CALCIO E PAROLE

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Archive for maggio 2008

Moratti-Mancini: fine della telenovela

Posted by ladycalcio su mercoledì, maggio 28, 2008

La telenovela Moratti-Mancini, da mesi appannaggio di vignettisti e barzellettisti, si è conclusa con una figuraccia ignobile dell’Inter.

Non intendo addentrarmi nei rispettivi torti e ragioni del Presidente e del tecnico: ad uscirne a pezzi è la Società FC Internazionale, autoridicolizzatasi davanti al mondo del calcio, ai giornalisti e ai propri tifosi. Soprattutto, ritengo irrimediabilmente incrinata la credibilità della parola del Presidente Massimo Moratti, da mesi (e fino all’ultimo giorno) categorico nello smentire le voci sull’arrivo di Mourinho.

A oltre ventiquattr’ore dal siluramento di Mancini, trapelato nel primo pomeriggio di ieri e riportato nel frattempo anche dall’ultimo giornaletto di quartiere, il Sito Ufficale dell’Inter e il canale tematico Inter Channel – fonti ufficiali della Società nerazzurra -, brillano nel tacere la conferma dell’avvenuto divorzio.

Si può soltanto immaginare che l’evidente mancato accordo sull’emissione del comunicato congiunto, con i relativi rischi legali per la Società nella diffusione delle notizie, abbiano messo sott’acqua l’Ufficio Stampa.

Il vergognoso epilogo della telenovela di quarta categoria, iniziata con lo sfogo del tecnico di Jesi nel dopo-Liverpool, sarebbe durato pochi minuti: un colpo di spugna molto poco signorile su una collaborazione che, pur con i suoi alti e bassi, era fruttata la creazione di un ottimo gruppo e 7 trofei in 4 anni. Il tutto, dopo il noto annoso digiuno di vittorie.

Allo sfascio lo stile societario morattiano: ricorrenti silenzi-stampa, un tecnico che vince il campionato e tace, perde la Coppa Italia e tace, facendo poi presagire, tramite il proprio procuratore, il proposito di voler rimanere alla guida della squadra. Prospettiva reiterata , “al 110 %”, dal ds Gabriele Oriali.

Inqualificabile, sul piano umano, il comportamento di Moratti: una sorta di usa e getta nei confronti del Mancio (che giustamente non si accontenta della buonuscita offertagli e rivendica l’intera cifra spettantegli per contratto) e una totale mancanza di rispetto verso i tifosi, in balia degli echi (veritieri) della stampa inglese e spagnola, che da tempo davano per certo l’arrivo di Mourinho sulla panchina nerazzurra.

Perde la faccia, Moratti, dopo mesi di infastidite smentite ai derelitti reporter soliti trascorrere ore intere sotto il suo ufficio per ricevere in cambio due parole di sufficienza non veritiere (evviva il rispetto del lavoro altrui!). La perde davanti al mondo del calcio, ai mass media e ai tifosi nerazzurri. Tifosi ora inviperiti con il patron, il cui ultimo colpo di testa rischia di costare carissimo alla Beneamata: il disfacimento di un gruppo rivelatosi vincente nonostante gli infortuni e i relativi rimaneggiamenti di formazione e un salasso economico di oltre 100 milioni di euro in spese per il nuovo staff e per i capricci di “The Special One”, già a Milano per completare sul posto il corso full-immersion nella nostra lingua.

Ora, se è vero che “simpatia Mourinho” deve ancora dimostrare di essere il tecnico giusto per l’Inter, l’Inter una dimostrazione lampante l’ha già data: quella di non essere una società.

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SCAMBIATEVI IL SEGNO DELLA PACE

Posted by ladycalcio su lunedì, maggio 26, 2008

Detesto le ipocrisie e le forzature. Così ho definito il “terzo tempo” nel calcio sin dalla sua introduzione. L’apice della falsità è stato raggiunto sabato sera allo Stadio Olimpico, nella Capitale, al termine della finale di Tim Cup fra Roma e Inter: un grottesco happening a tarallucci e vino per far digerire ai nerazzurri i veleni propinati loro per mezzo campionato dai rivali giallorossi.

Alchimia di un veleno ideologico dagli ingredienti mediatici, istituzionali e di giustizia sportiva, volto ad appestare l’ambiente nerazzurro e a creare un terreno fertile per un finale di stagione nel segno dei giallorossi: le insinuazioni di Totti sugli “aiutini” all’Inter, responsabili di una controsudditanza psicologica contro la Beneamata, la stampa asservita alla causa anti-interista, i titoloni scandalistici de “Il Romanista”, la partigianeria della “Rai de Roma”, l’operato di opinionisti di fede giallorosa schierati e non (Paolo Liguori a Mediaset, Mario Sconcerti su Sky, Aldo Biscardi su 7 Gold), le vergognose recriminazioni di De Rossi sulla presunta irregolarità del campionato, l’opposto metro di valutazione del turpiloquio di Vieira e dei “vaffa” di Totti in sede di Giustizia Sportiva, ecc.

D’incanto, ecco materializzarsi un comunicato dei due Capitani – Zanetti e De Rossi (l’autore delle provocazioni) – che esorta a una festa dello sport, condito da commenti mediatici che trasformano la Roma blindata del pre-partita in una terra dove scorre latte e miele.

La forzatura introdotta nei templi del calcio ha un parallelo in quelli religiosi: “Prima di presentare i doni all’altare, scambiamoci un segno di pace”, recita la S. Messa domenicale.
Un gesto che ho sempre trovato inutile, se non bugiardo, in mancanza di un proposito che venga dal cuore. Proposito poco probabile nel franco tiratore che sabota i vostri progetti di lavoro o nel vicino calunniatore… che di cambiare rotta non hanno la minima intenzione, così come non ce l’hanno avversari e mass media nei confronti dell’Inter. Per quanto mi riguarda, detesto la gestualità ostentata come surrogato del sentimento sincero, mi defilo dal Padre Nostro recitato tenendosi a braccetto alla stregua del Manchester United nel cerchio di centrocampo prima dei calci di rigore e non sopporto la “costrizione” di dover stringere dieci mani sulle quali, per tutto l’arco della funzione, si è tossito ogni genere di bacillo.
Confesso che lo scorso inverno, per evitarmi una Santa Comunione al meningococco, ho porto maleducatamente la mano… con il guanto.

Nel calcio italiano, l’epidemia è ideologica, ma non per questo meno ripugnante e contagiosa. Ultimo caso, la montatura del caso intercettazioni. Quanto ai doni all’altare della famiglia Sensi, completano la serie il divieto di trasferta a Parma per i tifosi nerazzurri, la designazione dello Stadio Olimpico quale sede non neutra (!) della finale e il ricorso respinto contro le squalifiche di Cruz e Materazzi.

Che dire del resto della serata? Fra gli spunti mediatici, il Pupone Totti riesumato in divisa da calciatore per ritirare il trofeo, gli isterismi di Rossella Sensi, sempre più a disagio davanti ai microfoni, e il Presidente della Lega “ToninoMaterrese, che nell’intervista del dopopartita su Rai1, chiama per ben 3 volte il capo dello Stato “Presidente Napoletano”.

Sul piano sportivo, la differenza fra le due squadre la fa l’incrocio dei pali colpito da Burdisso, anche se la Roma costruisce più dell’Inter e si aggiudica meritatamente il confronto secco. Senza brindisi né strette di mano forzate, mi associo ai giocatori nerazzurri che hanno reso onore al merito della Roma per la conquista del trofeo e per il bel campionato disputato.

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LA FESTA DI SANT’IBRA

Posted by ladycalcio su lunedì, maggio 19, 2008

Veni, vidi, vici. Tre parole che ben riassumono il “miracolo” di Sant’Ibra di Svezia, calato in sordina dalla Scandinavia per celebrare la sua classe e il 16° Scudo nerazzurro. Due bordate in 17’ minuti e Zlatan fa la festa a tutti: gufi, gatti neri, iettatori, romanisti, fogna mediatica.

Ma quello del 18 maggio 2008 è lo Scudetto di tutta l’Inter, costato, per citare Churchill, “Blood, Sweat and Tears”. Sangue, sudore e lacrime profusi per l’intera stagione, fino agli ultimi minuti dell’ultima partita, per avere la meglio sulla falcidie di infortuni, sul calo atletico nella seconda parte della stagione, sulla Roma in rimonta, sul contraccolpo psicologico del dopo-Liverpool, sui cartellini assurdi (l’entrata di Parravicini su Balotelli, a Materazzi sarebbe costata il rosso!), sulle frecciate di Totti, sui colpi sotto la cintura portati da stampa e TV, culminati ad arte, a tre giorni da Parma-Inter, nell’infamante fuga di notizie del “caso intercettazioni”.

Chi già pregustava un secondo 5 maggio è servito a dovere. L’Inter si cuce sulla maglia lo Scudetto del Centenario, il terzo consecutivo. Uno Scudetto vinto sul campo, avendo la meglio sulla Roma degli “aiutoni”, sul Milan Campione del Mondo rimasto a mangiar la polvere a – 21 e fuori dalla Champions League, sulla Juve che ha già rialzato la cresta dopo essere stata graziata da una strameritata retrocessione in C2, su avversarie prive di penalizzioni e non gravate da decisioni a tavolino che dir si voglia, sui ragli d’asino di Tuttosport, che oggi titola “Sono 15”, con una croce sullo Scudo nerazzurro 2006… Ostacoli finali della lunga corsa Scudetto, l’infortunio del “Cuchu” Cambiasso, il divieto di trasferta a Parma e l’acquitrino del Tardini.

Milano si tinge di nerazzurro, fra i tifosi assiepati in Piazza Duomo e lo Stadio Meazza, che accoglie la squadra in una bolgia di musica, canti e colori nerazzurri. Peccato soltanto che domenica scorsa, dopo Inter-Siena, la bolgia fosse stata di fischi assordanti, e il congedo al pullman, ieri tanto atteso, un coro unanime di “andate a lavorare”.

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TUTTI PAZZI CONTRO MATERAZZI

Posted by ladycalcio su lunedì, maggio 12, 2008

Sono gli stessi che solo quindici giorni fa, dopo Inter-Cagliari, uscivano dal Meazza a caccia dei suoi gadget e delle sciarpe “Tutti pazzi per Materazzi”: dopo il rigore sbagliato contro il Siena, pazzi lo sono di rabbia verso di lui, l’eroe di Berlino.

“Tutti pazzi per Materazzi”: un coro che domenica nello stadio è rimasto muto, lasciando spazio all’uragano di fischi che ha accompagnato il congedo stagionale dell’Inter dal campo di San Siro.

Sul mio onore: al rigore sbagliato non ho fischiato Materazzi, né ho imprecato contro di lui. Mi sono ritrovata improvvisamente al suo posto sull’erba di San Siro. Mi sono sentita addosso gli occhi degli 80.000 spettatori, quelli delle telecamere, gli insulti irripetibili dagli spalti. Alla respinta di Manninger, ho visto balenarmi contro la collera dei compagni, l’universo mediatico e una notte da incubo, passata a rivedermi su quel dischetto.

Al contrario di giornalisti e tifosi, su Materazzi mantengo la mia linea, convinta che il suo gesto di impossessarsi del pallone sia stato dettato non dall’arroganza, ma dall’eccesso d’agonismo e dal suo cuore ardito di guerriero. Ci ha messo il cuore, il coraggio e la faccia, Materazzi: la faccia stravolta che si è coperto con la maglia uscendo dal campo, l’espressione distrutta con cui in serata, dopo chissà quale bufera negli spogliatoi, ha chiesto scusa ai compagni in TV.

Mettere il suo sigillo al 16° Scudo dando simbolicamente un calcio a un anno difficile, per potersi finalmente inebriare nella festa: questo, per conto mio, il significato del suo gesto. La festa, nel dopopartita, avrebbero voluto farla a lui i tifosi: gli stessi che avevano gioito nel vederlo dirigersi verso il dischetto, come fa notare Luigi Garlando sulla Gazzetta dello Sport: “Probabilmente, non c’è un solo interista a San Siro che dica “No, lui no”.

Tutti quattro, per Matrix, sui giornali odierni. Su “Il Giornale” addirittura un tre, con l’accusa di aver sbagliato “tutto e di più” e di aver cercato il goal prima per sé, poi per la squadra.

Dal canto mio, al di là del rigore, ho visto un altro Materazzi. Un Materazzi sceso in campo motivato e grintoso come non mai, che chiedeva a grandi gesti la carica del pubblico; un giocatore dinamico, autore di ottimi spunti di gioco e di una gran mole di corsa, instancabile nel fare la spola fra la difesa e l’area avversaria alla ricerca della zuccata vincente sui calci piazzati. Ha colpito una traversa, Materazzi, ha vinto la totalità dei duelli aerei e si è distinto nel gioco di piedi. È vero: si è reso protagonista di un brutto fallo su Locatelli e ha calciato il peggior rigore della sua carriera. Ma se ha esagerato, ha esagerato con il cuore. Non meritava gli urlacci di Mancini, né il rimprovero di Moratti.

Il proposito l’aveva già manifestato scherzosamente lo scorso inverno a “Caffè doppio” (Inter Channel), riguardo a quelle punizioni che non gli facevano più tirare: “Un giorno prendo, parto e batto io. Poi si arrabbierà il mister, si arrabbierà qualche compagno…” . Aveva poi aggiunto come gli mancasse tornare ad essere se stesso.

Dietro i suoi alti e bassi di forma, il logorio nervoso di mesi di polemiche, rancori, angosce e danni all’immagine del post-mondiale, lo stress dell’assenza dai campi di inizio stagione, le feroci critiche del dopo Liverpool.

Ed eccolo intravedere, in fondo al tunnel, lo Scudetto e, con esso, l’occasione di tornare a sentirsi l’uomo-guida, il simbolo nerazzurro, l’idolo dei tifosi, il giocatore completo, il micidiale rigorista dei Mondiali di Germania e di Siena ‘07, con solo un errore all’attivo in carriera. Se stesso, insomma. Una voglia di riscatto che, forse, l’ha portato a strafare.

Eloquente il commento di Susanna Wermelinger nel suo editoriale odierno su Inter Channel: “Voleva segnare e sognare. Invece, non ha segnato e ha avuto un incubo”.

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Inter: rossi di sera, polemica impera

Posted by ladycalcio su venerdì, maggio 9, 2008

Lo schiaffo nel derby e la reazione in Coppa Italia contro la Lazio; l’incontro santificante con Papa Benedetto XVI e lo scontro con la realtà arbitrale del rosso facile, condita dall’inevitabile strascico di polemiche.

La settimana in corso ci ha riproposto, ancora una volta, i due volti antitetici dell’Inter senza pace 2007-08.
Come altro definire questa squadra, con tutte le sue contraddizioni? Corazzata affondabile? Colosso d’argilla? O semplicemente, pazza Inter?

La stracittadina di domenica l’ha vista soccombere a un Milan che ha espresso più gioco, più grinta, più voglia di costruirsi il proprio destino – la qualificazione alla Champions League 2008-09 -, a fronte di un atteggiamento troppo rinunciatario da parte dei nerazzurri, finalizzato, forse, alla sicurezza matematica del 16° Scudo.

C’è chi ha analizzato la sconfitta in chiave tattica, attribuendola alle scelte errate di Mancini, e chi si è limitato laconicamente ad affermare che un derby è sempre un derby, con tutte le insidie e le incognite del caso.
L’unica certezza è che l’avversario di turno, per sgangherato che sia, contro l’Inter gioca sempre alla morte, come si era già visto in occasione delle sconfitte dei nerazzurri contro il Napoli e la Juve. Se poi vi aggiungiamo l’eliminazione contro il Liverpool, ci accorgiamo che l’Inter di quest’anno ha inciampato proprio contro le sue avversarie storiche, o comunque, contro quelle con cui per nulla al mondo sarebbe stata disposta a perdere.

Che di festa o di sconfitta si tratti, tuttavia, la costante dei nerazzurri risiede negli strascichi polemici: polemiche su Mancini e polemiche sui rossi generosamente elargiti dagli arbitri alla Beneamata. Due filoni talvolta convergenti, come è stato sia contro il Liverpool, sia mercoledì sera.

L’Inter, è innegabile, ci mette spesso e volentieri del suo per rovinarsi la festa da sola. Ma è altrettanto vero che i 2 pesi e le 2 misure con cui i fischietti valutano gli interventi fallosi dei nerazzurri rispetto a quelli dei giocatori in altra casacca hanno ormai assunto connotati talmente scandalosi, da rendere superflua l’analisi comparativa dei singoli episodi. Al punto che, parafrasando Vujadin Boskov (“rigore è quando arbitro fischia”), si può ora affermare che “espulsione è quando arbitro estrae cartellino rosso”. Di più: per l’opinione pubblica, l’espulsione è meritata – se non sacrosanta -, non secondo l’idea che ciascuno, più o meno obiettivamente, dovrebbe essere in grado di farsi dalle immagini, bensì quando lo affermano giornali e TV. Gli stessi che, per intenderci, già pregustano un improbabile scivolone dell’Inter di fine campionato.

Tornando ai rigori, ieri sera Morganti ha regalato l’ennesimo calcio dagli 11 metri alla Roma. I giallorossi, dunque, approdano alla finale casalinga del 24 maggio grazie al solito rigoretto, mentre l’Inter si presenterà all’Olimpico già gravata dalla squalifica di Materazzi e dalla probabile assenza dalla panchina di Mancini.

Attenzione, è un segnale forte. E i segnali, si sa, vanno saputi interpretare prima. Dopo, come ho scritto tante volte, agli annali non rimarrà che il nome di chi l’avrà messa dentro una volta più dell’avversario. Non importa se di rigore o in 9 contro 11. Chi vince ha sempre ragione, chi perde (la partita o i giocatori per espulsione) ha sempre torto.

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