linee.

La Beneamata è tutt’altro che esaltante. The Special One impiega un’ora per capire che così non va, opera dei cambi ma compromette ancor di più la situazione, sbilanciando all’inverosimile in avanti i suoi uomini: sacrifica Materazzi per Cruz, ma è pessimo profeta: infatti, con l’espulsione di Burdisso, si ritrova senza difensori centrali. L’Inter finisce con un arrembaggio sterile in 10 uomini, sfavorita persino dai rimpalli. Un bel regalo di compleanno per Berlusconi, non c’è che dire…

Il duello tattico fra i mister, insomma, è chiaro appannaggio di Ancelotti. Eloquente il titolo della colonna di Renato Vassallo su “Il Giorno”: “Per Mourinho un pediluvio di grande umiltà”. Eloquente anche il testo: “L’antipatico portoghese deve darsi una regolata. Non sarà un pirla, come crede, ma sicuramente un umano come tutti”.

Il fischietto Morganti ci mette del suo: lascia che Gattuso picchi gli avversari per tutta la partita, ma estrae il giallo ancor prima che Zanetti gli si rivolga di diritto nelle vesti di Capitano. Ma soprattutto, riapre la piaga dei rossi “allegri” contro l’Inter cacciando Burdisso e Materazzi (dalla panchina), che sommati a Muntari in Inter-Catania fanno 3 espulsi in 5 gare di Campionato. Inutile, invece, recriminare sul fuorigioco millimetrico di Kakà sul goal di Ronaldinho: il Milan merita la vittoria.

StudioSport (Mediaset), nel miglior stile rossonero, dà immediatamente un colpo di spugna alle poche critiche sensate finora avanzate al Milan. Giancarlo Gherarducci: “C’è da fare un falò di tutto quello che si è detto e scritto per settimane”. Poi, riesuma il confronto vincente di Ancelotti contro Mourinho di 5 anni fa nella Supercoppa Europea Milan-Porto (cross di Rui Costa e testa di Shevcenko), mentre il suo collega Carlo Pellegatti ripropone addirittura lo stacco di Hatley su Collovati del 28 ottobre ’84 come fotocopia di quello di Ronaldinho su Cambiasso.

Le danze, stavolta, le conduce il Milan di Ronaldinho. Riassume bene il concetto Ibrahimovc: “Siamo più forti, ma non sempre i più forti vincono”. Soprattutto quando si affossano da soli.

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JAVIER ZANETTI: IL CAPITANO È A QUOTA 600

Posted by ladycalcio su venerdì, settembre 26, 2008

È mancato il pubblico delle grandi occasioni, ma non certo l’affetto dei sostenitori nerazzurri. Inter-Lecce di mercoledì sera è stata la 600° partita ufficiale di Javier Zanetti con la maglia dell’Inter. Davanti a lui, soltanto Beppe Bergomi (a quota 758) e Giacinto Facchetti (634).

Prima del fischio d’inizio, con al braccio una fascia che riportava i nomi di tutte le squadre incontrate in nerazzurro, il Capitano è stato premiato con un vassoio d’argento consegnatogli dal compagno Ivan Ramiro Cordoba, in una cornice di striscioni festosi: “600 partite e un grande cuore… grazie Capitano”, recitava quello della Curva Nord. Un altro, “Ti te dominet Milan” (“Tu domini Milano”, ndr.) riprendeva il testo di “O mia bela Madunina“. E proprio in cima al Duomo di Milano, sotto la guglia della Madonnina, Zanetti si è fatto immortalare insieme a Massimo Moratti con la maglia numero 600.

Ieri pomeriggio, Inter Channel gli ha dedicato un lungo e appassionante speciale dal titolo “Capitan 600”, apertosi con una conferenza stampa durante la quale “il Capitano” ha mostrato le fasce più gloriose indossate durante la sua militanza in nerazzurro: oltre a quelle della 100°, 200°, 300°, 400° e 500° partita (Inter-Bayern del 2006), il numero 4 dell’Inter ha esibito ai giornalisti presenti  anche alcune fasce dedicate, come quelle in ricordo di “Prisco, l’Alpino Interista” e di Giacinto Facchetti; quelle da cui, ha affermato, non si separerebbe mai.

Giunto alla 14° stagione in nerazzurro, “Pupi” Zanetti, proveniente dalla piccola compagine argentina del Banfield, ha vestito 600 volte la maglia della Beneamata (per ben 352 volte nelle vesti di Capitano), disputando 433 incontri di Campionato, 112 di Coppe Europee e 55 di Coppa Italia/Supercoppa e vincendo 3 Scudetti, 2 Coppe Italia, 3 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Uefa. Il “Capitano del Centanario” è stato inoltre insignito del Pallone d’Argento, del Premio alla Lealtà Sportiva e, per ben 6 volte, del “Premio Gentleman”.

Lo Special, proseguito con Zanetti in studio ospite di Roberto Scarpini e di Edoardo Caldara, ne ha ripercorso tutte le stagioni e le reti in nerazzurro, da quel primo goal segnato alla Cremonese al rigore vincente nella Supercoppa Italiana dello scorso agosto. Ed ecco susseguirsi le formazioni di 14 stagioni. “Quanti compagni!”, ha esclamato commosso Zanetti. E quanti messaggi d’affetto da parte dei tifosi.

È inossidabile, il 35enne Capitano. “Io sono uno che tiene molto al lavoro”, ha detto, come conferma la smagliante condizione fisica. Mi piace osservarlo nello stretching del pre-partita, snodato e accurato negli esercizi come pochi suoi colleghi.

Auguri, Capitano, e ancora 600, 1000, un milione di partite in nerazzurro!

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Difesa alta: Mourinho, occhio al Werder!

Posted by ladycalcio su domenica, settembre 21, 2008

Altro che Oktoberfest! Alla quinta giornata della Bundesliga, l’ubriacatura il Bayern la prende sul proprio campo, dove si vede rifilare un incredibile 5-2 dal Werder Brema (dopo essere andato in svantaggio per 0-5).

5 pappine maturate essenzialmente dagli errori di posizione della difesa a 3 voluta da Klinsmann: alta, impacciata e più volte sul filo di un improbabile fuorigioco.

Le reti del Werder, prossimo avversario dell’Inter in Champions League, si sviluppano da veloci verticalizzazioni dal settore centrale del campo, sia sotto forma di lanci lunghi a cercare i cross al centro da parte degli esterni, sia con pericolose incursioni che bruciano sul tempo Lucio, Van Buyten & Co., storditi e dribblati come birilli.

Da parte del Bayern, penalizzato dalle svirgolate di Toni, il passaggio dal 3-5-2 iniziale a un più consono 4-4-2 non serve ad arginare la piena delle rapide ripartenze degli anseatici, abilissimi anche nello sfruttare i calci piazzati e le mischie sotto porta.

Un monito per José Mourinho, molto “allegro” nella sua concezione di difesa alta: un assetto difensivo quanto mai a rischio in vista dei passaggi in profondità del Brema, dimostratosi molto abile nel nel saltare le linee difensive con inserimenti repentini.

Il pericolo, appunto, è che il tecnico Thomas Schaaf  “prenda le misure” all’Inter nei frequenti sbilanciamenti in avanti che lasciano l’area vuota, come si è potuto osservare ripetutamente nelle prime partite della stagione. Ma il Werder non è il Catania e così facendo, i suoi avanti rischiano di trovarsi soli davanti a Julio Cesar…

“Non bisogna cercare scuse; abbiamo preso una sonora batosta”, ha amesso Klinsmann, imbronciato per la sconfitta più pesante subita dai bavaresi all’Allianz Arena. Misterioso, per contro, il suo collega. Ospite della più popolare trasmissione calcistica TV del sabato sera, Schaaf ha lasciato intendere di aver operato alcuni cambiamenti tecnici chiave in grado di trasformare la sua squadra, che in Champions League contro l’Anorthosis Famagosta era rimasta a secco di reti, in una macchina da goal. Fondamentale, a suo dire, la scelta degli uomini in rapporto all’avversario.

Un aspetto che vale anche per l’Inter dai due volti vista contro il Torino, brillante fino alla permanenza in campo di Adriano e Mancini, ottimi nell’impedire l’avanzata dei granata sulle fasce, ma vittima degli arrembaggi avversari dopo l’entrata in campo di Balotelli e Quaresma.

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L’UOMO RAGNO CADE NELLA RAGNATELA DELL’INTER

Posted by ladycalcio su martedì, settembre 16, 2008

La prima casalinga dell’Inter rimarrà nei ricordi per il gradito ritorno di Walter Zenga, indimenticata saracinesca nerazzurra, e per l’esordio di Quaresma.

Il pubblico accoglie con affetto l’Uomo Ragno, ora alla guida del Catania, sbizzarrendosi in cori e striscioni. “La Curva non dimentica i suoi eroi: Walter Zenga uno di noi” recita quello della Nord, completato da “W 1 Z” . Poi i fiori, l’abbraccio a Capitan Zanetti e una lezione di signorilità, da parte di Walterone, nel non raccogliere le meschine dichiarazioni di superiorità di “The Special One”.

L’Inter vince meritatamente, ma “Mou” è lungi dall’aver risolto tutti i suoi problemi. La prima impressione “a fior di pelle” è che i giocatori siano frastornati dal suo metodo, dai nuovi schemi e dall’incessante movimento che implicano.

Dal punto di vista tecnico, confermo l’impressione già avuta in Supercoppa: quella di una squadra eccessivamente corta e sbilanciata in avanti (sui calci piazzati in area avversaria, l’ultimo uomo è arrivato a trovarsi a 2/3 circa della metà campo del Catania).

E se la difesa esce promossa dall’incontro, non altrettanto dicasi del centrocampo (pur considerando l’inserimento tardivo di Zanetti e Cambiasso, reduci dall’impegno con la Nazionale argentina) e soprattutto dell’attacco, condizionato dagli errori di Ibrahimovic.

In parte illusorio anche il tanto sbandierato 4-3-3, con cui Mourinho si diverte forse a gettarci un po’ di fumo negli occhi: Quaresma delizia con i suoi tocchi di classe ma deve ancora inserirsi negli schemi, la manovra è spesso viziata dai troppi palleggi e passaggi, i rifornimenti alle punte appaiono troppo prevedibili. D’altronde, la difesa alta e le linee dei reparti “schiacciate” rendono più difficile diversificare l’offensiva con lanci lunghi e cross. La trame dell’Inter riescono pur sempre a imbrigliare il Catania di Zenga; tuttavia, il punto di domanda sulla loro efficacia rimane, in attesa delle avversarie di caratura internazionale.

Decisamente fuori luogo le allusioni di stampa e TV, subito pronte a mettere in dubbio la regolarità della vittoria nerazzurra. La deviazione del 2-1 da parte di Terlizzi è goal, poiché il pallone supera interametne la linea bianca. In questo senso, anziché inscenare le solite polemiche ad arte, basterebbe posizionare una telecamera in linea con la porta e, perché no, un bel “ragno” sopra di essa…

La prima casalinga ha purtroppo visto anche il primo rosso in casa nerazzurra: la manata di Muntari a Tedesco c’è, anche se sulla sceneggiata di quest’ultimo si può discutere…

Sull’altra sponda del Naviglio fa discutere la desolante prestazione dei camminatori rossoneri contro il Genoa, condita dalle sostituzioni dei “gioielli” Ronaldinho e Sheva e dal rigore causato da Capitan Maldini. E a nulla serve che “StudioSport” (Italia 1) delle ore 13.00 faccia slittare la figuraccia in terza notizia, deviando l’attenzione dei telespettatori sulla vittoria di Valentino Rossi a Indianapolis e su quella della Juve contro l’Udinese.

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Il telefonino di chi ama l’Inter

Posted by ladycalcio su domenica, settembre 14, 2008

Palcoscenico insolito per la presentazione di un nuovo telefono cellulare, la Pinetina ha fatto da cornice al lancio del Samsung SOUL I Love Inter, una riedizione di un modello top di gamma della casa coreana, dedicato ai tifosi nerazzurri.

Il Samsung Soul Inter è in sostanza una versione personalizzata del Samsung Soul U900 e porta in dote una cartella di contenuti esclusivi di F.C Internazionale: suonerie e sfondi originali, il logo “I love Inter” sul retro della scocca e tutte le novità sulla propria squadra del cuore accessibili dal pulsante Feed RSS del Magical Touch.

Tra le caratteristiche tecniche spiccano invece La fotocamera da 5 Megapixel e la presenza della connettività HSDPA per navigare ad alta velocità in Internet. Costerà 299 euro e potrà essere acquistato nei punti Unieuro.

Alla presentazione ufficiale, che ha preceduto l’abituale conferenza stampa del prepartita (l’Inter ha poi giocato e vinto 2-1 sabato sera contro il Catania), non poteva mancare José Mourinho:  lo “Special One” ha dato come al solito spettacolo. Lui, uomo Samsung fin dai tempi del Chelsea (il team inglese porta ancora oggi il prestigioso logo del gruppo sudcoreano sulle sue magliette), ha sottolineato l’importanza mondiale di un marchio come quello dell’Inter, che ha saputo unire negli anni prestigio, passione e grande senso dello sport.

Il Samsung SOUL Inter è un telefono emozionale, pensato per i tifosi che amano seguire in ogni momento la propria squadra” ha poi aggiunto Paolo Quindici, Sales and Marketing Director di Samsung Italia.

Mourinho, dal canto suo, si è limitato a sottolineare come di tecnologia se ne intenda poco ma che il telefono gli è piaciuto molto dal punto di vista del design oltre che dei contenuti, concludendo poi con un simpatico siparietto nel quale ha reclamato ben 10 telefoni, come premio per la sua presenza.
Poi, conclusa la parentesi hi-tech, si è tornati al calcio, con un Mourinho in splendida forma, che ha giocato e scherzato con i giornalisti senza concedere alcuna previsione sulla formazione del giorno dopo, se non per qualche giocatore – come Quaresma e Maicon – il cui impiego appariva scontato già alla vigilia.
E, a proposito di telefonini, Mourinho ha svelato un piccolo retroscena: quando  giocano le nazionali lui spera che non suoni mai. “Qualche giorno fa, erano le 21,30 ed è squillato. Prima di rispondere ho detto a mia moglie: si è fatto male qualcuno dei nostri! Infatti, quando ho risposto, Paolo (Viganò, direttore delle comunicazioni dell’Inter, n.d.r.) mi ha annunciato che Stankovich si era infortunato“.
Peccato solo che la giornata si sia conclusa senza poter assistere all’allenamento di rifinitura. Qui, il no di Mourinho è stato irremovibile. La seduta si è comunque svolta con un leggero defaticamento (molti titolati erano rientrati in giornata dagli impegni con le rispettive nazionali) e con la prova dei calci fermi, che ha visto come protagonista soprattutto Balotelli.

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KING KAHN, L’ADDIO DEL TITANO

Posted by ladycalcio su martedì, settembre 9, 2008

Mai fermarsi, sempre andare avanti”: questo il motto della sua carriera e della sua vita.

Ma il momento dell’addio al calcio giocato è giunto inesorabile anche per lui, Oliver Kahn, sceso in campo per l’ultima volta nelle file del Bayern a 39 anni, dopo quasi 21 di onorata carriera, in un’amichevole contro la Nazionale tedesca disputata il 2 settembre all’Allianz Arena di Monaco di Baviera davanti a 69.000 spettatori.

Il Bayern di Toni, Podolski e Oddo contro la nuova Germania di Marin, Fritz e Helmes. Mancano, sulla scena e sul campo, i vecchi gloriosi compagni: Capitan Effenberg, Mario Basler, Giovane Elber e il tecnico Ottmar Hitzfeld, presenti solo in tribuna.

Dirige l’incntoro Markus Merk, il dentista più famoso di Germania, anch’egli all’addio. Kahn entra in campo a squadre già schierate, accolto da un’ovazione.

Figlio d’arte (il padre Rolf aveva militato nel Karlsruhe), aveva iniziato la carriera come libero. Era divenuto portiere per caso, trovandosi a sostituire il numero uno infortunato della sua squadra. Fu Winfried Schäfer, l’allora tecnico del Karlsruhe, sua città natale, a farlo esordire in Bundesliga contro il Colonia nel novembre 1987. Un esordio sfortunato, conclusosi con un passivo di 4 reti.

Tenacia caratteriale e volontà di ferro: queste le caratteristiche che gli sono valse i soprannomi di King Kahn e di “Titan” (titano). “Nessuna forza può superare quella insita in noi stessi”, afferma. E ancora: “Credo di aver sempre mostrato agli spettatori passione, amore e volontà: le mie qualità migliori, che spero rimarranno legate al mio nome”.

L’acquisto di Kahn nella stagione 1994-95 costa al Bayern la cifra-record di 4,6 milioni di marchi (2,3 milioni di Euro). “Come si fa a spendere tutti quei soldi per un portiere?”, sbotterà il “Kaiser” Franz Beckenbauer in dialetto bavarese.

Ma Kahn non si rivela un portiere qualunque, bensì uno dei migliori numeri 1 al Mondo di tutti i tempi. Parlano i dati: 557 partite nella Bundesliga, 86 presenze nella nazionale tedesca e un ricco palmarès: eletto 3 volte miglior portiere del Mondo, Kahn ha vinto 8 campionati tedeschi, 6 Coppe di Germania, 6 Coppe di Lega tedesche, 1 Champions League (2001), 1 Coppa Intercontinentale (2001), 1 Coppa Uefa (‘96); con la Germania, è stato Campione Europeo ’96 e Vicecampione Mondiale 2002.

Ma sul campo, si è sempre distinto anche per alcuni atteggiamenti che i commentatori tedeschi definiscono eufemisticamente “eccessi emozionali”. Ed ecco la TV riproporne una gustosa carrellata: il “Vul-Kahn”  che morde il pallone, accenna a fare lo stesso con una guancia di Heiko Herrlich in un famoso incontro con il Borussia Dortmund, squadra contro cui si produce anche in un’uscita a gamba tesa in stile arti marziali valsagli l’appellativo di Kung-fu Kahn. E come non ricordare il guantone infilato nel naso a Miroslav Klose e il malvezzo di prendere per la collottola i suoi stessi difensori, con la variante di qualche avversario? Diviene così “Bananen-Olli”, l’”Oliver delle banane”, che i tifosi dell’Amburgo gli fanno fioccare copiose in area per sottolinearne i modi “da cavernicolo”.

Si sprecano gli aneddoti della lunga carriera. Freiburg, aprile 2000: Kahn, furibondo, si divincola trattenuto a stento dal Manager Hoeneß. Sanguina vistosamente dalla tempia sinistra dopo essere stato colpito da una pallina da golf lanciatagli contro da uno spettatore. Corre a bordo campo e la recupera al volo. Ironizzerà Mehmet Scholl, suo compagno di squadra: “Non para solo i palloni, ma anche le palline da golf”.

Amburgo, maggio 2001: Oliver Kahn corre a sradicare la bandierina del corner e si rotola sull’erba abbracciandola. Il Bayern è Campione di Germania dopo un lungo assedio in area avversaria e un pareggio allo scadere, quando il campionato già sembrava sicuro appannaggio dello Schalke 04. “Mai fermarsi, sempre andare avanti”, urla di gioia abbracciando Hitzfeld.

Il ricco pre-partita della seconda rete TV tedesca ZDF prevede interviste con numerosi volti noti del calcio. Del nostro campionato parlano Seedorf, Figo e Mourinho.

Poi, un servizio passa in rassegna le sue vittorie più esaltanti, prima fra tutte la Champions League 2001, conquistata a Milano ai calci di rigore nella finale contro il Valencia (parando 3 tiri dagli 11 metri), e le sue sconfitte più cocenti, fra cui quella nella finale di Champions League ’99, persa ai minuti di recupero contro il Manchester United, l’errore nella Finale Mondiale 2002, persa contro il Brasile, con la celebre immagine che lo ritrae sconsolato, seduto impietrito contro il palo della porta, e la relegazione a numero 2 dietro a Lehmann ai Mondiali casalinghi del 2006 da parte del ct Jürgen Klinsmann.

Fra i miei ricordi calcistici tengo cara una foto che mi immortala insieme ad Oliver Kahn. Ebbi l’occasione di scambiare due parole con lui proprio dopo i Mondiali 2006 e di osservarne da vicino il volto duro da gladiatore, segnato da mille battaglie, e lo sguardo fiero e un po’ torvo dei suoi occhi azzurro cielo. Ma il biondo portierone si illuminò di un sorriso compiaciuto non appena gli dissi di averlo sempre preferito a Lehmann nei mie scritti sulla rassegna iridata tedesca. Non mentivo.

Il Titano ha un rimpianto: quello di non essere mai riuscito a segnare un goal.Ci provò nel 2002 incaricandosi di un calcio di rigore contro l’Energie Cottbus, parato dal suo collega Piplica.

Nella partita d’addo, tutti danno per scontato il tanto atteso goal, che invece non arriva. Bayern- Germania termina 1-1 e l’ultimo a segnare contro Kahn è Piotr Trochowski. Il biondo numero 1 esce di scena al 75 minuto sulle note di Time To Say Goodbye, rimpiazzato da Michael Rensing, 24 anni, che raccoglie la sua eredità al Bayern.

Merk interrompe la partita per il lungo giro d’onore del Titano, che saluta lo stadio con una bandiera e una sciarpa del Bayern al collo. Poi, il discorso al pubblico: “Non so cosa dire… credo sia la cosa più grandiosa che ho vissuto in carriera” . “Oggi è stata l’apoteosi”, aggiunge ringraziando i sostenitori.

“Non sono il tipo che si mette a piangere”, aveva assicurato prima del match d’addio. E King Kahn, seppure con sforzi atroci, si dimostra di parola fino all’ultimo. Le lacrime, per contro, le versa copiosamente la tifoseria.

Il Titano lascia il terreno di gioco e sale la scalinata verso il tunnel degli spogliatoi, seguito dalla telecamera. Le immagini sono visibili sul maxischermo dello stadio, che ora è tutto un coro: “Olli, Olli!” . Il viso di Kahn è contratto, le lacrime trattenute a stento e rimandate, c’è da giurarlo, a più tardi, al primo momento di solitudine in cui sciogliersi liberamente in pianto lontano dall’occhio indiscreto della telecamera.

Soffre il telespettatore per lui. La telecamera lo segue fin negli spogliatoi: Olli si sfila i guantoni, beve un sorso e fa un sospiro, visibilmente commosso. “Non è più King Kahn, non è più il Titano”, commenta il telecronista tedesco, “è soltanto un uomo”.

Si slaccia le scarpette: “È finita”, sospira. Il coro dei 69.000 lo richiama fuori a gran voce e lui, dopo il fischio finale, ritorna sul campo. Si sprecano gli striscioni: “Danke Olli”, “Indimenticabile Olli”, “Olli ti vogliamo bene”, “Olli ci manchi già”, fino a “Oliver Kahn Forever Number One”, parafrasi del titolo dell’ex-inno del Bayern

Olli Kahn risale la scalinata: il gladiatore esce di scena vincitore su se stesso e sui suoi sentimenti. Rivelerà la sua sensazione più forte nel post-partita: era da sempre abituato, durante gli incontri, a sentire la tensione. Oggi, per la prima volta, non ha percepito alcuna tensione, ma solo l’affetto dei tifosi. “Un giorno che non dimenticherò mai”, ha scritto sul suo Sito Ufficiale.

Per il dopo-carriera, Kahn ha già assunto un impegno sociale nelle scuole, che visita per inculcare nei giovanissimi le giuste motivazioni, aiutandoli a combattere la violenza e la droga e offrendosi loro come supporto psicologico contro i problemi giovanili.

Negli ambienti del calcio tedesco si vocifera da tempo che sia destinato a subentrare a Uli Hoeneß come Manager del Bayern.

Ma all’atto dell’addio, Kahn già pensa a un nuovo esordio. Mai fermarsi, sempre andare avanti! Domani, 10 settembre, debutterà come opinionista della rete TV ZDF per commentare, da Helsinki, Finlandia-Germania.

Danke Olli, Auf Wiedersehen!

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BALANZONE SMASCHERA IL DIAVOLO ROSSONERO

Posted by ladycalcio su lunedì, settembre 1, 2008

Campagna acquisti stellare, “Trio delle Meraviglie” e tre Palloni d’Oro in prima linea: ci voleva il Dottor Balanzone, maschera bolognese, per smascherare le frottole del Diavolo meneghino e per diagnosticarne le “magagne”.

A dire il vero, il Club più titolato del Mondo qualche colpetto l’aveva già perso nel precampionato, culminato con le 5 pappine rimediate dal Chelsea e condito dalle batoste contro il Siviglia, il Manchester City e lo Sporting de Gijon, oltre che dallo 0 – 0 contro la Cremonese.

L’ultima sconfitta d’esordio dei rossoneri in campionato risaliva a 22 anni or sono (Milan-Ascoli 0-1 del 14 settembre 1986, goal di Barbuti). Certo, è presto per trarre delle conclusioni. Così come troppo presto la sponda rossonera del Naviglio aveva brindato, sabato sera, alla mancata vittoria dell’Inter di Mourinho a Genova.

La stessa facilità all’entusiasmo aveva illuso che il sorriso di Ronaldinho e il ritorno del mercenario Shevchenko potessero fungere da panacea per tutti i mali di una squadra in caduta libera. Non me ne vogliano gli appassionati rossoneri, ma lo sostengo sin da prima della fortunosa vittoria di Atene ’07, canto del cigno di una compagine già in netta parabola discendente: il Diavolo ha intrapreso da un bel pezzo il ritorno agli Inferi. Maestro dell’inganno, l’ha nascosto subdolamente abbagliando la schiera dei suoi irriducibili con lo scintillio degli ultimi ingannevoli trofei.

C’è chi queste cose non le vede e chi non le vuole vedere. “Non se l’aspettava nessuno”: queste le parole di Carlo Pellegatti nel suo servizio odierno a StudioSport (Italia 1). È anche il caso dei numerosi tifosi che hanno voluto illudersi sulle vere ragioni del ritorno di Sheva, accolto all’aeroporto come il Messia: un ritorno da panchinaro disperato a fronte dell’addio da mercenario che tutti ricordiamo.

O meglio: tutti, meno i tifosi rossoneri, che vuoi per la nota labilità di memoria, vuoi anch’essi per disperazione, hanno già dimenticato i “rancori insanabili” suscitati in loro dall’ucraino all’epoca dell’ignominioso abbandono.

E se il Dottor Balanzone è impotente contro tali amnesie, ha pur sempre messo sulla sua “balanza”, (la bilancia, appunto) le miserie rossonere, che toccano, ahimè, tutti i reparti: le papere di Kalac e Dida in porta, i “numeri” della difesa, la mancata intesa a centrocampo, la pochezza in fase di realizzazione. Balanzone si è così fatto giustizia sui troppi “camminatori” rossoneri che vagano per il campo, sui chiletti di troppo di Pato, sul vuoto lasciato da Kakà, punto di riferimento della squadra alle prese con un ginocchio che fa le bizze.

Pellegatti si consola tessendo le lodi di Ronaldinho, autore di “31 passaggi, 15 cross e 6 assist” -comunque non sufficienti per aver ragione, in casa propria, del Bologna – e afferma che “vedere giocare Ronaldinho regala le stesse emozioni di un parco di divertimenti”.

Buon divertimento, Milan!

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