calcio e parole

altre parole sul calcio (di Monica Morandi)

Archivio per la categoria ‘Calcio tedesco’

TANTI, TROPPI ENKE!

Pubblicato da ladycalcio su Mercoledì, Novembre 18, 2009

La Germania non vedeva una cerimonia d’addio così imponente dalla scomparsa di Konrad Adenauer (nel  1967):  45 mila persone hanno gremito domenica mattina l’AWD-Arena per dare l’ultimo saluto al portiere dell‘Hannover 69 Robert Enke, suicidatosi martedì scorso gettandosi sotto un treno. Maxischermi fuori dallo stadio, diretta radiofonica e televisiva , campo di gioco e spalti trasformati in un’insolita “chiesa”, dove condividere dolore e cordoglio. Il tutto, calato in un  silenzio irreale .

Il primo canale nazionale ARD apre la diretta  con l’immagine della bara in legno d’abete collocata nel cerchio di centrocampo, sovrastata da un cuscino di rose bianche. La cerimonia è dimessa, il dolore composto. Sono presenti la Nazionale tedesca e l’Hannover 96 al completo, oltre a innumerevoli giocatori, tecnici e dirigenti del calcio tedesco. “Rooobert Enke”! Il grido dei tifosi rompe per un attimo il silenzio. La regia zooma dalla porta desolatamente vuota al feretro coperto di rose. I nazionali Michael Ballack e Per Mertesacker, grande  amico di Enke, attraversano il campo e vi depongono davanti una corona di fiori.

Prende la parola Padre Heinrich Plochg, sacerdote cattolico amico della famiglia Enke, che la domenica prima aveva assistito all’incontro di Bundesliga Hannover 96-Amburgo (2-2) dietro la porta di Robert. Canti e musiche si alternano agli interventi di personaggi sportivi e autorità: dal presidente dell’Hannover 96 Martin Kind al presidente della Federcalcio tedesca Theo Zwanziger; a seguire, il sindaco della città Stephan Weil e tanti altri. Nello stadio echeggia l’inno sociale “’96 Alte Liebe” (’96 Vecchio Amore”). La squadra sfila per l’ultima volta sul terreno di gioco davanti al proprio capitano. Poco dopo mezzogiorno, alcuni compagni trasportano la bara fuori  dal campo.

Il calcio tedesco riparte dalle parole scelte da Teresa Enke, moglie del calciatore scomparso, per la partecipazione di morte. “La speranza non è la convinzione che qualcosa possa andare bene, bensì la certezza che questo qualcosa abbia un senso, indipendentemente da come finisce

È tempo di analisi, confronti  e proposte. Tema dominante dei dibattiti è la depressione, fino a ieri argomento tabù fra gli atleti di spicco per la paura di “perdere tutto”. Ma rotto il tabù, di giorno in giorno emergono nuove confessioni. Ieri è stata la volta dell’”ex” Michael Sternkopf, che durante la sua militanza nel Bayern avrebbe fatto uso di psicofarmaci pesanti ad insaputa della Società. Si va alla ricerca delle cause. Sotto accusa l’immagine da “macho” del campione, visto come gladiatore invincibile e invulnerabile che non può concedersi debolezze. Urge dunque una maturazione dell’atleta e della sua immagine. C’è chi propone l’inserimento di uno psicologo nello staff tecnico di tutte le squadre, o ancor meglio, per evitare “fughe” di delicate notizie, il ricorso tempestivo (ai primi sintomi della malattia) a specialisti fuori dall’ambiente calcistico, garanti della massima riservatezza in quanto vincolati al segreto professionale.

Lunedì  ha parlato Hanno Balitsch, giocatore dell’Hannover 69, che ha rivelato di essere stato a conoscenza dei problemi di Enke, che si sarebbe confidato con lui e con due fisioterapisti.  Nel frattempo, è emerso che la forma virale ufficialmente sofferta dal portiere la scorsa estate, alla quale era stato attribuito il riacutizzarsi della depressione, altro non era che un paravento per giustificarne l’assenza dai campi (e sulla frattura dello scafoide dell’anno precedente vogliamo mettere la mano sul fuoco?).

Intanto,  si scopre che in Germania, dove le persone che si tolgono la vita superano i morti per incidenti stradali, i suicidi alla Enke sono diventati l’incubo dei macchinisti. Senza bisogno di scomodare il calcio e i calciatori. D’improvviso, la depressione sembra essere diventata più diffusa e contagiosa del virus A. Giustissimo parlare della malattia e sfatarne il tabù, illustrando tutti i possibili rimedi. Ma a  scanso di pericolose emulazioni, prendiamo le distanze da certi concetti distorti e fuorvianti espressi  in questi giorni, del tipo:  “Se Enke fosse stato convocato in Nazionale, non sarebbe successo nulla, perché martedì sera sarebbe stato in raduno”, così come dagli striscioni: “Muoiono sempre i migliori” e “Gli eroi non si dimenticano”. Bild.de corregge il tiro e parla dell’ “ultimo saluto ad un uomo che non aveva più la forza per essere un eroe”.

Ora: a questo ragazzo vanno tutto il nostro affetto e tutta la pietà umana che suscitano la sua sofferenza e  malattia. Non giudichiamolo, ma non facciamone un  eroe.  Soprattutto, guardiamoci dall’idealizzare il suo  gesto folle, tanto più a rischio di emulazione in quanto plateale. Noto inoltre una pericolosa confusione di termini: con grande leggerezza ho sentito mettere sullo stesso piano la malattia di Enke e il buio della ragione legato al vizio della droga e dell’alcool, per non parlare di altri aspetti scottanti su cui si preferisce tacere: gli effetti collaterali del doping sul sistema nervoso degli atleti, la fragilità caratteriale dei giovani d’oggi, il vuoto di valori figlio del benessere…  Apriamo il giornale e leggiamo del giovane che si è tolto la vita dopo una lite con la fidanzata, dello studente che si è appeso al lampadario dopo aver preso quattro a scuola… saremmo già finiti tutti sotto il treno!

Istruire l’opinione pubblica sulla malattia è OK, ma ricondurre ad essa ogni comportamento inconsulto significa spalancare le porte ad una schiera sempre più fitta di pseudodepressi. I luminari della psichiatria dovrebbero inoltre spiegarmi perché la depressione non falcidiasse milioni (!!!) di persone durante la Seconda Guerra Mondiale, fra lutti, mutilazioni e distruzione… quando, da un  momento all’altro, una bomba poteva portarti via la casa e la famiglia…. Vogliamo rifletterci sopra? O forse l’equivoco è legato al nome della patologia, che tende a confondere l’umore depresso con la malattia mentale?

E mentre i giornali ci propongono Adriano come il primo “Enke mancato” del nostro campionato,  prendiamo le distanze da stili di vita non esattamente raccomandabili  per reagire a lutti e catastrofi e orientiamoci verso gli esempi positivi.  Ricordate come prendeva il calcio Bruce Grobbelaar, il leggendario portiere del Liverpool negli anni ’80? Come un gioco: dopo aver combattuto la guerra civile di Rhodesia, affermava di essere “vaccinato” contro tutto…

La testimonianza che più mi ha colpito è stata quella dell’attore tedesco Michael Jäger, intervenuto ad un dibattito TV su DSF. Sofferente di depressione poiché segnato dal suicidio del patrigno, avvenuto quando lui aveva solo 4 anni, nel 2004 decise di suicidarsi buttandosi da un ponte. Prima di gettarsi nel vuoto, si concesse le ultime sigarette. Mentre fumava quella dedicata ai suoi 3 figli, gli balenò nella mente un pensiero di salvezza: se si fosse buttato, avrebbe innescato un circolo vizioso di morte: fra 30 anni, traumatizzati dal suo gesto, i suoi bambini avrebbero vissuto un’identica crisi, e forse, si sarebbero tolti a loro volta la vita. Ebbe la forza di tornare indietro, Jäger: si fece ricoverare e curare ed oggi è un esempio di vita e non di morte.

Dal prossimo post, Calcio e Parole tornerà ad occuparsi di temi  più “leggeri”, di argomento prettamente sportivo.  Prima, tuttavia, mi sembrava d’obbligo fermarmi a riflettere.

Nel piccolo cimitero di Neustadt, la croce bianca circondata di fiori con incisi i nomi di Lara e Robert Enke sembrerebbe evocare la pace. Tuttavia, le immagini tragiche di questi giorni mi hanno insinuato dubbi e interrogativi: in qualsiasi dimensione ci si trovi, com’è possibile sentirsi in pace dopo aver commesso un gesto che  ha seminato la disperazione? Immagino l’Enke buono e sensibile, ormai liberato dalla malattia e in grado di leggere negli animi, osservare lo strazio di sua moglie, la figlioletta da poco adottata che crescerà senza aver conosciuto due padri, il dolore dei tifosi, lo sgomento dei compagni, lo smarrimento dei ragazzini per cui era stato un modello, delle persone per cui era un punto di riferimento … Pensate poi per un attimo se un compagno, uno dei macchinisti (o dei passeggeri ) del treno  già fosse stato affetto da  depressione grave… immaginate ora il suo stato?

ARD chiude la diretta con le immagini del carro funebre di Enke che si allontana dall’AWD-Arena, mentre i tabelloni luminosi all’interno dello stadio lo mostrano per l’ultima volta in azione sulle note di  “You’ll Never Walk Alone”.

Ma al di là dell’impatto emotivo,  sono fermamente convinta  che tutti, al termine del nostro cammino, nel momento più importante ci ritroveremo soli, a render conto al Creatore di come abbiamo messo a frutto i talenti che Lui ci ha elargito sotto forma di vita, ricchezze materiali o spirituali, di cosa abbiamo fatto dei  doni che avremmo dovuto condividere con gli altri. Non giudico nessuno, mi ci metto io per prima.

Non vorrei mai trovarmi a dover rispondere: “Signore, li ho fatti a pezzi sotto le ruote del treno”.

Pubblicato su Calcio tedesco | Contrassegnato da tag: , , , | 14 Commenti »

La Germania piange Robert Enke

Pubblicato da ladycalcio su Giovedì, Novembre 12, 2009

“You’ll never walk alone. Robert Enke invece, ha terminato il suo percorso da solo, nel buio che lo circondava e che doveva essere anche dentro di lui”. Queste le parole con le quali Margot Käßmann, vescovo-donna della Chiesa Luterana di Hannover, ha commentato ieri il suicidio del portiere dell’Hannover 69 durante una funzione tenutasi nella Marktkirche, nell’omonima città, davanti a giocatori, esponenti del calcio tedesco e tifosi. “Una persona che ha avuto grande valore per molti giovani e molti adulti, un modello, un portatore di speranza”, ha proseguito il prelato.

A fendere il buio della notte e dell’anima, non i riflettori dello stadio, ma le luci blu delle auto della Polizia e dei Vigili del Fuoco intervenuti sulla linea ferroviaria Brema-Hannover, teatro del disperato gesto del 32enne estremo difensore degli anseatici.

Avrete già letto della tragedia, consumatasi la sera del 10 novembre ad un passaggio a livello in località Eilvese, nei pressi di Hannover, a soli 2 km e mezzo dall’abitazione del giocatore e poco lontano dalla tomba della figlioletta che aveva perso nel 2006.

Secondo quanto riferito da Stefan Wittke, portavoce della Polizia di Hannover, Enke avrebbe abbandonato il suo fuoristrada Mercedes, senza neppure chiuderlo, a pochi metri dalla ferrovia, lasciando il portafoglio sul sedile accanto a quello del guidatore. Si sarebbe poi incamminato sui binari percorrendo diverse centinaia di metri, prima di venire travolto e ucciso dall’espresso RE 4427”. I due conducenti del locomotore avrebbero dichiarato di aver notato una persona sui binari e di aver immediatamente azionato il freno d’emergenza. Invano, dato che i convogli, in quel tratto, viaggiano a 160 Km/h.

“Freitod“. La chiamano così, i tedeschi. Letteralmente: “morte per libera scelta”. È questa la parola che imperversa ora in Germania per designare il suicidio premeditato di Enke, programmato con tale cura da ingannare persino il Dott. Valentin Markser, lo psicoterapeuta presso il quale il calciatore era da lungo tempo in cura. Enke – lo si è saputo soltanto ora – soffriva infatti di gravi crisi depressive (riacutizzatesi dopo i problemi fisici della scorsa estate e la perdita del posto in Nazionale), ma per anni aveva rifiutato ostinatamente il ricovero per proteggere la sua vita privata, nel timore “di perdere tutto”: il calcio, la stima della gente e soprattutto Leila, la bambina di otto mesi che aveva adottato nel maggio scorso dopo aver perso la figlioletta Lara, venuta al mondo affetta da sindrome di sinistra ipoplastica, una gravissima malformazione cardiaca che nel 2006, dopo tre interventi chirurgici al cuore, l’aveva portata alla morte. Un caso che aveva commosso tutta la Germania e messo in luce la grande forza d’animo di Enke, ma che evidentemente, l’aveva minato interiormente.

Amatissimo e molto impegnato socialmente, Robert Enke era stato un esempio di coraggio e un punto di riferimento per tutti coloro che, nella vita, subiscono destini atroci. Lo ricordo parlare in TV del suo dramma, ringraziare i tifosi per l’affetto tributatogli  con una miriade di lettere e proporsi di rispondere personalmente a tutti. Se la forza d’animo, l’umanità e la sensibilità potevano avere un volto, questo era il volto di Robert Enke. È parere unanime che nulla possa spiegare l’abbandono della giovane moglie e della figlioletta che questo ragazzo dal cuore d’oro tanto amava al di fuori della terribile malattia che lo affliggeva. Così come l’improvviso separarsi dai fedeli otto cani che  il suo grande amore  per gli animali gli aveva fatto adottare in Spagna e Portogallo lo scorso settembre.

Se da un lato l’atroce notizia di martedì sera mi lascia incredula e sgomenta, dall’altra rafforza una mia radicata convinzione: quante miserie e debolezze dietro alla facciata di gloria e onnipotenza dei gladiatori che calcano le arene del calcio!

In una lettera d’addio, Enke si scusa per l’”inganno”messo in atto consapevolmente, necessario per portare a compimento il suo piano di lucida follia. L’ha rivelato lo stesso Dott.Markser, visibilmente scosso, nel corso di una conferenza stampa. Il pomeriggio stesso del suicidio, Enke aveva infatti telefonato al primario della clinica presso cui era in cura ambulatorialmente, dicendo di sentirsi molto meglio e di voler per questo sospendere tutte le terapie previste per le settimane successive. Il folle proposito, curato nei minimi dettagli anche verso l’esterno (ostentando tranquillità e sicurezza),era di non far minimamente sospettare ai medici di trovarsi sull’orlo del suicidio, in modo da evitare il ricovero coatto che tanto temeva. Purtroppo, Enke è riuscito nell’assurda “parata”, trasformatasi in un tragico autogoal. Come è emerso soltanto ieri, delle sue reali condizioni erano a conoscenza soltanto il procuratore Jörg Neblung e la moglie Teresa, che addirittura lo accompagnava giornalmente agli allenamenti.

Non è stato purtroppo così martedì. Quel giorno, a quanto sembra, Enke avrebbe simulato l’impegno di un inesistente allenamento pomeridiano con la squadra per far perdere le tracce di sé.  Constatata la sua assenza sul campo, moglie e procuratore avevano allarmato immediatamente la Polizia. Il numero 1 dell‘Hannover 69 era stato notato per l’ultima volta ad un distributore di benzina a Neustadt-Hagen. Il resto, è cronaca nerissima.

È toccato a Oliver Bierhoff l’ingrato compito di comunicare la terribile notizia alla squadra, riunita a cena in vista dell’amichevole  contro il Cile (annullata poco dopo). Il manager della Germania lo racconta con la voce rotta dal pianto. Lasciato l’hotel „Kameha Grand“ di Bonn, sede del ritiro, i giocatori tedeschi si sono recati alla funzione religiosa presso la Marktkirche per commemorare il compagno scomparso. “Sono totalmente choccato, totalmente svuotato”, ha dichiarato il ct della Germania Joachim Löw.

Il cordoglio dei tifosi. Lumini, sciarpe, fotografie: è il tributo dei tifosi sul luogo dell’accaduto, davanti alla sede dell’Hannover e fuori dall’AWD-Arena, raggiunta ieri sera da un corteo spontaneo di oltre 35.000 sostenitori in un silenzio che la TV tedesca ha definito “spettrale”. E poi nuovi gruppi su Facebook,  fra i quali il più numeroso, mercoledì mattina, vantava già oltre 14.500 membri. Per non parlare dei messaggi di cordoglio che giungono sul sito ufficiale del giocatore al ritmo di una decina al minuto. Vi ricorre una domanda: “Perché?”

I mass media. Speciali TV con messa in onda di immagini, interviste e conferenze stampa. La più commovente è stata quella della moglie Teresa, che con grande coraggio ha rotto il silenzio su un tema considerato tabù: la depressione. Parole liberatorie di chi per anni ha condiviso in silenzio la malattia e l’angoscia, la paura di fallire e la disperazione: “La difficoltà maggiore era non mostrarle in pubblico. Questa era la sua volontà, per paura di perdere tutto. Vista a posteriori, è stata una pazzia”. Prosegue la Sig.ra Teresa: „Insieme ne abbiamo superate tante (..) E poi la morte di Lara, che ci ha uniti ancor di più. Pensavamo di poter superare tutto con l’amore, ma non ce l’abbiamo fatta.“

Visibilmente sotto choc, il Dott. Merkser afferma che Enke “ha sempre collaborato attivamente alle cure. Considerava l’allenamento e le partite come l’attività più importante per la sua autostima”. Con questo pretesto, tuttavia, continuava a rifiutare il ricovero.

“C’è sempre una via d’uscita”. A parlare è ancora Teresa Enke: “Non voleva (farsi ricoverare, ndr) per paura che la cosa venisse fuori. Aveva paura di perdere tutto. Quando invece ci sarebbe stata una soluzione per tutto.“

Con il passare delle ore, emergono risvolti della vicenda sempre più raccapriccianti. Christoph Daum, allenatore di Enke al Fenerbahce per pochi giorni (il portiere aveva rescisso il contratto dopo una sola partita), racconta all’”Express” di “psicofarmaci pesanti” e di una confidenza fattagli dal giocatore “che non svelerò mai”. Il risvolto più agghiacciante: bild.de riferisce che lunedì, ad Hannover, Enke aveva visitato…. un’esposizione di cadaveri! No, non è uno scherzo, purtroppo. Si tratta della mostra anatomica“Echte Körper, von den Toten lernen” (corpi veri, imparare dai morti), in svolgimento sul settore dell’Expo, che prevede l’esposizione di sei corpi di adulti, provenienti da donatori volontari, e di un feto, più circa 400 parti umane sezionate,  appositamente conservate ed esposte in vetrinette, fra cui una testa dalla quale fuoriescono le vene del collo (oltre a tanti altri orrori che preferisco omettere) . Il tutto, a “scopo didattico” e di “confronto con la morte”, con tanto di commissione etica. Lasciatemi dire senza mezzi termini che ritengo fuori di testa chi ha organizzato tutto questo – e ancor più chi vi porta in visita i bambini (!) – e che tale metodo di “confrontarsi con la morte” mi sembra assolutamente controindicato per una persona che già soffre di depressione con istinti suicidi!

Domenica mattina, la bara di Robert Enke verrà portata sul campo dell’AWD-Arena, dove si svolgerà una cerimonia commemorativa. Infine, il giocatore verrà sepolto, in forma strettamente privata, nel cimitero di Empede, presso Neustadt, dove già giace il corpo della piccola Lara.

E mentre l’Hannover 96 fa sapere che la maglia numero 1 non verrà mai più assegnata, la morte di Enke riporta alle cronache la depressione nel calcio, che affliggerebbe molti più giocatori di quanto non si pensi (celebre, in Germania, il caso dell’ex-centrocampista del Bayern Sebastian Deisler). “Il calcio tedesco deve trovare le risposte ai perché giovani atleti ritenuti idoli possano ritrovarsi in simili situazioni”, ha esortato il presidente federale Theo Zwanziger.  Il caso Enke ha infatti un tragico precedente: quello dell’attaccante del Mainz 05 Guido Erhard, che dopo un lungo ricovero per depressione in un istituto psichiatrico di Mannheim e un tentato suicidio, nel febbraio 2002  si tolse la vita gettandosi sotto un intercity alla stazione di Offenbach. Urge dunque evitare che si inneschi un effetto emulazione.

Se è vero che oltre il 10 % dei depressi gravi finisce per commettere suicidio, penso che sarebbe ora di infrangere un tabu che non ha ragione d’essere: in quanto malattia, la depressione non è una vergogna da nascondere.  Neppure se a soffrirne è un idolo degli stadi.  Che la tragica morte di Enke abbia almeno un senso e uno scopo: evitare ad altri la stessa sorte.  Né posso esimermi da una banale considerazione: se la legittima volontà del giocatore era di non far trapelare all’esterno il suo delicatissimo problema, non si sarebbe potuto ricoverarlo camuffando  la depressione dietro a una patologia fisica? Sapeste quanti  atleti di spicco e VIP ricorrono a questo escamotage…

Restano un grande vuoto, tante domande e poche risposte.  L’interrogativo più ovvio è: “possibile che nessuno si fosse accorto di nulla”? I compagni, i dirigenti dell’Hannover 69… Ma vengo al  paradosso più assurdo: il padre di Robert,  svolge la professione di psicoterapeuta a Jena!

Resta poi quella frase sibillina che Enke aveva pronunciato recentemente, e che ora, alla luce dell’accaduto, assume il sapore di un presagio:  “Ne ho passate tantissime, a livello professionale e privato. Non so se vi sia qualcuno che dirige la nostra vita, ma per quanto mi risulta, non si può cambiarla”.

Domenica sera, due giorni prima di togliersi la vita, Enke era sceso in campo contro l’Amburgo nel posticipo della Bundesliga.  Una foto su Bild online lo ritrae a fine partita, mentre, sorridente come sempre, saluta i tifosi accalcati lungo le recinzioni. La domanda sorge spontanea: si è trattato di un consapevole ultimo saluto? Qualcuno si chiede se la causa scatenante possa essere stata la non convocazione in Nazionale (di cui aveva da poco appreso) conferma del sogno sfumato di partecipare ai Mondiali 2010.

Ma personalmente, ho un dubbio ancor più inquietante che è quasi una certezza: che il calcio, dietro la sua sfavillante facciata, ci nasconda altri Enke.

Avevo seguito con particolare assiduità Enke ai tempi del Borussia Mönchengladbach: rivedo il coraggioso portierino ventenne in lotta contro i siluri forieri dell’inesorabile retrocessione. La sua fine così tragica mi addolora profondamente.  È durissima immaginare che l’idolo raggiante che soltanto domenica sera si trovava sotto i riflettori, acclamato dalla folla, possa essere lo stesso uomo disperato che due sere dopo, a soli 32 anni e con chissà quali fantasmi nella testa, ha cercato il buio, la solitudine e la fine camminando sui binari della morte.

Nei miei pensieri,  preferisco fare un buio consapevole sulla sua ultima folle uscita e ricordarlo come fino a domenica sera l’avevo visto: sul campo di gioco, a difendere la porta.

Servus, Robert. (Ciao, Robert)

Pubblicato su Calcio tedesco | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 15 Commenti »

Difesa alta: Mourinho, occhio al Werder!

Pubblicato da ladycalcio su Domenica, Settembre 21, 2008

Altro che Oktoberfest! Alla quinta giornata della Bundesliga, l’ubriacatura il Bayern la prende sul proprio campo, dove si vede rifilare un incredibile 5-2 dal Werder Brema (dopo essere andato in svantaggio per 0-5).

5 pappine maturate essenzialmente dagli errori di posizione della difesa a 3 voluta da Klinsmann: alta, impacciata e più volte sul filo di un improbabile fuorigioco.

Le reti del Werder, prossimo avversario dell’Inter in Champions League, si sviluppano da veloci verticalizzazioni dal settore centrale del campo, sia sotto forma di lanci lunghi a cercare i cross al centro da parte degli esterni, sia con pericolose incursioni che bruciano sul tempo Lucio, Van Buyten & Co., storditi e dribblati come birilli.

Da parte del Bayern, penalizzato dalle svirgolate di Toni, il passaggio dal 3-5-2 iniziale a un più consono 4-4-2 non serve ad arginare la piena delle rapide ripartenze degli anseatici, abilissimi anche nello sfruttare i calci piazzati e le mischie sotto porta.

Un monito per José Mourinho, molto “allegro” nella sua concezione di difesa alta: un assetto difensivo quanto mai a rischio in vista dei passaggi in profondità del Brema, dimostratosi molto abile nel nel saltare le linee difensive con inserimenti repentini.

Il pericolo, appunto, è che il tecnico Thomas Schaaf  “prenda le misure” all’Inter nei frequenti sbilanciamenti in avanti che lasciano l’area vuota, come si è potuto osservare ripetutamente nelle prime partite della stagione. Ma il Werder non è il Catania e così facendo, i suoi avanti rischiano di trovarsi soli davanti a Julio Cesar…

“Non bisogna cercare scuse; abbiamo preso una sonora batosta”, ha amesso Klinsmann, imbronciato per la sconfitta più pesante subita dai bavaresi all’Allianz Arena. Misterioso, per contro, il suo collega. Ospite della più popolare trasmissione calcistica TV del sabato sera, Schaaf ha lasciato intendere di aver operato alcuni cambiamenti tecnici chiave in grado di trasformare la sua squadra, che in Champions League contro l’Anorthosis Famagosta era rimasta a secco di reti, in una macchina da goal. Fondamentale, a suo dire, la scelta degli uomini in rapporto all’avversario.

Un aspetto che vale anche per l’Inter dai due volti vista contro il Torino, brillante fino alla permanenza in campo di Adriano e Mancini, ottimi nell’impedire l’avanzata dei granata sulle fasce, ma vittima degli arrembaggi avversari dopo l’entrata in campo di Balotelli e Quaresma.

Pubblicato su Calcio tedesco, Inter | Contrassegnato da tag: , , , , , | 4 Commenti »

KING KAHN, L’ADDIO DEL TITANO

Pubblicato da ladycalcio su Martedì, Settembre 9, 2008

Mai fermarsi, sempre andare avanti”: questo il motto della sua carriera e della sua vita.

Ma il momento dell’addio al calcio giocato è giunto inesorabile anche per lui, Oliver Kahn, sceso in campo per l’ultima volta nelle file del Bayern a 39 anni, dopo quasi 21 di onorata carriera, in un’amichevole contro la Nazionale tedesca disputata il 2 settembre all’Allianz Arena di Monaco di Baviera davanti a 69.000 spettatori.

Il Bayern di Toni, Podolski e Oddo contro la nuova Germania di Marin, Fritz e Helmes. Mancano, sulla scena e sul campo, i vecchi gloriosi compagni: Capitan Effenberg, Mario Basler, Giovane Elber e il tecnico Ottmar Hitzfeld, presenti solo in tribuna.

Dirige l’incntoro Markus Merk, il dentista più famoso di Germania, anch’egli all’addio. Kahn entra in campo a squadre già schierate, accolto da un’ovazione.

Figlio d’arte (il padre Rolf aveva militato nel Karlsruhe), aveva iniziato la carriera come libero. Era divenuto portiere per caso, trovandosi a sostituire il numero uno infortunato della sua squadra. Fu Winfried Schäfer, l’allora tecnico del Karlsruhe, sua città natale, a farlo esordire in Bundesliga contro il Colonia nel novembre 1987. Un esordio sfortunato, conclusosi con un passivo di 4 reti.

Tenacia caratteriale e volontà di ferro: queste le caratteristiche che gli sono valse i soprannomi di King Kahn e di “Titan” (titano). “Nessuna forza può superare quella insita in noi stessi”, afferma. E ancora: “Credo di aver sempre mostrato agli spettatori passione, amore e volontà: le mie qualità migliori, che spero rimarranno legate al mio nome”.

L’acquisto di Kahn nella stagione 1994-95 costa al Bayern la cifra-record di 4,6 milioni di marchi (2,3 milioni di Euro). “Come si fa a spendere tutti quei soldi per un portiere?”, sbotterà il “Kaiser” Franz Beckenbauer in dialetto bavarese.

Ma Kahn non si rivela un portiere qualunque, bensì uno dei migliori numeri 1 al Mondo di tutti i tempi. Parlano i dati: 557 partite nella Bundesliga, 86 presenze nella nazionale tedesca e un ricco palmarès: eletto 3 volte miglior portiere del Mondo, Kahn ha vinto 8 campionati tedeschi, 6 Coppe di Germania, 6 Coppe di Lega tedesche, 1 Champions League (2001), 1 Coppa Intercontinentale (2001), 1 Coppa Uefa (‘96); con la Germania, è stato Campione Europeo ’96 e Vicecampione Mondiale 2002.

Ma sul campo, si è sempre distinto anche per alcuni atteggiamenti che i commentatori tedeschi definiscono eufemisticamente “eccessi emozionali”. Ed ecco la TV riproporne una gustosa carrellata: il Vul-Kahn“  che morde il pallone, accenna a fare lo stesso con una guancia di Heiko Herrlich in un famoso incontro con il Borussia Dortmund, squadra contro cui si produce anche in un’uscita a gamba tesa in stile arti marziali valsagli l’appellativo di Kung-fu Kahn. E come non ricordare il guantone infilato nel naso a Miroslav Klose e il malvezzo di prendere per la collottola i suoi stessi difensori, con la variante di qualche avversario? Diviene così “Bananen-Olli”, l’”Oliver delle banane”, che i tifosi dell’Amburgo gli fanno fioccare copiose in area per sottolinearne i modi “da cavernicolo”.

Si sprecano gli aneddoti della lunga carriera. Freiburg, aprile 2000: Kahn, furibondo, si divincola trattenuto a stento dal Manager Hoeneß. Sanguina vistosamente dalla tempia sinistra dopo essere stato colpito da una pallina da golf lanciatagli contro da uno spettatore. Corre a bordo campo e la recupera al volo. Ironizzerà Mehmet Scholl, suo compagno di squadra: “Non para solo i palloni, ma anche le palline da golf”.

Amburgo, maggio 2001: Oliver Kahn corre a sradicare la bandierina del corner e si rotola sull’erba abbracciandola. Il Bayern è Campione di Germania dopo un lungo assedio in area avversaria e un pareggio allo scadere, quando il campionato già sembrava sicuro appannaggio dello Schalke 04. “Mai fermarsi, sempre andare avanti”, urla di gioia abbracciando Hitzfeld.

Il ricco pre-partita della seconda rete TV tedesca ZDF prevede interviste con numerosi volti noti del calcio. Del nostro campionato parlano Seedorf, Figo e Mourinho.

Poi, un servizio passa in rassegna le sue vittorie più esaltanti, prima fra tutte la Champions League 2001, conquistata a Milano ai calci di rigore nella finale contro il Valencia (parando 3 tiri dagli 11 metri), e le sue sconfitte più cocenti, fra cui quella nella finale di Champions League ’99, persa ai minuti di recupero contro il Manchester United, l’errore nella Finale Mondiale 2002, persa contro il Brasile, con la celebre immagine che lo ritrae sconsolato, seduto impietrito contro il palo della porta, e la relegazione a numero 2 dietro a Lehmann ai Mondiali casalinghi del 2006 da parte del ct Jürgen Klinsmann.

Fra i miei ricordi calcistici tengo cara una foto che mi immortala insieme ad Oliver Kahn. Ebbi l’occasione di scambiare due parole con lui proprio dopo i Mondiali 2006 e di osservarne da vicino il volto duro da gladiatore, segnato da mille battaglie, e lo sguardo fiero e un po’ torvo dei suoi occhi azzurro cielo. Ma il biondo portierone si illuminò di un sorriso compiaciuto non appena gli dissi di averlo sempre preferito a Lehmann nei mie scritti sulla rassegna iridata tedesca. Non mentivo.

Il Titano ha un rimpianto: quello di non essere mai riuscito a segnare un goal.Ci provò nel 2002 incaricandosi di un calcio di rigore contro l’Energie Cottbus, parato dal suo collega Piplica.

Nella partita d’addo, tutti danno per scontato il tanto atteso goal, che invece non arriva. Bayern- Germania termina 1-1 e l’ultimo a segnare contro Kahn è Piotr Trochowski. Il biondo numero 1 esce di scena al 75 minuto sulle note di Time To Say Goodbye, rimpiazzato da Michael Rensing, 24 anni, che raccoglie la sua eredità al Bayern.

Merk interrompe la partita per il lungo giro d’onore del Titano, che saluta lo stadio con una bandiera e una sciarpa del Bayern al collo. Poi, il discorso al pubblico: “Non so cosa dire… credo sia la cosa più grandiosa che ho vissuto in carriera” . “Oggi è stata l’apoteosi”, aggiunge ringraziando i sostenitori.

“Non sono il tipo che si mette a piangere”, aveva assicurato prima del match d’addio. E King Kahn, seppure con sforzi atroci, si dimostra di parola fino all’ultimo. Le lacrime, per contro, le versa copiosamente la tifoseria.

Il Titano lascia il terreno di gioco e sale la scalinata verso il tunnel degli spogliatoi, seguito dalla telecamera. Le immagini sono visibili sul maxischermo dello stadio, che ora è tutto un coro: Olli, Olli!” . Il viso di Kahn è contratto, le lacrime trattenute a stento e rimandate, c’è da giurarlo, a più tardi, al primo momento di solitudine in cui sciogliersi liberamente in pianto lontano dall’occhio indiscreto della telecamera.

Soffre il telespettatore per lui. La telecamera lo segue fin negli spogliatoi: Olli si sfila i guantoni, beve un sorso e fa un sospiro, visibilmente commosso. “Non è più King Kahn, non è più il Titano”, commenta il telecronista tedesco, “è soltanto un uomo”.

Si slaccia le scarpette: “È finita”, sospira. Il coro dei 69.000 lo richiama fuori a gran voce e lui, dopo il fischio finale, ritorna sul campo. Si sprecano gli striscioni: “Danke Olli”, “Indimenticabile Olli”, “Olli ti vogliamo bene”, “Olli ci manchi già”, fino a “Oliver Kahn Forever Number One”, parafrasi del titolo dell’ex-inno del Bayern

Olli Kahn risale la scalinata: il gladiatore esce di scena vincitore su se stesso e sui suoi sentimenti. Rivelerà la sua sensazione più forte nel post-partita: era da sempre abituato, durante gli incontri, a sentire la tensione. Oggi, per la prima volta, non ha percepito alcuna tensione, ma solo l’affetto dei tifosi. “Un giorno che non dimenticherò mai”, ha scritto sul suo Sito Ufficiale.

Per il dopo-carriera, Kahn ha già assunto un impegno sociale nelle scuole, che visita per inculcare nei giovanissimi le giuste motivazioni, aiutandoli a combattere la violenza e la droga e offrendosi loro come supporto psicologico contro i problemi giovanili.

Negli ambienti del calcio tedesco si vocifera da tempo che sia destinato a subentrare a Uli Hoeneß come Manager del Bayern.

Ma all’atto dell’addio, Kahn già pensa a un nuovo esordio. Mai fermarsi, sempre andare avanti! Domani, 10 settembre, debutterà come opinionista della rete TV ZDF per commentare, da Helsinki, Finlandia-Germania.

Danke Olli, Auf Wiedersehen!

Pubblicato su Calcio tedesco | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | 2 Commenti »