CALCIO E PAROLE

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CALCIO E PAROLE COMPIE UN ANNO

Posted by seppio su lunedì, giugno 30, 2008

AUGURI

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MARCO MATERAZZI: IL RITORNO DEL GUERRIERO

Posted by ladycalcio su martedì, giugno 24, 2008

Calcio e Parole propone, eccezionalmente, un articolo tecnico e approfondito sulla tormentata stagione di Marco Materazzi. Originariamente destinato a una rivista di settore, il pezzo ha alle spalle una lunga e travagliata storia e, ancor prima della pubblicazione, ha suscitato reazioni forti e inaspettate. Forse, il bello della storia deve ancora venire…

Post scriptum del 9 maggio 2009: l’articolo seguente, originariamente inviato in regalo a Materazzi, suscitava, presso di lui, un’inspiegabile irrigidimento verso chi scrive. Nel chiedervi il perché, tenete presente che la versione del pezzo a lui inviata, risalente ai primi di maggio del 2008, non conteneva ancora il paragrafo sugli Europei ’08 e neppure i commenti sull’espulsione contro la Lazio in Tim Cup e su Inter-Siena (aggiunti come successivo aggiornamento). Dunque: come spiegare quella strana reazione?

DALLA LUCE DI UNA LAMPADINA DI 60 WATT AI RIFLETTORI DI SAN SIRO, DA GUARDALINEE DI BELLE SPERANZE A “TUTTI PAZZI PER MATERAZZI”

LA SUA SCHEDA

Marco Materazzi nasce a Lecce il 19 agosto 1973, dove la famiglia si è trasferita durante la militanza del padre Giuseppe nelle file dell’US Lecce.

Dopo le prime esperienze nei campionati minori (nel Messina in Serie B, nei dilettanti del Tor di Quinto, nel Marsala in Serie D e nel Trapani in C1), a 23 anni viene acquistato dal Perugia (Serie B), dove rimane fino alla stagione ’97-’98 con una parentesi in Serie C1 al Carpi. La squadra umbra segna il suo esordio profetico in Serie A, che avviene contro l’Inter il 2 febbraio 1997. Dopo la retrocessione dei perugini, nel ’98-’99 Materazzi si trasferisce in Inghilterra e indossa per un anno la divisa dell’Everton, collezionando 27 presenze e un goal. La stagione successiva fa ritorno per 2 campionati al Perugia neopromosso, dove nel 2000-01 mette a segno 12 reti in 30 partite, quota record fra i difensori italiani.

La sua consacrazione avviene in nerazzurro. L’Inter di Hector Cuper lo acquista nella stagione 2001-02 e lo fa esordire il 26.8.2001 proprio contro il Perugia (Inter-Perugia 4-1). Il campionato termina con la cocente delusione del 5 maggio, ma “Matrix” avrà ampiamente modo di rifarsi. La sua permanenza nella Beneamata, giunta alla 7° stagione, è un crescendo di emozioni, popolarità e successo. Inserito nella difesa a quattro di Cuper, soppianta Cannavaro e si dimostra un elemento-chiave della linea difensiva a 3 del nuovo tecnico Alberto Zaccheroni.

Nel 2004-05 inizia l’era Mancini. L’Inter si aggiudica la Coppa Italia e la Supercoppa TIM, bissando il doppio successo nel 2005-06. Al bis si aggiunge lo Scudetto a tavolino in seguito allo scandalo di Calciopoli. Sempre in quell’anno, Materazzi difende il posto da titolare dalla concorrenza del neoacquisto Walter Samuel, disputando 22 partite e segnando due goal.

Il 2006 lo corona di gloria anche in Azzurro: la vittoria ai Mondiali di Germania è l’apoteosi di una carriera iniziata tanti anni prima sui disastrati campi di periferia del sud, dai quali, al prezzo di durissimi sacrifici e privazioni, è salito fino all’Olimpo del calcio.

La stagione post-mondiale lo vede firmare il 15° Scudetto nerazzurro con una splendida doppietta messa a segno a Siena, che sigla la vittoria in campionato dell’Inter con 5 giornate d’anticipo sulla fine del torneo. Matrix è idolo dei tifosi, uomo-squadra e bandiera nerazzurra. A fine gennaio viene insignito dell’Oscar del Calcio AIC 2007 nella categoria miglior difensore e dopo Parma-Inter del 18 maggio, al termine di una rocambolesca stagione, si cuce sulla maglia il sofferto 16° Scudo della Beneamata.

LE SUE DOTI TECNICO-TATTICHE

Centrale difensivo longilineo e potente (1,93 m x 92 Kg), Materazzi è uno dei migliori marcatori sulla scena del calcio. Saracinesca della diga nerazzurra e della Nazionale, si distingue per la sua prestanza atletica e per la sua efficacia nell’uno contro uno.

Roccioso nel fisico e nel carattere, è divenuto un leader a tutti gli effetti. È lui a dirigere i compagni, a buttarsi nella mischia, a sbarrare la strada all’avversario lanciato a rete. Purtroppo, nell’arco della sua carriera, l’impeto agonistico gli è costato qualche cartellino di troppo (vedi il poker di rossi collezionato nella sua stagione all’Everton); ed è proprio questo il rimprovero che gli viene più frequentemente mosso, nonostante gli sforzi di domare gli eccessi caratteriali messi in atto nel corso della sua maturazione atletica.

Tecnicamente si distingue per la potenza del piede sinistro e per l’abilità nel gioco aereo, caratterizzato dalla potenza dello stacco (si veda l’elevazione di oltre 1 m per la celebre incornata alla Repubblica Ceca) e dalla precisione nel colpire il pallone. Eccelle inoltre dal dischetto (decisivi il rigore-Scudetto di Siena ’07 e le due trasformazioni dagli 11 metri ai Mondiali di Germania) e sui calci piazzati, che lo vedono spesso confluire nell’area avversaria nelle vesti di realizzatore.

Di valore i precisi lanci in profondità con cui imposta la manovra e le sue proiezioni offensive, che gli hanno fruttato ben 10 goal nella stagione 2006-07 e addirittura 12 nel 2000-01. Con questa quota, Materazzi ha fatto suo il record di reti segnate in Serie A da un difensore, spodestando Daniel Passarella (11 goal nella stagione ’85 – ’86) e facendo meglio di Giacinto Facchetti (10 reti nel ’65 – ’66).

Lui che da bambino sognava di diventare un attaccante “capace di segnare 10 goal a partita”, di marcature ne ha messe a segno di davvero spettacolari, prima fra tutte la celebre rovesciata al Messina. Lo spiccato senso tattico e della posizione gli consentono di rientrare prontamente dalle sue scorribande offensive senza mettere a repentaglio la solidità della retroguardia.

UNA STAGIONE TRAVAGLIATA

L’Inter dei record, che nel 2007 aveva ottenuto 92 punti in 37 incontri di Campionato alla media-record di 2,48 a partita, è falcidiata da una serie di infortuni che ne sconvolgono l’assetto tattico. Si salva solo grazie all’importanza della sua rosa. Impostata su un 4-4-2 di base, è via via oggetto di varianti nel modulo (primo fra tutti il 4-3-1-2 con il “rombo” di centrocampo) e di infiniti avvicendamenti nei vari ruoli.

A inizio stagione, la difesa a 4 davanti a Julio Cesar è composta dalla coppia centrale Cordoba-Samuel e dagli esterni Maicon (a destra) e Maxwell/Chivu (a sinistra).

Al suo rientro, Materazzi fa coppia centrale dapprima con Cordoba, poi, dopo l’infortunio di quest’ultimo, con Burdisso o Rivas.

IL RITORNO DOPO L’INFORTUNIO

Materazzi rimane lontano dai campi per 3 mesi a causa dell’inconsueto infortunio occorsogli in agosto in Nazionale contro l’Ungheria. Sulle sue condizioni e sul suo recupero, cala il silenzio mediatico; l’attenzione di giornali e TV è monopolizzata dalla gamba di Ronaldo, dal rinnovo del contratto di Del Piero e dal caso Adriano.

Fra controlli medici, test da campo e partitelle in famiglia, si intrecciano smentite e controsmentite sulla data del suo rientro. Matrix lavora sodo, ma senza bruciare le tappe.

Torna a calcare un campo di calcio a Sheffield, lontano dagli occhi e dall’affetto del suo pubblico, nelle file della Primavera dell’Inter, che l’8 novembre disputa un’amichevole di lusso contro lo Sheffield FC, il club più antico del Mondo, per festeggiarne il 150° anniversario di fondazione. Rimane in campo 70’ sotto lo sguardo del grande Pelé e regala la sua maglia n° 23 all’avversario Vill Powell. Dirà di lui Dave McCarthy, allenatore degli inglesi: “Marco was a credit to Inter Milan (…) and was certain in his movements at all times” (Marco è stato prezioso per l’Inter (…) ed è sempre apparso sicuro nei movimenti).

Il pubblico di San Siro lo riabbraccia la sera del 24 novembre ’07 nei minuti finali di Inter-Atalanta: sei minuti soltanto, durante i quali catalizza l’attenzione e l’affetto di tutto lo stadio. Sei minuti in cui scioglie l’emozione del rientro e riassapora le emozioni brevi e intense che fugano d’incanto dalla mente mesi di sofferenza, di dubbi e di angosce: la scarica di adrenalina all’annuncio del nome all’altoparlante, l’urlo “Tutti pazzi per Materazzi”che sale dalla Curva Nord e finalmente, l’entrata in campo tante volte anticipata nella mente nei momenti bui. Sei minuti che volano via, ma che ti fanno toccare le stelle e come una medicina miracolosa ti guariscono nel corpo e nello spirito, facendoti risentire integro, al tuo posto di sempre, quasi al risveglio da un brutto sogno. Ed eccolo, il Materazzi guarito, ad esibire il fisico asciutto di un atleta mobile sulle gambe e corretto nel gesto atletico. Contento di esserci di nuovo.

L’entrata in campo allo scadere si ripete tre giorni dopo agli ultimi 6’ di Inter-Fenerbahce, in Fiorentina-Inter (11’ giocati) e in Inter-Lazio (9’), sempre preceduta da un gran tifo dalla panchina. Il riscaldamento di Matrix diventa un rituale, il momento più atteso che accende i cuori dei sostenitori nerazzurri, impazienti di vederlo alzare e sgambettare felice a bordo campo imbacuccato nella tuta, con il berrettone nero con il numero 23 calato sulla fronte e le scarpette dorate ai piedi. Addirittura raggiante, mi è parso talvolta Materazzi, “scalpitante” dalla voglia di raggiungere i compagni sul campo, intento a gustarsi ogni singolo istante di quell’esperienza che, superato lo spavento, lo rendeva ancor più caro ai suoi tifosi e lo permeava del loro affetto. Come se in quei movimenti agili e leggeri esternasse la liberazione da pesi e paure.

Raggiante anche a dispetto delle contraddizioni del Mancio: necessitava di mettere minuti nelle gambe, Materazzi, eppure veniva sempre relegato agli ultimissimi. Immaginate che putiferio si sarebbe scatenato per Del Piero, Ronaldo & Co?

IL RITORNO A TITOLARE

Materazzi parte finalmente titolare in Inter-Torino del 9 dicembre. Esce dal tunnel dello stadio (e del suo travaglio) con un caloroso saluto al pubblico, si scalda e prova i tiri a rete. Rimane in campo 60’, confermando le impressioni positive suscitate sin dal suo rientro.

L’analisi biomeccanica della sua corsa. Il gesto atletico di Materazzi è quello di un giocatore integro. La sua corsa, disinvolta e armoniosa, non tradisce il serio guaio muscolare sofferto.

Al contrario di tanti campioni “recuperati” a tempo di record dal luminare di turno, Matrix non presenta alterazioni dei parametri biomeccanici quali la riduzione della fase di volo o l’eccessiva verticalizzazione delle spinte, tipiche delle carenze muscolari e delle compensazioni post-traumatiche. E neppure deficit nella coordinazione bacino-gambe o nella fase estensiva della coscia infortunata, in perfetta sinergia con la sinistra anche nello skip a ginocchia alte effettuato durante il riscaldamento.

Le sue sequenze sono dinamiche ed efficaci, in assenza di asimmetrie: il baricentro della corsa è corretto, l’asse del busto nella giusta inclinazione, la spinta degli arti inferiori completa. “Usa” poco quelli superiori, come accade spesso ai giocatori di calcio.

Il completato recupero funzionale è evidenziato dei sincronismi delle lunghe leve, agili e decontratte: il giocatore si produce senza problemi in cambi di frequenze, rapide accelerazioni e decelerazioni, corsa all’indietro, scarti in laterale ed elevazioni. Salta all’occhio la sua mobilità: Materazzi è mobile di caviglie e reattivo nei piedi. L’impatto sul terreno è morbido e ben ammortizzato, la spinta sull’avampiede elastica.

Matrix non si disunisce con il passare dei minuti. Dimostra la consueta padronanza del pallone e degli schemi, avanza a grandi falcate nell’area avversaria sui calci piazzati e – segno evidente di salute – non si tira indietro nei confronti diretti.

Il suo lavoro – e quello dello staff tecnico che l’ha seguito durante la riabilitazione – meritano un voto molto alto. Peccato che il giorno seguente i voti dei tre quotidiani sportivi non vadano oltre un 6,5 e due 6 stiracchiati.

Proseguendo nella cronologia del suo rientro, in PSV Eindhoven-Inter del 12 dicembre, Materazzi resta finalmente in campo per tutti i 90’, per ripresentarsi nuovamente titolare nell’incontro di Coppa Italia Reggina-Inter.

Nel derby del 23 dicembre rileva l’infortunato Samuel al 37’ del primo tempo. Entra a freddo (al punto da dover proseguire il riscaldamento sul campo durante l’intervallo) e seppur gravato da un’ammonizione precoce, neutralizza Kakà e sul finale sventa una seria minaccia di Nesta davanti alla porta. Contro Siena e Parma, in ulteriore progresso, risolve delle occasioni pericolose e avanza sempre più spesso nell’area avversaria. In Inter-Juve di Coppa Italia del 23 gennaio dimostra la ritrovata piena forma: svolge un’enorme mole di corsa, sigilla l’area nerazzurra e moltiplica le puntate offensive. La sua uscita dopo uno scontro di gioco costa all’Inter due goal in 6’, entrambi scaturiti da palloni alti a centro area. A Udine si riconferma al top neutralizzando Quagliarella e producendosi in preziose respinte di testa.

EL Niño MUTA IL CLIMA

Il crescendo di Materazzi, titolare a fianco di Cordoba dopo l’infortunio di Samuel, si interrompe bruscamente con la pesante doppia ammonizione di Liverpool, comminatagli dall’arbitro belga De Bleeckere in seguito a due cadute accentuate del “Niño” Fernando Torres. Per il numero 23 nerazzurro, desideroso di ripresentarsi al pubblico inglese da Campione del Mondo e di cancellare il vecchio spettro del Materazzi in rosso, è un momento drammatico.

Come l’omonimo fenomeno tropicale, el Niño muta repentinamente il clima in casa Inter: l’atmosfera si surriscalda, su Materazzi si scatena un diluvio di polemiche e di accuse ingenerose. Nello spazio di una notte, Matrix passa da eroe nerazzurro a comodo capro espiatorio di un’eliminazione dalle radici ben più profonde.

Si spegne la spensieratezza sul suo volto. Con sguardo torvo, assiste impotente dalla tribuna di San Siro al goal con cui proprio Torres, il suo avversario, infrange le speranze europee dell’Inter.

Il contraccolpo psicologico sfocia in qualche prestazione negativa, vedi Napoli-Inter e il duello perso contro Del Piero (che pur aveva neutralizzato alla grande in Coppa Italia) in Inter-Juve di campionato. Il momento di crisi gli costa qualche partenza dalla panchina.

I mass media lo bollano come pensionabile, gli imputano lentezza e ritardo di preparazione, si sbizzarriscono in computi avventati del minor numero di goal subiti dall’Inter con la coppia Cordoba-Samuel. Confronto improponibile, che non tiene conto del calo generale di condizione di un’Inter condizionata dagli infortuni, dalle espulsioni e dal rivoluzionamento degli schemi di centrocampo, oltre che del minor affiatamento fra compagni e della conseguente maggior pressione sulla difesa. Per tacere del subbuglio suscitato dalla vicenda Mancini

Materazzi sembra, piuttosto, perso in se stesso, imballato psicologicamente, stordito dalle critiche e dall’astio piovutogli addosso, oltre che in atteggiamento di difesa verso l’ondata dei cartellini facili. Disorientato, insomma. E se è vero che nei confronti diretti appare appannato nei riflessi, rimane pur sempre inappuntabile nel gioco aereo e nei lanci-pennello.

Soffre, ma si riscatta. In Inter-Fiorentina è vittima di un problema al polpaccio, ma resta stoicamente in campo. Un sacrificio che sfugge a tutti i suoi esimi critici. Chi scrive si meraviglia addirittura di vederlo rientrare per il 2° tempo. Matrix riduce il volume di corsa, rimane arretrato in copertura e stringe i denti. Solo dopo aver accorciato sempre di più la sua bella falcata, sul finire del 2° tempo, chiede il cambio.

Tiene duro anche in Inter-Lazio di Campionato. Contro il Cagliari arriva finalmente la prima rete stagionale: un goal pesante, un’incornata da manuale stile Germania 2006 che regala 3 preziosi punti all’Inter e manda in delirio San Siro. Ma in Lazio-Inter, semifinale di Coppa Italia, rieccolo espulso dopo soli 15’ dall’entrata in campo per un fallo su Pandev – e squalificato per la finale. E solo quattro giorni dopo, l’entrataccia su Locatelli, quel pallone strappato al rigorista designato Cruz e l’errore dal dischetto, fanno di Materazzi l’eroe tragico di Inter-Siena. È di nuovo crisi nera. Il gesto estremo e plateale di impossessarsi del pallone, con il quale cerca disperatamente di riconquistare un ruolo da protagonista e la fiducia che sente scemare nei suoi stessi sostenitori, gli attira le ire furibonde dei tifosi, dei compagni e della Società. “Materazzi ci ha fatto perdere la partita”, si legge dal labiale del Presidente Moratti in tribuna. Sommerso dalle feroci critiche dei mass media, vive nell’incubo che il suo sbaglio si riveli fatale nella corsa al 16° Scudetto, festeggiato in sordina e scuro in volto la domenica dopo a Parma, all’ultima di Campionato.

TUTTI PAZZI PER MATERAZZI

Chi lo osanna, chi lo detesta. È il destino dei personaggi eccentrici e scomodi come lui, nonostante il suo contributo alla vittoria mondiale Azzurra. Paradossalmente, tuttavia, la testata di Zidane e gli attacchi meschini del CT francese Domenech hanno accresciuto il numero dei suoi simpatizzanti.

Si contano a migliaia i messaggi di affetto che Matrix ha ricevuto sul suo blog dopo l’infortunio –e non soltanto dai sostenitori nerazzurri. Il blog che ha rinnovato in occasione del rientro, per essere più vicino ai suoi tifosi (www.marcomaterazzi.it).

Quelli che ogni domenica l’acclamano al grido di “Tutti pazzi per Materazzi”, acquistano i suoi gettonatissimi gadget personalizzati e lo considerano la loro bandiera dentro e fuori dal campo.

Anche nel periodo di sosta forzata, Matrix non ha infatti mai smesso i panni di trascinatore e uomo-spogliatoio in seno alla squadra. Così risponde sul suo libro agli ex-detrattori: “In pochi avrebbero scommesso su Materazzi e invece in tanti dovrebbero farsi un esame di coscienza”.

LA SUA AUTOBIOGRAFIA

Sapevate che Materazzi conserva una maglia di Zidane nell’armadio dei ricordi? E che dopo la vittoria di Berlino si è fatto fare una copia della Coppa del Mondo a grandezza naturale perché la miniatura datagli dalla Fifa gli sembrava un giocattolo? Che a otto anni faceva il guardalinee pur di stare su un campo di calcio? E ancora, che a Trapani allenava i tiri in porta durante gli straordinari serali alla luce di una lampadina da 60 watt?

Sono solo alcune delle curiosità contenute in “Una vita da guerriero”, l’autobiografia scritta con i giornalisti Roberto de Ponti e Andrea Elefante (Ed. Mondatori), che si apre con la confessione delle sei parole dette a Zidane durante la finale mondiale. Sei parole che, insieme alla successiva celeberrima testata, sono assurte a un “casus belli”, in un parossismo di interpellanze parlamentari e interventi politici che hanno coinvolto dalle alte cariche dello Stato francese a Fidel Castro. Un “caso planetario” che ha rischiato di “scatenare una guerra di religione”, divenuto appannaggio di moviolisti, esperti nella lettura del labiale e vignettisti, fino ad arrivare ai botti di fine anno. Quel che Materazzi definisce “gogna mediatica”, puntualizzando: “Io non sono soltanto quelle sei parole”.

Ai primi di aprile, la vittoria morale: davanti all’Alta Corte di Giustizia di Londra, Materazzi riceve le pubbliche scuse del tabloid inglese Daily Star, reo di avergli attribuito, in quell’occasione, accuse razziste rivelatesi del tutto infondate. Seguono, a fine maggio, le scuse del Sun.

Matrix si racconta in 23 capitoli: 23 come il suo numero di maglia, ispirato all’idolo Michael Jordan e legato ai più importanti avvenimenti della sua vita. Ne emerge un ritratto parecchio distante dall’immagine di rozzo spaccagambe di cui gode.

Incentrato sulla vicenda umana di Marco, il libro ne narra la difficile infanzia, segnata dalla perdita precoce della madre e dal doloroso vuoto rimastogli dentro, e la giovinezza, costellata di pesanti sacrifici familiari e sportivi: dure prove che l’hanno temprato e fatto crescere in fretta. È la storia di un figlio d’arte scomodo consigliato di darsi al basket, di una lunga gavetta sui campi accidentati del sud contro avversari con il doppio dei suoi anni “che non avresti mai voluto incontrare in un vicolo buio” e contro i pregiudizi che da sempre gravano sulle sue spalle, “che sono abbastanza larghe e hanno imparato a sopportare”.

Il racconto calcistico si intreccia con quello della sua famiglia, composta dalla moglie Daniela e dai figli Gianmarco, Davide e Anna, e spazia dai trionfi più esaltanti alle sconfitte più cocenti, dalle figure dei maestri che l’hanno aiutato a crescere come calciatore e come uomo al simbolismo dei suoi tatuaggi. Materazzi parla della sua fame di successo, dei suoi momenti di crisi profonda, delle trappole tesegli per metterlo in croce. Il tutto, senza trascurare l’autocritica sui suoi errori: quelli che, come lo schiaffo a Bruno Cirillo, gli sono valsi l’etichetta di “cattivo” e il rimprovero che più lo fa arrabbiare: sentirsi definire “il solito Materazzi”.

Ma sotto la corazza, il guerriero nasconde un cuore sensibile. È sorprendente quante lacrime confessi, il “duro”: lacrime di dolore, di gioia dopo lo Scudetto di Siena e sul campo di Berlino, lacrime e urla di rabbia negli spogliatoi il 5 maggio. Lacrime di bambino e di adulto che hanno accompagnato la sua vicenda umana.

Si alternano aneddoti divertenti e drammatici. Spassosi quelli del Mondiale: l’abbraccio all’arbitro Archundia dopo il goal di Grosso alla Germania, il gavettone di birra al Presidente Napolitano negli spogliatoi, lui che se ne va dai giornalisti con un “ciao” suonando a tutto volume “Notti magiche”. Per non parlare di quella volta che, per l’emozione, regala a Valentino Rossi una maglia di Rui Costa anziché la propria.

Commovente, per contro, il ricordo della visita in ospedale a Facchetti con in mano la Supercoppa Italiana appena vinta, con il grande Cipe a reggersi alle sue spalle mentre gli viene preso il calco del piede da esporre al Fifa Award.

Se mi è concessa un’osservazione, Matrix – o chi per lui – ha calcato un po’ troppo la mano nel romanzare certi riferimenti familiari nel contesto prettamente calcistico, che rischiano di snaturare il guerriero (e interessano ben poco al lettore). Personalmente, all’excursus sul cambio dei pannolini durante il racconto di una partita del Mondiale, preferisco l’entrata a gamba tesa di troppo…

NAZIONALE AZZURRA: IL TRIONFO DI BERLINO

Materazzi esordisce in Azzurro a Perugia, il 25 aprile 2001, nell’amichevole Italia-Sudafrica (1-0).

È Castagner, suo allenatore al Perugia, a consigliarlo a Trapattoni. Ai Mondiali ’02 di Corea-Giappone, non ha fortuna: si vede annullare una rete validissima contro la Croazia per sospetto fuorigioco e l’Italia, complice il pessimo arbitraggio dell’arbitro Moreno, esce di scena agli ottavi contro la Corea del Sud. Agli Europei portoghesi del 2004, la Nazionale del Trap viene eliminata nella prima fase.

Ai Mondiali di Germania 2006, Materazzi è l’eroe di Berlino. E certamente non solo per l’episodio della testata di Zidane nella finale Italia-Francia. Partito come riserva, esordisce nel match contro la Repubblica Ceca rilevando l’infortunato Nesta al 17’ del 1° tempo. Al 26’, su corner di Totti, mette a segno la sua prima rete in Azzurro. È il goal che regala all’Italia il passaggio agli ottavi di finale e che gli frutta l’elezione a “Man of the Match” da parte della Fifa. Per inciso, era dai tempi di Cabrini (Spagna ’82) che un difensore italiano non andava in goal in un Mondiale. Dopo il cartellino rosso rimediato contro l’Australia e la relativa squalifica contro l’Ucraina, Matrix rientra alla grande nella semifinale contro la Germania, ricostituendo la solida coppia difensiva centrale Materazzi-Cannavaro.

Nella magica notte del 9 luglio, in un’altalena di emozioni, provoca dapprima il rigore che porta al temporaneo vantaggio della Francia, poi insacca di testa la rete del pareggio e trasforma il 2° dei 5 calci di rigore che sanciscono la vittoria mondiale dell’Italia.

Complessivamente, Materazzi ha disputato 41 partite in Azzurro, segnando 2 goal decisivi che gli sono valsi il titolo di capocannoniere italiano dei Mondiali ’06 ex aequo con Luca Toni.

DALL’OLIMPO DELLA GLORIA ALLA POLVERE PIU’ AMARA

Materazzi si dichiara carico al massimo per rilanciarsi in Azzurro ad Euro 2008. Dalla sera di Budapest, in Nazionale ha all’attivo un solo tempo nell’amichevole disputata in marzo contro la Spagna. In realtà, il suo torneo dura soltanto i primi 54’ dell’incontro d’esordio Italia-Olanda e si spegne mestamente in panchina dopo una desolante prestazione. Schierato in coppia con Barzagli, Matrix appare completamente nel pallone: è fermo sulle gambe, non chiude, perde il tempo e non affronta Van Nistelrooy. Sulla prima rete di quest’ultimo non intercetta il pallone, rimanendo fermo come tutta la difesa. Sul 2-0 di Sneijder, tarda clamorosamente a rientrare da un calcio piazzato nell’area avversaria lasciando via libera al contropiede olandese nell’area italiana sguarnita.

”Materazzi no!”, titola Tuttosport. E via con ”Materazzi-Barzagli, una serata da incubo” (Il Corriere della Sera), “Materazzi crolla, Toni delude” (Repubblica); “Materazzi è un flop” (Corriere dello Sport), “Materazzi, rissa sfiorata con l’arbitro (QN).

Nelle analisi si legge che Materazzi è “l’ombra di se stesso”, “perso per il campo”, “sempre in ritardo, sempre in affanno”. Si legge che “sbanda paurosamente”, “annaspa nei recuperi”, “insegue penosamente Van Nistelrooy”, che “la grinta ormai è una maschera”, che è “patetico il suo arrancare”, che “gli attaccanti gli sfuggono senza pietà” e ancora, che “pur di toglierlo dal campo, Donadoni rivoluziona la difesa”. Il tutto, condito da aggettivi del calibro di “impresentabile”, “imbarazzante”, “da paura”, “pensionabile”, “lento 34enne”, “impalato e umiliato”, “fisicamente ossidato”, fino a “ragazzo fragile”. L’opposto di un guerriero, l’opposto del ritratto della felicità di fine 2007. Chi frequenta Casa Azzurri lo descrive malinconico, depresso e isolato dal gruppo. Riecco, ancora una volta, le antitesi del personaggio.

Sull’eroe di Berlino cala un silenzio quasi irreale, rotto soltanto dal concerto di fischi all’annuncio del suo nome, relegato fra le riserve, prima dell’incontro con la Francia. Materazzi manca il tanto atteso rendez-vous con i transalpini per la terza volta di fila – questa volta per scelta tattica – dopo due precedenti forfait per squalifica e infortunio. E stavolta, dopo la vittoria, lo striscione “grazie Marco” è per Van Basten.

Il Sito Ufficiale dell’Inter continua a parlare dell’Italia di Matrix”, ma Matrix rimane in panchina fino al capolinea di Italia-Spagna, in cima alla lista dei bocciati. Dal trionfo al tonfo. Per stampa e commentatori TV, che solo pochi mesi fa ne auspicavano il rientro in Nazionale come pedina irrinunciabile, Materazzi è un giocatore finito, per età e condizioni fisiche.

Un convincimento innescato, secondo chi scrive, dai richiami ossessivi all’infortunio di Budapest, che hanno ormai permeato – e distorto a suo sfavore – la visione e la valutazione tecnica di giornalisti, tifosi e osservatori poco preparati, ormai portati ad ignorarne le prestazioni positive e ad amplificarne ogni più piccolo errore, riconducendolo regolarmente ai presunti postumi fisici di quell’incidente o, nella migliore delle ipotesi, al ritardo di condizione. Disamine tecniche alquanto opinabili ma di forte presa sull’opinione pubblica, che rischiano di creare attorno a Matrix un convincimento di inaffidabilità e di sfiducia destinato ad insinuarsi in lui stesso.

PER LUI LA GUERRA NON È MAI FINITA

Chi scrive è persuasa dell’integrità fisica di Materazzi; il volume di corsa che compie, il ruolo di titolare subito riconquistato e sostenuto dopo l’infortunio di Samuel (il tedesco Christian Ziege, per una sindrome compartimentale, rimase fuori 10 mesi, infortunandosi poi a ripetizione), così come il tempismo e la potenza delle sue gambe negli stacchi in elevazione, non mentono. Né mente, purtroppo, lo sguardo insicuro e impaurito del n° 23 nerazzurro, come bloccato da un “male oscuro“.

Ora, all’Inter arriva Mourinho e per giocarsi un posto da titolare urge scrollarsi di dosso l’etichetta di “rotto” e di inaffidabile. Servono grinta, coerenza e “attributi”. Non servono i polsini dedicati, le magliette con gli auguri, i tatuaggi arrabbiati, i racconti di gambe parlanti, la forzatura parossistica dell’immagine di “tenerone”. Serve, anzi, abbandonare l’esteriorità inutile e provocatoria che l’ha più volte tradito ed essere soltanto un atleta. Serve, infine, tutt’altro rapporto con i mass media.

E se i rientranti Cordoba e Samuel vengono dati per titolari certi al centro della difesa, è bene ricordare che, dopo i rispettivi interventi ai crociati, i punti di domanda sulla ritrovata integrità fisica riguardano soprattutto loro.

“Cercherò anche stavolta di rialzare la testa e guardare avanti” aveva scritto Materazzi sul suo blog dopo il rigore sbagliato contro il Siena. Matrix deve crederci ancora, contro tutto e contro tutti. Per lui, il guerriero, le battaglie non finiscono mai.

FUOCO DI FILA: 12 DOMANDE A MARCO MATERAZZI

La tua prima auto: una Golf

L’ultimo libro letto: “I complici” (Ed. Fazi)

Il film che più ti è piaciuto: “Il Gladiatore”

L’attore preferito: Brad Pitt

La band preferita e la musica che ascolti: U2 e genere hip hop

Il piatto e la bevanda: pasta al sugo e Redbull

Altri sport praticati: basket

Il tuo hobby: seguire il Moto GP

Mare o montagna? Mare

Vino o birra? Birra

L’avversario che ammiri di più: Thierry Henry

Quello che temi di più: sempre Henry

LEGGETE, AL LINK SEGUENTE, L’INCREDIBILE REAZIONE DI MATERAZZI A QUESTO ARTICOLO:

https://calcioparole.wordpress.com/2008/11/24/perche-non-credo-piu-alla-sindrome-compartimentale-di-materazzi/

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Italia: fine delle trasmissioni

Posted by ladycalcio su lunedì, giugno 23, 2008

“Non ci battono dal 1920”, aveva esordito il “portafortuna” Marco Civoli in telecronaca su Rai1.

L’ Italia, che ad esclusione del goal regolare annullato a Toni in Italia-Olanda non è riuscita a segnare una sola rete su azione in tutto il torneo, ha avuto la peggio ai calci di rigore contro una Spagna tecnicamente migliore e predominante nel possesso di palla. Un match tutt’altro che esaltante, ravvivato da un solo quasi-goal per parte: un tiro di Camoranesi respinto di piede da Villa e uno di Fabregas, rimbalzato sul palo su un’incertezza di Buffon.

Uniche note positive in chiave Azzurra, il portierone bianconero e la difesa, distintasi per l’ottimo Chiellini e per i raddoppi di marcatura che hanno neutralizzato Torres e Villa.

Per il resto, per tutto l’Europeo si è vista un’Italia mediocre. La nostra squadra è sempre apparsa deficitaria nella manovra e nelle conclusioni: nell’ultimo match, Cassano, prima di spegnersi, è stato l’unico a proporre palloni intelligenti. Ma non si è mai trovato con Toni, che è rimasto isolato. Discutibile la scelta dei rigoristi, con particolare riguardo a De Rossi, giocatore emotivo reduce dall’errore di Manchester. Come fatto rilevare dall’ex-fischietto Tombolini a “Notti Moandiali” (Rai 1), i tiri dagli 11 metri non costituirebbero una “lotteria” se i professionisti del calcio si allenassero a tirarli sotto pressione.

Nel dopopartita, Carlo Paris ha parlato di “Gigi Riva uomo distrutto dalla sofferenza, il Presidente Abete di “un momento in cui siamo risultati soccombenti” e di “una dimensione organica fra tutte le squadre”.

Resta la constatazione dei valori calcistici fortemente alterati rispetto agli standard dei club: il Toni Nazionale è un altro giocatore rispetto al centravanti del Bayern, Torres non gioca come nel Liverpool, pezzi da novanta come Xabi Alonso e Fabregas siedono in panchina.

A proposito di panchina, Ladycalcio aveva provveduto ad inviare alla Rai un’email dal seguente testo: “Pregasi cortesemente di non ripetere questo strazio contro la Spagna. Grazie”. In allegato, il link all’articolo “L’Italia cancella la Francia, la regia la panchina”. Si è visto qualcosina in più della scorsa volta, ma non molto.

Ora non vedremo più la panchina, né i titolari in campo. Non vedremo più i baffi di Luca Toni, il sorriso a quaranta denti di Capitan Cannavaro con il piedone, le tediose interviste ad Abete, gli infortunati ospiti d’onore fra le riserve, le forme della Seredova in tribuna, le mogli nullafacenti degli eroi della pedata che si imbarcano sull’aereo della squadra e fanno shopping con i maritini, i nostri che giocano a Subbuteo, gli happy hour nell’albergo a cinque stelle… e quant’altro. Fine delle trasmissioni.

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L’Italia cancella la Francia, la regia la nostra panchina

Posted by ladycalcio su giovedì, giugno 19, 2008

Sopra la panca l’Italia canta … il passaggio ai quarti dopo il 2-0 sulla Francia. Ma la panchina italiana, chi l’ha vista? È curioso come, da Italia-Romania, ci sia sempre stata negata con meticolosaità maniacale. A che pro? mi sono chiesta, quando il moderno diktat mediatico impone di proporre le immagini più curiose, le reazioni di gioia, di rabbia e di tifo anche fuori dal campo, catturate con tanto di telecamere speciali.

Sta per iniziare l’incontro. La regia esordisce alla grande ignorando il “rendez-vous” Domenech-Materazzi e inquadando la Seredova, qualche volto noto in tribuna e tanti tifosi coloriti. Per il resto, la telecamera ritaglia dal contesto della panca il solo volto di Donadoni. Eppure, da bordocampo, Carlo Paris ci racconta di tutto e di più sugli “uomini a disposizione”: quelli che, proprio per il loro contributo in termini di supporto alla squadra, vengono considerati importanti quasi quanto i titolari e che, ciò nonostante, vengono trattati alla stregua di un documento informatico da “proteggere”… da chissà quali occhi indiscreti.

La Francia perde Ribéry per infortunio, Panucci fallisce una ghiotta occasione su angolo di Pirlo. Nella concitazione dell’avvio, si ripropone la domanda se non sia opportuno tenere i giocatori all’oscuro del risultato di Olanda-Romania. Che invece, com’è ovvio, appare sul maxischermo.

Rigore per l’Italia ed espulsione di Abidal – Buffon si gira dall’altra parte. La regia, anche dopo la trasformazione di Pirlo, “dà le spalle” ai sostituti.

Paris sottolinea più volte come i giocatori in panchina cerchino di “scucirgli” il parziale di Berna. Al 38′ del p.t., dopo la punizione di Benzema, afferma: “Vorrei provare a farvi capire come si vive in panchina… Non vorrei essere malamente interpretato… sembra … sono professionisti da milioni di euro all’anno… sembra un torneo dei bar, oppure della scuola, tanto attaccamento c’è… è una cosa veramente incredibile”. Gli crediamo sulla parola.

Si moltiplicano gli spunti di interesse. Al 40′, Domenech mima un gomito largo di Cassano con un gesto verso la nostra panchina, che la regia si diverte a nasconderci.

45° minuto: la panchina si arrabbia sull’ammonizione di Pirlo, già diffidato. Ma le immagini restano tabù.

Al 46′, Paris viene interrogato sulle reazioni della panchina. Si desidera sapere se i giocatori conoscano il risultato di Berna. L’inviato a bordocampo descrive il riscaldamento di Aquilani e Ambrosini… ma per il telespettatore, è solo una radiocaronaca.

48′: Domenech esorta Lubos Michel a fermare il gioco per fallo di De Rossi su Evra. Il direttore di gara lo fa. La panchina, racconta Paris, dice che è una vergogna: “Esce da più bocche questo termine”, precisa. Che andrebbe applicato soprattutto alla regia.

52′: Paris su un falso allarme di cambio di risultato a Berna. “Si è alzata tutta la panchina”. Se lo dice lui…

62′: segna De Rossi e va ad abbracciare la panchina, ma la regia non ci rende partecipi. “La panchina esplode” dice Paris – ma non si vede.

67′ : siamo al sadismo. Collegamento con Berna e… inquadratura della panca rumena, già propostaci più volte in Italia-Romania.

73′ Paris ci delizia su “come la sta vivendo la panchina”, ma il regista si limita al solito mezzobusto di Donadoni e a qualche gamba sfuocata, tagliando le teste ai giocatori con la precisione di un killer.

81′: tra gli applausi della panchina, sta per entrare Aquilani, ma non abbiamo il beneficio di vederlo. Poco dopo, sullo sfondo di Domenech, si scorge da lontano la panchina dei francesi.

Paris all’85°: “Ci sono cose della panchina che non si possono proprio ripetere”…. Ma cosa “non si può vedere”? insisto. Non certo qualche lablaie colorito, se è vero che sul campo non censurano neppure le bestemmie in primissimo piano. Del resto, in Germania-Austria ci era stato esaurientemente proposto il diverbio fra i due tecnici Löw e Hickersberger, con tanto di cacciata in tribuna. Qui, Cassano sta facendo i numeri… peccato che lo show ci sia negato.

Raddoppia l’Olanda, la regia si accanisce: inquadra il pubblico e, in differita, Donadoni con accanto un membro dello staff tecnico. I giocatori vengono esclusi dalle riprese con scrupolo maniacale.

93′ minuto. Paris: “Pensate che dalla panchina stanno esultando come fanno i tifosi””! Peccato che non ci sia dato di vederli.

Fischio finale: abbraccio a Donadoni. La regia si diverte a privarci fino in fondo dell’effusione di gioia dei “rincalzi”.

Nel dopopartita, si fa rapidamente marcia indietro sul “biscotto”, esaltando giustamente la lealtà di Van Basten & Co. e, un po’ esageratamente, la prestazione della nostra squadra. Che al di là della rete annullata a Toni contro l’Olanda, in tre incontri non ha messo a segno un solo goal su azione. Neppure contro l’ombra della Francia rimasta in 10 e privata, per infortunio, del suo uomo-squadra Ribéry.

Carlo Paris a Donadoni: “Abbiamo visto la panchina”… – MA QUANDOOOOO???? – l’abbiamo anche descritta…”.

Quando… sotto la panca la regia crepa.

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Nazionale: il cielo è sempre più nero

Posted by ladycalcio su domenica, giugno 15, 2008

“Il cielo è sempre più azzurro”, recita lo slogan che compare sul pullman dell’Italia. Purtroppo, più che il noto successo di Rino Gaetano (“Il cielo è sempre più blu”), l’atmosfera della nostra Nazionale richiama attualmente “Sotto questo cielo nero” di Enrico Ruggeri. E non soltanto per le condizioni meteo.

Dopo il pareggio con la Romania e la sonante vittoria dell’Olanda sulla Francia, siamo penultimi nel girone a un solo punto, ormai impossibilitati a qualificarci ai quarti di finale con le nostre sole forze e tristemente in balia degli altrui risultati.

Certo, l’analisi dell’ultimo match non può prescindere dall’arbitraggio scandaloso del norvegese Ovrebo, reo di aver annullato un goal regolarissimo a Toni (falsando il corso della partita) e di aver concesso alla Romania un rigore inesistente parato provvidenzialmente da “San Buffon“.

Per il resto, parafrasando Donadoni in conferenza stampa, dell’Italia “s’è visto quello che s’è sempre visto” negli ultimi tempi: una condizione atletica nettamente inferiore a quella degli avversari, che ci surclassano negli affondi offensivi e nelle ripartenze, una difesa tuttora in affanno (con il “clou” dello svarione di Zambrotta) e un attacco che fa indigestione di goal mangiati – regolarmente conditi dalle bestemmie in primissimo piano di un certo nostro attaccante.

Da qui a martedì, giorno dell’incontro con la Francia, si salvi chi può dal tormentone dei brutti ricordi che imperversa in ogni dibattito: dal “gran biscotto scandinavo” di Euro 2004 alla “sindrome di Moreno” targata Mondiali 2002. Il tutto, accompagnato da febbrili calcoli ed elucubrazioni sulle possibili combinazioni di risultati a nostro favore o sfavore, oltre che da appelli alla sportività degli olandesi e relativi tentativi di autoconvincimento in merito.

Preoccupa, a mio avviso, l’atmosfera di malcelata tensione in seno al ritiro degli Azzurri. Un esempio significativo: in un servizio andato in onda a Studio Sport (Italia 1) prima di Italia-Romania, Gianni Balzarini sottolineava come, per il secondo pre-partita consecutivo, si fossero presentati ai microfoni solamente Buffon e gli juventini: “gli altri sfilano in silenzio, blindati anche nella mente oltre che in un ultimo allenamento – quello di ieri – concesso per un quarto d’ora alle telecamere, così lontane da non poter entare nei particolari, nelle letture degli occhi e delle pieghe dei volti”. Segnali poco rassicuranti.

A Dribbling (Rai 2), Thomas Villa ritorna sui timori di un “possibile biscottone fra oranjie e rumeni”: “Ha iniziato rifilando tre pizze agli italiani nella prima partita, ha proseguito poi dando quattro pere ai francesi nella seconda gara del torneo e ora c’è solo da sperare che dopo aver consumato companatico e frutta, a Marco Van Basten non stia venendo voglia del dolce, della torta, del caffè; della pasticceria, insomma. (…) Intendiamoci, Van Basten è un grande uomo di sport, ma si sa che l’occasione fa l’uomo pasticcere”.

Tante nuvole, nel cielo degli Azzurri.

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ITALIA-OLANDA: È CADUTO IL MURO DI BERLINO

Posted by ladycalcio su mercoledì, giugno 11, 2008

Fischio finale di Italia-Olanda (3-0), esordio degli Azzurri ad Euro 2008.

Sulla prima rete tedesca ARD, il leggendario bomber della Nazionale di Germania anni ‘70 Günter Netzer, ora apprezzato opinionista, commenta in studio la disfatta degli Azzurri. È come sempre pacato e professionale, ma come tutti i tedeschi, che ancora non ci hanno perdonato la vittoria mondiale ’06 in casa loro, ha gli occhi che brillano.

“Una delle tue favorite ci ha lasciato le penne”, gli fa notare il collega in studio. Non l’avrebbe ritenuto possibile neanche nei suoi sogni più “arditi”, risponde l’ex-centravanti del glorioso Borussia Mönchengladbach, laddove l’aggettivo tradisce, involontariamente, il piacere sottile che la Nazione teutonica prova nel vederci affondare.

L’analisi tecnica, ben circostanziata, si sofferma in particolare sul cannoniere del Bayern Monaco Luca Toni, rimasto a secco e imbrigliato, secondo Netzer, in una ragnatela di rifornimenti difficili non all’altezza del calcio moderno.

Il suo giudizio globale sui giocatori italiani – “si sono impegnati” – suscita ilarità, in quanto, ricondotto all’ambito scolastico, si ritrova regolarmente sulle pagelle degli alunni sì volonterosi, ma pur sempre insufficienti.

“È caduto il muro di Berlino”, ribadisce Marino Bartoletti a Dribbling (Rai 2) al di qua delle Alpi. Così espresso, il concetto è ancora più chiaro.

Per la gioia degli avversari storici e dei detrattori, l’Italia Campione del Mondo, mai sconfitta per 3-0 in questo torneo, esordisce subendo più reti che nel corso dell’intero Mondiale 2006. Una prestazione, quella degli Azzurri, che a prescindere dall’episodio del primo goal olandese, rivelatosi regolare pur con Panucci a terra al di là della linea di fondo, suona come un serio campanello d’allarme per il passaggio del girone.

Si è già detto ampiamente degli errori di Donadoni, dal modulo sbilanciato alla scelta degli uomini, ad iniziare dalla collocazione di Ambrosini e Gattuso a centrocampo al posto del più in forma De Rossi.

Più nebulosa l’analisi del non gioco mostrato dai suoi uomini: una squadra non reattiva, mal assortita nei ruoli, lenta nelle ripartenze e vulnerabile nei cambi di gioco. Un’Italia che non gira e che sembra non funzionare in nessun reparto: ferma in difesa, priva di sincronismi al centrocampo e inconcludente sotto porta, per una prestazione collettiva gravemente insufficiente e addirittura a rischio di un passivo più pesante.

Le sostituzioni operate dal CT non cambiano il volto della partita. Saltato ogni schema, i giocatori vagano per il campo senza più riuscire a costruire la manovra. Eppure, nella conferenza stampa del post-partita Donadoni si lascia sfuggire la frase: “Non è che l’Olanda ci abbia così sovrastato”.

“Usciamo con le ossa rotte”, dice giustamente Bruno Longhi a StudioSport (Italia 1), “abbiamo subito un’autentica lezione di calcio”. E mentre Capitan Buffon salva l’onore scusandosi con tutti i tifosi italiani per la prestazione, si riflette su cosa cambiare.

Secondo Netzer, venerdì l’Italia deve aggredire la Romania sin dai primi minuti e non lasciarsi nuovamente imbrigliare in una ragnatela avversaria che la porti ad essere lenta e inconcludente. “Altrimenti”, e la sola idea gli fa brillare gli occhi, “gli italiani sono fuori”.

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Mancini-Mourinho: il perdente è Moratti

Posted by ladycalcio su mercoledì, giugno 4, 2008

“Son tutte balle, solo che non abbiamo più la pazienza di smentirle”, aveva detto con tono di sufficienza Moratti ai reporter assiepati sotto il suo ufficio che lo interrogavano sul possibile arrivo all’Inter di José Mourinho. Sappiamo tutti com’è finita: con un pranzo in un ristorante esclusivo di Parigi, con tanto di paparazzo a immortalare il Presidente, il figlio Angelo Mario, l’amministratore delegato Paolillo e il tecnico portoghese, e con la presentazione di quest’ultimo ieri ad Appiano Gentile.

Sala stampa affollata, con il neoallenatore seduto accanto a Branca, Paolillo e al vice Beppe Baresi. Davanti a loro un tavolo completamente nudo, in uno stile “braccini corti” che cozza con la grandeur del Presidente, ricoperto da un drappo nerazzurro. Per Mourinho, accaldato e impegnato in una lunga trafila di domande e risposte, neppure un bicchier d’acqua.

Uomo distinto, intelligente e colto, Mourinho giunge all’appuntamento accuratamente preparato (studiava evidentemente da mesi), sfoderando uno splendido italiano condito da un fuori programma nel gergo meneghino: “Io non sono un pirla “, risponde a un giornalista inglese reo di aver cercato di riportare ad arte il discorso sui giocatori del Chelsea.

Afferma di aver studiato per un mese soltanto, sbugiardato dai perfetti accordi verbali, dall’uso assolutamente corretto delle preposizioni e da una proprietà di vocabolario di tutto rispetto.

È un po’ attore, Mourinho, e recita alla perfezione la parte di chi deve far presa su una platea reduce dalle polemiche, che fiuta un po’ prevenuta nei suoi confronti. Smorza i toni sulla preannunciata “rivoluzione”, non si autoesalta, si dichiara disponibile al colloquio con i giocatori.

Durante la diretta TV, il telespettatore cerca invano Massimo Moratti, che pare aver preferito la lontananza dalle telcamere.

Avevo sempre ammirato Moratti; ora tuttavia, per onestà di giudizio devo dire che da questa storia esce a pezzi – unitamente alla Società. Interrogativo spontaneo: Oriali (“Mancini rimane al 110 %”) e Paolillo (ai microfoni di Radio Anch’iosport aveva dichiarato che l’incontro Moratti-Mancini sarebbe stato un semplice colloquio per discutere “una visione generale e un programma”, con l’80% di chances di riconferma per il tecnico) erano al corrente delle sue “manovre” in direzione Mourinho e hanno bluffato, oppure, contando come il 2 di coppe, sono state le prime vittime del colpo di testa del patron?

Sta di fatto che la popolarità del Presidente è ai minimi storici. Nei giorni scorsi, gli stessi sostenitori nerazzurri, disgustati dalle sue cadute di stile, avevano bersagliato di lamentele l’emittente Inter Channel, invocando un metro di giudizio più severo sul suo comportamento da ricco non signore e minacciando di non rinnovare più né il tesseramento, né l’abbonamento al canale tematico, in quanto quest’ultimo, fonte ufficiale della Società, aveva difeso a spada tratta l’(indifendibile) approccio di Moratti.

Non essendo bastato il ritardo di oltre 2 giorni nell’emissione del comunicato ufficiale sull’esonero di Mancini, la Dirigenza nerazzurra aveva deciso di rendersi ridicola fino in fondo minacciando azioni legali contro chi avesse riportato presunti stralci del colloquio d’addio fra il patron e il Mancio. Ironica la risposta de “Il Giornale”, a firma Riccardo Signori: “Prendiamo atto della smentita della società (sperando che non sia come quelle su Mourinho degli ultimi mesi).”

In un crescendo di gaffes e meschinerie senza precedenti, ecco l’annuncio dell’esonero di Mancini senza neppure un ringraziamento formale al tecnico “scaricato” (ringraziamento presente invece nel comunicato stampa di quest’ultimo), il rinvio dell’ufficializzazione dell’ingaggio di Mourinho fino al pomeriggio del 2 giugno, il grazie al Mancio “a scoppio ritardato” (solo dopo le pesanti critiche piovute a 360 gradi) e un volgare epilogo a pesci in faccia destinato a finire in tribunale, dove Moratti rischia di perdere ben più della faccia (che molti sostengono non abbia già più).

Per non parlare della presunta buonauscita da lui proposta al suo ex-tecnico e del presunto tentativo di aggrapparsi allo scandalo intercettazioni come giusta causa per il suo licenziamento. Tesi giuridicamente insostenibile.

Quanto alla classe e all’etichetta che l’avevano da sempre contraddistinto, Moratti le aveva già perse in tribuna d’onore con gestacci, volgarità e labiali di critica ai suoi giocatori. E se è vero che i mass media tendenziosi “ci marciano”, stavolta il Presidente deve prendersela soltanto con se stesso.

Signori, si cambia. Si cambia l’allenatore campione d’Italia, si cambia un team vincente (pur con tutti i suoi limiti), si abbandonano le certezze per le incertezze. Il verdetto al campo. Se i risultati dovessero cambiare in peggio, si cambi il Presidente.

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