calcio e parole

altre parole sul calcio (di Monica Morandi)

Calcio troppo parlato

Pubblicato da ladycalcio su Lunedì, Novembre 23, 2009

Calcio parlato e calcio giocato: gli ultimi giorni hanno fatto segnare una preoccupante predominanza del primo sul secondo. Sui campi di pallone, il fattore sportivo passa sempre più spesso in secondo piano, inquinato da fattacci, polemiche e discussioni. Eccone 5 recentissimi esempi:

1)  La mano scandalosa di Thierry Henry, che ha escluso da Sudafrica 2010 l’Irlanda di Trapattoni: l’esultanza spudorata del francese si è trasformata in “pentimento” (di comodo) soltanto quando le immagini che lo sbugiardano hanno fatto il giro del mondo, incrinandone la credibilità e la fama da “campione”.  Il giocatore, entrato di diritto in tutte le classifiche delle più grandi vergogne della storia del calcio, ha capito che rimarrà (giustamente) bollato a vita. Lo difendono solo Zidane (uno che di scandali se ne intende)e il ct Domenech, diventato (sempre che sia possibile) ancor più antipatico. E mentre il “Figaro” di oggi riporta l’indiscrezione di possibili sanzioni della Fifa a Henry (che secondo me ai mondiali non dovrebbe andarci per nulla) , non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se a “dare una mano” alla sua squadra contro la Francia fosse stato un italiano…

2) A proposito di antipatici: più che per il gioco, la Nazionale di Marcello Lippi ha fatto notizia per gli accenti polemici del nostro ct in conferenza stampa, per i fischi degli spettatori e per i soliti inviti a convocare Cassano. Che il fantasista blucerchiato sarebbe utile alla causa, l’hanno capito e urlato persino i bambini.

3) Il nuovo scandalo scommesse venuto  alla luce in una Germania in procinto di tornare alle cronache del calcio giocato dopo il suicidio di Enke. Si tratterebbe di una rete di scommesse e manipolazioni di incontri a livello mondiale.  Attendiamo gli sviluppi dell’ennesimo “caso”…

4) Bologna-Inter non è neppure incominciata ed ecco i tifosi emiliani schierati fuori dallo Stadio Dallara con le mascherine sul volto con la scritta: “contro l’influenza di Moggi”. La protesta contro il virus inestirpabile del calcio nostrano, civile e più che legittima, si ripete prima di ogni incontro. Si prosegue con gli insulti a Balotelli e con il rosso a Maicon per un presunto “f*** you” al guardalinee Ayroldi e con Mourinho che lascia il campo in anticipo. Si tocca il picco (o meglio, il fondo)  in serata con altri cori scandalosi all’Olimpico di Torino:Se saltelli muore Balotelli”. A questo proposito, MediaSet ci propone due splendidi esempi di “stile Juve. Ferrara:Il pubblico paga, e quindi è giusto che contesti. Ma non c’è scritto da nessuna parte che il pubblico offenda. Poiché in campo ci sono stato e qualche offesa l’ho anche ricevuta, allora o ci tappiamo le orecchie sempre oppure andiamo contro tutte le offese che ci sono”. Secondo Chiellini, non si tratterebbe di razzismo: “Fa parte del gioco. Non si è mai lamentato nessuno e non facciamo un caso quando non esiste”.

Inutile sprecare fiumi d’inchiostro: i provvedimenti per stroncare i cori razzisti ci sarebbero: squalificate il campo del misfatto per 10 giornate e vedrete che la Società risalirà ai colpevoli. Se invece la mettiamo sul piano degli introiti economici e (come al solito) dei soldi, è inutile che continuiamo a raccontarci storie. Come quella (così almeno la ritengo) del “vai tu” attribuito da Massimo Moratti al suo difensore espulso nel tentativo (un po’ patetico) di evitargli due turni di squalifica. Ma non bastava: per coronare la giornata di gloria mancava Del Piero, con il suo “complimento” all’arbitro Brighi nel posticipo serale.  “Complimento”  visto da tutti in TV in primo piano ma non sanzionato- , con i soliti due pesi e due misure a favore di Madama Juve!

5) Mi ricollego al punto precedente in vista allo scontro diretto Juve-Inter del 5 dicembre prossimo, che ha già visto qualche scaramuccia verbale d’avvicinamento fra giocatori di opposte fazioni. Guardiamoci tuttavia dal vero rischio: la sudditanza psicologica (o controsudditanza che dir si voglia), da parte dei direttori di gara, alias: non lasciamo scappare l’Inter, altrimenti ammazza il campionato. In quel caso, addio scommesse, puntate, dibattiti TV! Il primo errore (?) arbitrale l’abbiamo visto ieri sera con quel rigore grosso come una casa negato al Cagliari, fruttato 3 punti in classifica ad un Milan che altrimenti ora sarebbe a – 9 dai cugini.

Ci aspettano due settimane calde, con l’esito dei gironi di Champions League e due gli scontri diretti di campionato fra la capolista Inter e le inseguitrici Fiorentina e Juve. Auguriamoci che la lista degli episodi discussi non si allunghi e che a far notizia sia il finalmente campo…

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TANTI, TROPPI ENKE!

Pubblicato da ladycalcio su Mercoledì, Novembre 18, 2009

La Germania non vedeva una cerimonia d’addio così imponente dalla scomparsa di Konrad Adenauer (nel  1967):  45 mila persone hanno gremito domenica mattina l’AWD-Arena per dare l’ultimo saluto al portiere dell‘Hannover 69 Robert Enke, suicidatosi martedì scorso gettandosi sotto un treno. Maxischermi fuori dallo stadio, diretta radiofonica e televisiva , campo di gioco e spalti trasformati in un’insolita “chiesa”, dove condividere dolore e cordoglio. Il tutto, calato in un  silenzio irreale .

Il primo canale nazionale ARD apre la diretta  con l’immagine della bara in legno d’abete collocata nel cerchio di centrocampo, sovrastata da un cuscino di rose bianche. La cerimonia è dimessa, il dolore composto. Sono presenti la Nazionale tedesca e l’Hannover 96 al completo, oltre a innumerevoli giocatori, tecnici e dirigenti del calcio tedesco. “Rooobert Enke”! Il grido dei tifosi rompe per un attimo il silenzio. La regia zooma dalla porta desolatamente vuota al feretro coperto di rose. I nazionali Michael Ballack e Per Mertesacker, grande  amico di Enke, attraversano il campo e vi depongono davanti una corona di fiori.

Prende la parola Padre Heinrich Plochg, sacerdote cattolico amico della famiglia Enke, che la domenica prima aveva assistito all’incontro di Bundesliga Hannover 96-Amburgo (2-2) dietro la porta di Robert. Canti e musiche si alternano agli interventi di personaggi sportivi e autorità: dal presidente dell’Hannover 96 Martin Kind al presidente della Federcalcio tedesca Theo Zwanziger; a seguire, il sindaco della città Stephan Weil e tanti altri. Nello stadio echeggia l’inno sociale “’96 Alte Liebe” (’96 Vecchio Amore”). La squadra sfila per l’ultima volta sul terreno di gioco davanti al proprio capitano. Poco dopo mezzogiorno, alcuni compagni trasportano la bara fuori  dal campo.

Il calcio tedesco riparte dalle parole scelte da Teresa Enke, moglie del calciatore scomparso, per la partecipazione di morte. “La speranza non è la convinzione che qualcosa possa andare bene, bensì la certezza che questo qualcosa abbia un senso, indipendentemente da come finisce

È tempo di analisi, confronti  e proposte. Tema dominante dei dibattiti è la depressione, fino a ieri argomento tabù fra gli atleti di spicco per la paura di “perdere tutto”. Ma rotto il tabù, di giorno in giorno emergono nuove confessioni. Ieri è stata la volta dell’”ex” Michael Sternkopf, che durante la sua militanza nel Bayern avrebbe fatto uso di psicofarmaci pesanti ad insaputa della Società. Si va alla ricerca delle cause. Sotto accusa l’immagine da “macho” del campione, visto come gladiatore invincibile e invulnerabile che non può concedersi debolezze. Urge dunque una maturazione dell’atleta e della sua immagine. C’è chi propone l’inserimento di uno psicologo nello staff tecnico di tutte le squadre, o ancor meglio, per evitare “fughe” di delicate notizie, il ricorso tempestivo (ai primi sintomi della malattia) a specialisti fuori dall’ambiente calcistico, garanti della massima riservatezza in quanto vincolati al segreto professionale.

Lunedì  ha parlato Hanno Balitsch, giocatore dell’Hannover 69, che ha rivelato di essere stato a conoscenza dei problemi di Enke, che si sarebbe confidato con lui e con due fisioterapisti.  Nel frattempo, è emerso che la forma virale ufficialmente sofferta dal portiere la scorsa estate, alla quale era stato attribuito il riacutizzarsi della depressione, altro non era che un paravento per giustificarne l’assenza dai campi (e sulla frattura dello scafoide dell’anno precedente vogliamo mettere la mano sul fuoco?).

Intanto,  si scopre che in Germania, dove le persone che si tolgono la vita superano i morti per incidenti stradali, i suicidi alla Enke sono diventati l’incubo dei macchinisti. Senza bisogno di scomodare il calcio e i calciatori. D’improvviso, la depressione sembra essere diventata più diffusa e contagiosa del virus A. Giustissimo parlare della malattia e sfatarne il tabù, illustrando tutti i possibili rimedi. Ma a  scanso di pericolose emulazioni, prendiamo le distanze da certi concetti distorti e fuorvianti espressi  in questi giorni, del tipo:  “Se Enke fosse stato convocato in Nazionale, non sarebbe successo nulla, perché martedì sera sarebbe stato in raduno”, così come dagli striscioni: “Muoiono sempre i migliori” e “Gli eroi non si dimenticano”. Bild.de corregge il tiro e parla dell’ “ultimo saluto ad un uomo che non aveva più la forza per essere un eroe”.

Ora: a questo ragazzo vanno tutto il nostro affetto e tutta la pietà umana che suscitano la sua sofferenza e  malattia. Non giudichiamolo, ma non facciamone un  eroe.  Soprattutto, guardiamoci dall’idealizzare il suo  gesto folle, tanto più a rischio di emulazione in quanto plateale. Noto inoltre una pericolosa confusione di termini: con grande leggerezza ho sentito mettere sullo stesso piano la malattia di Enke e il buio della ragione legato al vizio della droga e dell’alcool, per non parlare di altri aspetti scottanti su cui si preferisce tacere: gli effetti collaterali del doping sul sistema nervoso degli atleti, la fragilità caratteriale dei giovani d’oggi, il vuoto di valori figlio del benessere…  Apriamo il giornale e leggiamo del giovane che si è tolto la vita dopo una lite con la fidanzata, dello studente che si è appeso al lampadario dopo aver preso quattro a scuola… saremmo già finiti tutti sotto il treno!

Istruire l’opinione pubblica sulla malattia è OK, ma ricondurre ad essa ogni comportamento inconsulto significa spalancare le porte ad una schiera sempre più fitta di pseudodepressi. I luminari della psichiatria dovrebbero inoltre spiegarmi perché la depressione non falcidiasse milioni (!!!) di persone durante la Seconda Guerra Mondiale, fra lutti, mutilazioni e distruzione… quando, da un  momento all’altro, una bomba poteva portarti via la casa e la famiglia…. Vogliamo rifletterci sopra? O forse l’equivoco è legato al nome della patologia, che tende a confondere l’umore depresso con la malattia mentale?

E mentre i giornali ci propongono Adriano come il primo “Enke mancato” del nostro campionato,  prendiamo le distanze da stili di vita non esattamente raccomandabili  per reagire a lutti e catastrofi e orientiamoci verso gli esempi positivi.  Ricordate come prendeva il calcio Bruce Grobbelaar, il leggendario portiere del Liverpool negli anni ’80? Come un gioco: dopo aver combattuto la guerra civile di Rhodesia, affermava di essere “vaccinato” contro tutto…

La testimonianza che più mi ha colpito è stata quella dell’attore tedesco Michael Jäger, intervenuto ad un dibattito TV su DSF. Sofferente di depressione poiché segnato dal suicidio del patrigno, avvenuto quando lui aveva solo 4 anni, nel 2004 decise di suicidarsi buttandosi da un ponte. Prima di gettarsi nel vuoto, si concesse le ultime sigarette. Mentre fumava quella dedicata ai suoi 3 figli, gli balenò nella mente un pensiero di salvezza: se si fosse buttato, avrebbe innescato un circolo vizioso di morte: fra 30 anni, traumatizzati dal suo gesto, i suoi bambini avrebbero vissuto un’identica crisi, e forse, si sarebbero tolti a loro volta la vita. Ebbe la forza di tornare indietro, Jäger: si fece ricoverare e curare ed oggi è un esempio di vita e non di morte.

Dal prossimo post, Calcio e Parole tornerà ad occuparsi di temi  più “leggeri”, di argomento prettamente sportivo.  Prima, tuttavia, mi sembrava d’obbligo fermarmi a riflettere.

Nel piccolo cimitero di Neustadt, la croce bianca circondata di fiori con incisi i nomi di Lara e Robert Enke sembrerebbe evocare la pace. Tuttavia, le immagini tragiche di questi giorni mi hanno insinuato dubbi e interrogativi: in qualsiasi dimensione ci si trovi, com’è possibile sentirsi in pace dopo aver commesso un gesto che  ha seminato la disperazione? Immagino l’Enke buono e sensibile, ormai liberato dalla malattia e in grado di leggere negli animi, osservare lo strazio di sua moglie, la figlioletta da poco adottata che crescerà senza aver conosciuto due padri, il dolore dei tifosi, lo sgomento dei compagni, lo smarrimento dei ragazzini per cui era stato un modello, delle persone per cui era un punto di riferimento … Pensate poi per un attimo se un compagno, uno dei macchinisti (o dei passeggeri ) del treno  già fosse stato affetto da  depressione grave… immaginate ora il suo stato?

ARD chiude la diretta con le immagini del carro funebre di Enke che si allontana dall’AWD-Arena, mentre i tabelloni luminosi all’interno dello stadio lo mostrano per l’ultima volta in azione sulle note di  “You’ll Never Walk Alone”.

Ma al di là dell’impatto emotivo,  sono fermamente convinta  che tutti, al termine del nostro cammino, nel momento più importante ci ritroveremo soli, a render conto al Creatore di come abbiamo messo a frutto i talenti che Lui ci ha elargito sotto forma di vita, ricchezze materiali o spirituali, di cosa abbiamo fatto dei  doni che avremmo dovuto condividere con gli altri. Non giudico nessuno, mi ci metto io per prima.

Non vorrei mai trovarmi a dover rispondere: “Signore, li ho fatti a pezzi sotto le ruote del treno”.

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La Germania piange Robert Enke

Pubblicato da ladycalcio su Giovedì, Novembre 12, 2009

“You’ll never walk alone. Robert Enke invece, ha terminato il suo percorso da solo, nel buio che lo circondava e che doveva essere anche dentro di lui”. Queste le parole con le quali Margot Käßmann, vescovo-donna della Chiesa Luterana di Hannover, ha commentato ieri il suicidio del portiere dell’Hannover 69 durante una funzione tenutasi nella Marktkirche, nell’omonima città, davanti a giocatori, esponenti del calcio tedesco e tifosi. “Una persona che ha avuto grande valore per molti giovani e molti adulti, un modello, un portatore di speranza”, ha proseguito il prelato.

A fendere il buio della notte e dell’anima, non i riflettori dello stadio, ma le luci blu delle auto della Polizia e dei Vigili del Fuoco intervenuti sulla linea ferroviaria Brema-Hannover, teatro del disperato gesto del 32enne estremo difensore degli anseatici.

Avrete già letto della tragedia, consumatasi la sera del 10 novembre ad un passaggio a livello in località Eilvese, nei pressi di Hannover, a soli 2 km e mezzo dall’abitazione del giocatore e poco lontano dalla tomba della figlioletta che aveva perso nel 2006.

Secondo quanto riferito da Stefan Wittke, portavoce della Polizia di Hannover, Enke avrebbe abbandonato il suo fuoristrada Mercedes, senza neppure chiuderlo, a pochi metri dalla ferrovia, lasciando il portafoglio sul sedile accanto a quello del guidatore. Si sarebbe poi incamminato sui binari percorrendo diverse centinaia di metri, prima di venire travolto e ucciso dall’espresso RE 4427”. I due conducenti del locomotore avrebbero dichiarato di aver notato una persona sui binari e di aver immediatamente azionato il freno d’emergenza. Invano, dato che i convogli, in quel tratto, viaggiano a 160 Km/h.

“Freitod“. La chiamano così, i tedeschi. Letteralmente: “morte per libera scelta”. È questa la parola che imperversa ora in Germania per designare il suicidio premeditato di Enke, programmato con tale cura da ingannare persino il Dott. Valentin Markser, lo psicoterapeuta presso il quale il calciatore era da lungo tempo in cura. Enke – lo si è saputo soltanto ora – soffriva infatti di gravi crisi depressive (riacutizzatesi dopo i problemi fisici della scorsa estate e la perdita del posto in Nazionale), ma per anni aveva rifiutato ostinatamente il ricovero per proteggere la sua vita privata, nel timore “di perdere tutto”: il calcio, la stima della gente e soprattutto Leila, la bambina di otto mesi che aveva adottato nel maggio scorso dopo aver perso la figlioletta Lara, venuta al mondo affetta da sindrome di sinistra ipoplastica, una gravissima malformazione cardiaca che nel 2006, dopo tre interventi chirurgici al cuore, l’aveva portata alla morte. Un caso che aveva commosso tutta la Germania e messo in luce la grande forza d’animo di Enke, ma che evidentemente, l’aveva minato interiormente.

Amatissimo e molto impegnato socialmente, Robert Enke era stato un esempio di coraggio e un punto di riferimento per tutti coloro che, nella vita, subiscono destini atroci. Lo ricordo parlare in TV del suo dramma, ringraziare i tifosi per l’affetto tributatogli  con una miriade di lettere e proporsi di rispondere personalmente a tutti. Se la forza d’animo, l’umanità e la sensibilità potevano avere un volto, questo era il volto di Robert Enke. È parere unanime che nulla possa spiegare l’abbandono della giovane moglie e della figlioletta che questo ragazzo dal cuore d’oro tanto amava al di fuori della terribile malattia che lo affliggeva. Così come l’improvviso separarsi dai fedeli otto cani che  il suo grande amore  per gli animali gli aveva fatto adottare in Spagna e Portogallo lo scorso settembre.

Se da un lato l’atroce notizia di martedì sera mi lascia incredula e sgomenta, dall’altra rafforza una mia radicata convinzione: quante miserie e debolezze dietro alla facciata di gloria e onnipotenza dei gladiatori che calcano le arene del calcio!

In una lettera d’addio, Enke si scusa per l’”inganno”messo in atto consapevolmente, necessario per portare a compimento il suo piano di lucida follia. L’ha rivelato lo stesso Dott.Markser, visibilmente scosso, nel corso di una conferenza stampa. Il pomeriggio stesso del suicidio, Enke aveva infatti telefonato al primario della clinica presso cui era in cura ambulatorialmente, dicendo di sentirsi molto meglio e di voler per questo sospendere tutte le terapie previste per le settimane successive. Il folle proposito, curato nei minimi dettagli anche verso l’esterno (ostentando tranquillità e sicurezza),era di non far minimamente sospettare ai medici di trovarsi sull’orlo del suicidio, in modo da evitare il ricovero coatto che tanto temeva. Purtroppo, Enke è riuscito nell’assurda “parata”, trasformatasi in un tragico autogoal. Come è emerso soltanto ieri, delle sue reali condizioni erano a conoscenza soltanto il procuratore Jörg Neblung e la moglie Teresa, che addirittura lo accompagnava giornalmente agli allenamenti.

Non è stato purtroppo così martedì. Quel giorno, a quanto sembra, Enke avrebbe simulato l’impegno di un inesistente allenamento pomeridiano con la squadra per far perdere le tracce di sé.  Constatata la sua assenza sul campo, moglie e procuratore avevano allarmato immediatamente la Polizia. Il numero 1 dell‘Hannover 69 era stato notato per l’ultima volta ad un distributore di benzina a Neustadt-Hagen. Il resto, è cronaca nerissima.

È toccato a Oliver Bierhoff l’ingrato compito di comunicare la terribile notizia alla squadra, riunita a cena in vista dell’amichevole  contro il Cile (annullata poco dopo). Il manager della Germania lo racconta con la voce rotta dal pianto. Lasciato l’hotel „Kameha Grand“ di Bonn, sede del ritiro, i giocatori tedeschi si sono recati alla funzione religiosa presso la Marktkirche per commemorare il compagno scomparso. “Sono totalmente choccato, totalmente svuotato”, ha dichiarato il ct della Germania Joachim Löw.

Il cordoglio dei tifosi. Lumini, sciarpe, fotografie: è il tributo dei tifosi sul luogo dell’accaduto, davanti alla sede dell’Hannover e fuori dall’AWD-Arena, raggiunta ieri sera da un corteo spontaneo di oltre 35.000 sostenitori in un silenzio che la TV tedesca ha definito “spettrale”. E poi nuovi gruppi su Facebook,  fra i quali il più numeroso, mercoledì mattina, vantava già oltre 14.500 membri. Per non parlare dei messaggi di cordoglio che giungono sul sito ufficiale del giocatore al ritmo di una decina al minuto. Vi ricorre una domanda: “Perché?”

I mass media. Speciali TV con messa in onda di immagini, interviste e conferenze stampa. La più commovente è stata quella della moglie Teresa, che con grande coraggio ha rotto il silenzio su un tema considerato tabù: la depressione. Parole liberatorie di chi per anni ha condiviso in silenzio la malattia e l’angoscia, la paura di fallire e la disperazione: “La difficoltà maggiore era non mostrarle in pubblico. Questa era la sua volontà, per paura di perdere tutto. Vista a posteriori, è stata una pazzia”. Prosegue la Sig.ra Teresa: „Insieme ne abbiamo superate tante (..) E poi la morte di Lara, che ci ha uniti ancor di più. Pensavamo di poter superare tutto con l’amore, ma non ce l’abbiamo fatta.“

Visibilmente sotto choc, il Dott. Merkser afferma che Enke “ha sempre collaborato attivamente alle cure. Considerava l’allenamento e le partite come l’attività più importante per la sua autostima”. Con questo pretesto, tuttavia, continuava a rifiutare il ricovero.

“C’è sempre una via d’uscita”. A parlare è ancora Teresa Enke: “Non voleva (farsi ricoverare, ndr) per paura che la cosa venisse fuori. Aveva paura di perdere tutto. Quando invece ci sarebbe stata una soluzione per tutto.“

Con il passare delle ore, emergono risvolti della vicenda sempre più raccapriccianti. Christoph Daum, allenatore di Enke al Fenerbahce per pochi giorni (il portiere aveva rescisso il contratto dopo una sola partita), racconta all’”Express” di “psicofarmaci pesanti” e di una confidenza fattagli dal giocatore “che non svelerò mai”. Il risvolto più agghiacciante: bild.de riferisce che lunedì, ad Hannover, Enke aveva visitato…. un’esposizione di cadaveri! No, non è uno scherzo, purtroppo. Si tratta della mostra anatomica“Echte Körper, von den Toten lernen” (corpi veri, imparare dai morti), in svolgimento sul settore dell’Expo, che prevede l’esposizione di sei corpi di adulti, provenienti da donatori volontari, e di un feto, più circa 400 parti umane sezionate,  appositamente conservate ed esposte in vetrinette, fra cui una testa dalla quale fuoriescono le vene del collo (oltre a tanti altri orrori che preferisco omettere) . Il tutto, a “scopo didattico” e di “confronto con la morte”, con tanto di commissione etica. Lasciatemi dire senza mezzi termini che ritengo fuori di testa chi ha organizzato tutto questo – e ancor più chi vi porta in visita i bambini (!) – e che tale metodo di “confrontarsi con la morte” mi sembra assolutamente controindicato per una persona che già soffre di depressione con istinti suicidi!

Domenica mattina, la bara di Robert Enke verrà portata sul campo dell’AWD-Arena, dove si svolgerà una cerimonia commemorativa. Infine, il giocatore verrà sepolto, in forma strettamente privata, nel cimitero di Empede, presso Neustadt, dove già giace il corpo della piccola Lara.

E mentre l’Hannover 96 fa sapere che la maglia numero 1 non verrà mai più assegnata, la morte di Enke riporta alle cronache la depressione nel calcio, che affliggerebbe molti più giocatori di quanto non si pensi (celebre, in Germania, il caso dell’ex-centrocampista del Bayern Sebastian Deisler). “Il calcio tedesco deve trovare le risposte ai perché giovani atleti ritenuti idoli possano ritrovarsi in simili situazioni”, ha esortato il presidente federale Theo Zwanziger.  Il caso Enke ha infatti un tragico precedente: quello dell’attaccante del Mainz 05 Guido Erhard, che dopo un lungo ricovero per depressione in un istituto psichiatrico di Mannheim e un tentato suicidio, nel febbraio 2002  si tolse la vita gettandosi sotto un intercity alla stazione di Offenbach. Urge dunque evitare che si inneschi un effetto emulazione.

Se è vero che oltre il 10 % dei depressi gravi finisce per commettere suicidio, penso che sarebbe ora di infrangere un tabu che non ha ragione d’essere: in quanto malattia, la depressione non è una vergogna da nascondere.  Neppure se a soffrirne è un idolo degli stadi.  Che la tragica morte di Enke abbia almeno un senso e uno scopo: evitare ad altri la stessa sorte.  Né posso esimermi da una banale considerazione: se la legittima volontà del giocatore era di non far trapelare all’esterno il suo delicatissimo problema, non si sarebbe potuto ricoverarlo camuffando  la depressione dietro a una patologia fisica? Sapeste quanti  atleti di spicco e VIP ricorrono a questo escamotage…

Restano un grande vuoto, tante domande e poche risposte.  L’interrogativo più ovvio è: “possibile che nessuno si fosse accorto di nulla”? I compagni, i dirigenti dell’Hannover 69… Ma vengo al  paradosso più assurdo: il padre di Robert,  svolge la professione di psicoterapeuta a Jena!

Resta poi quella frase sibillina che Enke aveva pronunciato recentemente, e che ora, alla luce dell’accaduto, assume il sapore di un presagio:  “Ne ho passate tantissime, a livello professionale e privato. Non so se vi sia qualcuno che dirige la nostra vita, ma per quanto mi risulta, non si può cambiarla”.

Domenica sera, due giorni prima di togliersi la vita, Enke era sceso in campo contro l’Amburgo nel posticipo della Bundesliga.  Una foto su Bild online lo ritrae a fine partita, mentre, sorridente come sempre, saluta i tifosi accalcati lungo le recinzioni. La domanda sorge spontanea: si è trattato di un consapevole ultimo saluto? Qualcuno si chiede se la causa scatenante possa essere stata la non convocazione in Nazionale (di cui aveva da poco appreso) conferma del sogno sfumato di partecipare ai Mondiali 2010.

Ma personalmente, ho un dubbio ancor più inquietante che è quasi una certezza: che il calcio, dietro la sua sfavillante facciata, ci nasconda altri Enke.

Avevo seguito con particolare assiduità Enke ai tempi del Borussia Mönchengladbach: rivedo il coraggioso portierino ventenne in lotta contro i siluri forieri dell’inesorabile retrocessione. La sua fine così tragica mi addolora profondamente.  È durissima immaginare che l’idolo raggiante che soltanto domenica sera si trovava sotto i riflettori, acclamato dalla folla, possa essere lo stesso uomo disperato che due sere dopo, a soli 32 anni e con chissà quali fantasmi nella testa, ha cercato il buio, la solitudine e la fine camminando sui binari della morte.

Nei miei pensieri,  preferisco fare un buio consapevole sulla sua ultima folle uscita e ricordarlo come fino a domenica sera l’avevo visto: sul campo di gioco, a difendere la porta.

Servus, Robert. (Ciao, Robert)

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Ranieri fa il piagnone

Pubblicato da ladycalcio su Lunedì, Novembre 9, 2009

Sarà la scuola Juve, sarà che ha già assorbito lo stile lagnoso che regna alla corte di Rosella Sensi. Fatto sta che stavolta do ragione in pieno a José Mourinho, che interpellato sulle dichiarazioni di Claudio Ranieri dopo il pareggio di ieri sera fra Inter e Roma, ha detto:Senza sapere quello che lui ha detto, sicuro che ha pianto”.

Anche volendo pensare a uno sfogo a caldo in un momento di frustrazione (forse per aver mancato il colpaccio di battere i nerazzurri a San Siro?), è oltremodo arduo comprendere e giustificare l’invettiva contro i giocatori dell’Inter sortita ieri sera nel dopopartita dal mister romanista ai microfoni Sky. Eccone alcuni stralci, comprensivi di strafalcioni:

“(La Roma, ndr) è stata picchiata tanto, (i giocatori dell’Inter, ndr)  hanno fatto il doppio dei falli che abbiamo fatto noi… ma insomma, la prossima volta dobbiamo venire con le corazze… ne abbiamo prese tante, ne abbiamo prese! Lui (Mourinho, ndr) si lamenta sempre… come andavamo via a centrcampo, falli sistematici, tattici… se non si ammoniscono e non si buttano fuori gli avversari, continuano a farlo: sono grossi, potenti e prepotenti. Se glielo permettiamo, loro se ne avvantaggiano.”

“Sì, (De Rossi, ndr) dovrà essere operato. Ringraziando Vieira (recatosi negli spogliatoi per scusarsi, ndr), lo confermo. Lui con i gomiti alzati ci salta spesso e volentieri, in Inghilterra veniva buttato fuori…”

“Se ci va bene anche il primo contropiede, a quest’ora (l’Inter, ndr) sta piangendo… :-)   La Roma ha cercato di far gioco, l’Inter si è buttata là davanti ma non ha fatto nulla”.

“Quello che volevamo fare era ripartire ogni volta, però hai visto che quando ripartivamo, insomma, era sistematico il fallo per interrompere la nostra  azione… Diventa difficile eh, con tutte le assenze che hai, con tutte le problematiche che un allenatore ha, viene a giocare contro l’Inter, per cui, se (Mourinho, ndr)si lamenta…”

“Quando una squadra cerca di venir via con fraseggi rasoterra e sistematicamente gli :-) viene fatto fallo, ‘somma, una volta, due, gli arbitri dicono che cercano di capire il senso del gioco e tutto… Ecco, qui c’era una squadra che giocava a calcio contro un’altra che non ha giocato a calcio, che ha sistematicamente fatto falli tattici per non farci ripartire, per cui era difficile, onestamente”.

“Io sono molto soddisfatto del gioco che ha prodotto la squadra . Certo che uno vuole sempre di più. Vorrebbe appunto che quando parte in contropiede, riesce a portarli a termine :-) . Se non ci siamo riusciti non credo che sia stato per il nostro gioco, ma credo che sia stato fatto proprio  un gioco scientifico: ogni volta che andavamo via in palleggio venivamo sempre atterrati – o da davanti o da di dietro :-) ”.

“È proprio che ogni volta era sistematico. Noi partiamo, cerchiamo di andare in contropiede (…) tu gli riparti :-) giocando a calcio e loro in difficoltà ti buttano giù…insomma questo questo questo… è un gioco sistematico, per cui va punito (e un allenatore che fa simili dichiarazioni, non andrebbe deferito? ndr).

C’è poco da fare, (l’Inter, ndr) è una squadra fisica, tanto di cappello, però, insomma, contro una squadra tecnica che la mette in difficoltà bisogna che l’arbitro debba privilegiare :-) :-) chi cerca di giocare a calcio”.

Comprensibile l’imbarazzo di Massimo Mauro e dello studio Sky, stando ai cui dati, l’Inter avrebbe effettivamente commesso il doppio dei falli della Roma (26 contro 13). È stata una brutta Inter, siamo d’accordo. L’ha ammesso in tutta onestà lo stesso Mourinho. Un Mourinho impeccabile, quello che ha parlato ieri sera nel dopopartita Sky. Un Mourinho che, a onor del vero, questa volta mi è piaciuto: per la pacatezza con cui si è espresso, per l’onestà nell’analisi sulla deludente prestazione dei suoi uomini… Non da ultimo, per il modo sincero e immediato con cui ha affrontato il discorso su Balotelli.

Eppure, Ranieri ha trovato ugualmente da ridire: “Lui (Mourinho, ndr) è grandioso; lui è grandioso perché la gira e la rivolta e c’ha sempre ragione.” Dulcis in fundo: “E mi sorprende che Mourinho si lamenti dell’arbitro. Eh, veramente, non c’è più religione…”.

Ranieri ce ne ha dato dimostrazione.

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Le parole di Fabio Caressa prima di Dinamo Kiev-Inter

Pubblicato da ladycalcio su Sabato, Novembre 7, 2009

Alcuni lettori mi hanno scritto chiedendomi se fosse possibile  riproporre le parole pronunciate da Fabio Caressa in apertura della telecronaca diretta Dinamo Kiev-Inter su Sky, ritenendole  cariche di significato e di buon auspicio.

Volentieri ve le ripropongo, poiché effettivamente suggestive:

“Arriva il buio. Mamma, ho paura! Il lumino non basta. L’armadio scricchiola. Mamma, ho paura!

L’uomo nero può anche essere biondo. Può aver segnato 14 goal, ma arriva sempre la notte in cui si vincono i demoni in sogno. Li scacci con la pistola da cowboy, la spada di Zorro, la bacchetta di una fata.

Quella è la notte in cui si comincia a crescere. Mamma, stasera non si può avere paura”.

(Fabio Caressa su Sky, 4 novembre 2009)

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Pazza Inter disperata passa a Kiev

Pubblicato da ladycalcio su Giovedì, Novembre 5, 2009

Che Angelo Moratti da lassù ci abbia messo una mano? Avrebbe compiuto 100 anni oggi, il Presidentissimo della “grande Inter”. Uno che di coppe se ne intendeva…  Sta di fatto che in occasione del suo 100° compleanno, la sua Inter ha la meglio sul virus H1N1 e sul virus Champions, spezza l’incantesimo dell’anno in bianco di vittorie europee e passa a Kiev.

È la pazza Inter dai mille volti e, ahimè, dai mille moduli, cambi di rotta e cambi in corsa:  la pazza Inter che “manda allo sbaraglio” gli infortunati nel gelo ucraino, che pressa e arriva in area di rigore ma non sfonda, che va in svantaggio, sbanda, soffre e fa soffrire, che spende molto e sbaglia troppo…  “Sta divorando l’impossibile, l’Inter, esclama Fabio Caressa nel 2° tempo su Sky: Eto’o, poi il palo di Samuel, il diagonale rasoterra di Balotelli, poi ancora Eto’o di testa, e nuovamente Eto’o al 33° …

Ma è anche la pazza Inter di un secondo tempo in formidabile rimonta, benché costellato di errori, delle tre punte all’arrembaggio, del gigantesco Lucio, del carro armato Maicon… la pazza Inter del coraggio e del cuore, della maledizione spezzata, dell’ennesimo fantastico uno-due dei suoi gioielli Milito e Sneijder, di un goal rocambolesco con il quale – così ci piace immaginare – una mano invisibile ha ricompensato undici e più esausti uomini, che avevano dato l’anima, di tante sterili fatiche. Un goal che proietta la squadra di Mourinho dalla disperazione più nera al primo posto nel girone, a dimostrazione di quanto i valori del calcio siano aleatori e legati a un filo.

Un goal che può cambiare una stagione e un match improntato al dualismo anche nell’interpretazione.  Vista con il cuore o tecnicamente, infatti la partita dei dualismi si ribalta nei valori. La vede con il cuore Gianluca Vialli, nei commenti del postpartita su Sky: Mourinho è stato bravissimo perché ha capito che a un certo punto della partita non era più il caso di concentrarsi su moduli e tattica. Bisognava soltanto togliere le briglie a questa squadra e farla giocare in maniera, passami il termine, un po’  fanciullesca, con grande coraggio, grandi emozioni, grande cuore. E lì abbiam visto l’Inter più bella, che si è buttata in avanti ed é riuscita, in maniera un po’ rocambolesca ma secondo me meritata, a fare 2 goal e a vincer la partita. Il 2° goal dell’Inter potrebbe veramente aver dato quella svolta, che da qualche tempo noi stavamo già aspettando, di un’Inter grande anche in Europa”.

Ma attenzione: non sempre con il cuore si vince. E neppure con la forza della disperazione. Soprattutto, nel calcio, non sempre una mano provvidenziale ti viene in soccorso, graziandoti, in tre splendidi minuti, da un’eliminazione pressoché certa, frutto di tanti – troppi – precedenti errori.  Sforziamoci dunque di vederla con occhi più distaccati, al di là dell’euforia come del disfattismo. Se davvero l’Inter vuole crescere, sia sì soddisfatta dei miglioramenti conseguiti, ma si mantenga lucida nell’analisi e non permetta che l’esaltazione del momento passi un pericoloso colpo di spugna sulle sue arcinote pecche tecnico-tattiche e sui voli pindarici di Mourinho in fatto di moduli e uomini. Come dimostrato, i valori del calcio sono aleatori e legati a un filo, che per grazia ieri sera non si è spezzato ai troppi rischi presi dai nerazzurri, né agli sbandamenti da brivido di quell’assurda difesa a 3 azzardata da Mou nel finale di gara, e neppure sugli interventi duri di Stankovic (a sua volta  graziato due volte all’arbitro per falli di gioco), sulle ammonizioni dei due centrali difensivi o in conseguenza alle marziane guarigioni-lampo di giocatori che – si diceva – non sarebbero neppure partiti per Kiev… Aspetti che prima o poi  presentano il conto.

In questo day-after, la soddisfazione è comunque più che legittima. Inconfutabile è l’aspetto psicologico, che ha visto finalmente l’Inter sbloccarsi in coppa. I nerazzurri ripartiranno il prossimo 24 novembre a Barcellona, forti di 6 punti nel girone e di un ritrovato coraggio…

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Inter-Palermo: vincitori e perdenti

Pubblicato da ladycalcio su Sabato, Ottobre 31, 2009

Il Vincitore morale di Inter-Palermo (5-3) è  Walter Zenga, accolto trionfalmente dalla “sua” Curva Nord e da tutto il pubblico dello Stadio Meazza. Walterone è nel contempo l’idolo della tifoseria nerazzurra, il vecchio amico e il futuro destinatario della panchina dell’Inter, a cui dà appuntamento a dopo l’esperienza palermitana in una sorta di scaltra autopromozione. Anche se non da vincitore, Zenga esce vincente da San Siro per lo spirito combattivo e la grinta inculcata nel suo Palermo, in grado di reagire al poker di goal subito nel primo tempo  e di segnare 3 reti in 19 minuti in casa dei Campioni d’Italia. Spigliato in conferenza stampa, grintoso e carismatico, l’indimenticabile Walterone ha un posto di diritto nel cuore di ogni interista.

La vincitrice sul campo è l’Inter, che dopo prorompenti sprazzi di gioco alternati ad altrettanti di pazzia (“Credo che abbiamo fatto ricordare la canzone Pazza Inter”, dichiarerà Javier Zanetti), ne esce con tre punti all’attivo e si stacca dalle inseguitrici. Purtroppo, i nerazzurri sono anche quelli del blackout del 2° tempo perso per 3-1, quelli “a corrente alternata” che oggi dilagano in campionato e un paio di giorni dopo  si bloccano in Europa. Dove mercoledì li attende la Dinamo Kiev

Vince anche il pubblico. Chi ha deciso di spendere i soldi per il biglietto e di recarsi allo stadio in una serata infrasettimanale, viene ripagato da 8 goal.

Perdenti sportivi sono il nostro campionato e, più in generale il calcio italiano, non più in grado di offrire alcuna alternativa allo strapotere dell’Inter. Alla Beneamata, la mancanza di avversarie all’altezza costa carissima in Europa, data l’assenza di validi parametri tecnici e fisico-atletici con cui confrontarsi.

Perdente un po’ meno sportivo è il Presidente del Palermo Zamparini, che non perde l’occasione per polemizzare e recriminare.

Il perdente la faccia è lo staff medico dell’Inter, che spedisce in campo febbricitante il 19enne Balotelli , previa  somministrazione di un farmaco a base di paracetamolo (un principio attivo con effetto antipiretico ed analgesico).  All’inizio del 2° tempo, Supermario si accascia, accusando i sintomi di una crisi allergica. A fine gara, ai microfoni di Sky, Mourinho parla di “temperatura altissima”.

Il fatto mi sembra doppiamente grave. Stando alle parole del mister, mi meraviglio innanzitutto che il ragazzo sia stato fatto giocare in presenza di uno stato febbrile significativo, con tutti i rischi del caso, primi fra tutti quelli legati al ritmo cardiaco e al meccanismo di termoregolazione.

Teniamo presente che la temperatura interna dell’organismo sale già fisiologicamente durante l’attività fisica. Questo, per favorire le reazioni biochimiche che facilitano il lavoro muscolare, la vasodilatazione (volta a migliorare l’apporto d’ossigeno ai muscoli) ed altri importanti parametri muscolari e cardiovascolari. Correre con la febbre significa indurre nell’organismo un “doppio rialzo termico”, che rischia di mandare in tilt il meccanismo di termoregolazione e – nei casi più gravi – di sfasare il ritmo cardiaco. Il cuore, già stressato dall’accelerazione dei battiti indotta dalla febbre, viene sottoposto allo sforzo della corsa, che induce a sua volta un forte aumento della frequenza cardiaca. Doppiamente stressato, il muscolo cardiaco è altresì costretto al grosso sforzo di dover pompare quantità maggiorate di sangue dai muscoli alla pelle, per favorire l’eliminazione del calore attraverso essa e scongiurare il surriscaldamento dell’organismo. L’eccessivo aumento della temperatura corporea implica ovviamente dei rischi, soprattutto a livello cardiaco e del sistema nervoso.  Senza contare il rischio di infortunio a cui viene esposto l’atleta, altamente maggiorato in dette condizioni.

In secondo luogo, mi domando se il farmaco somministrato a Balotelli  immediatamente prima della gara non fosse mai stato sperimentato in precedenza sull’atleta (omissione imperdonabile, nella gestione di un professionista!) o se perlomeno non fossero state accertate eventuali allergie del giocatore nei confronti di quel principio attivo. Il povero Supermario, visibilmente allarmato, aveva già mostrato le mani alla panchina. Nessuno aveva intuito uno dei sintomi più significativi della reazione allergica?

Intervistato da Sky, il medico dell’Inter, Prof. Franco Combi, parla di “reazione pruriginosa al farmaco”, impiegato per abbassare uno “stato febbrile leggero”  (!?).  Per Mourinho, la temperatura era “altissima”.

Giunge l’infortunio al piede per Eto’o. Il Prof. Combi a fine gara su Sky:Eto’o ha avuto un risveglio di dolore al piede (meno male, non un risentimento :-) !), però sta bene, non c’è problema”. “Nessun problema in vista Champions?” gli viene domandato.  Combi fa il brillante: “No, neanche adesso non ce l’ha”.

Eto’o poco dopo ai microfoni di Sky alla domanda “come stai?”: “Con mucho dolor”. Ma il pompiere-capo…, pardon, il responsabile dell’area medica nerazzurra,  è sicuro di recuperarlo per domenica contro il Livorno. Del resto, da un luminare che risolve una sindrome compartimentale acuta :-) con un’incisione di soli 2 cm :-) , ci si può aspettare qualsiasi miracolo.

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Mourinho e i giocatori con l’”amico giornalista”

Pubblicato da ladycalcio su Mercoledì, Ottobre 28, 2009

Cito dall’odierna conferenza stampa di José Mourinho, che alla vigilia di Inter-Palermo ha approfondito il suo concetto di turnover:

“Ovviamente, quando un Cordoba ti risponde in campo come ha risposto, un Vieira ti risponde in campo come ha risposto, l’allenatore, dopo, fa anche fatica a decidere se loro sono titolari o se loro entrano nel turnover. In questo momento, dopo, il giocatore ti crea un problema bellissimo, ti crea un problema che tu vuoi veramente avere (…)”.

“E per questa ragione, ovviamente, in una di queste due partite, Cordoba giocherà di nuovo: o gioca domani, o gioca con il Livorno… e Patrick lo stesso, o gioca domani di nuovo, o giocherà col Livorno… perché questa è la pressione che mi piace che un giocatore mi faccia. A me, quando un giocatore va al mio ufficio …knock knock knock (bussa alla porta, ndr.)… ‘io non sono soddisfatto, io voglio giocare, io devo giocare di più’… o quando chiede a un amico giornalista: ‘Scrivi qualcosa di me, scrivi che io devo giocare di più’ o ‘io ti dico la squadra che gioca domani ma tu scrivi qualcosa di positivo su di me’… questo non mi piace….”. “ A me piace veramente che un giocatore in campo dica all’allenatore: ‘io voglio giocare’ e dimostri per che ragione vuole giocare”.

A chi si riferiva? Mou ha detto il peccato ma non il peccatore… Ciascuno scorra la lista dei convocati per Inter-Palermo, le ultime formazioni nerazzurre scese in campo e il minutaggio di ciascun giocatore. Poi, si faccia liberamente la sua idea…

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Inter militodipendente?

Pubblicato da ladycalcio su Lunedì, Ottobre 26, 2009

Squadre schierateTabellone 2-1

Sabato sera, a San Siro, mi aspettavo qualche festeggiamento a Javier Zanetti. Giunto alla sua 476^ presenza in campionato in nerazzurro, il Capitano ha eguagliato nientemeno che Giacinto Facchetti. Invece, niente premiazioni né coreografie. Soltanto l’ennesima fascetta commemorativa…

Mi aspettavo di più anche dalla partita, quanto mai deludente sul piano del gioco e decisa dagli errori dei rispettivi portieri: lo svarione di Campagnolo sull’1-0 di Muntari e il pasticcio di Julio Cesar nel finale, terminato con l’atterramento di Plasmati e il rigore trasformato da Mascara. Sarà un influsso del momento. Prima Dida in Real-Milan, poi i numeri di Hans-Jörg Butt in Bordeaux-Bayern, con un calcio di rigore provocato e due parati dall’estremo difensore dei tedeschi.  Speriamo che il bacillo non contagi anche Giulietto Cesar, il mio personalissimo “Pallone d’Oro”!

Tornando ad Inter-Catania, osservo mestamente la Beneamata dagli spalti, domandandomi come possa essere la stessa squadra dei 5 goal al Genoa. È irriconoscibile. Non ha un gioco. D’accordo, mancano uomini importanti come Milito e Motta e in più, Mourinho ha attuato il turnover. Ma la causa del non gioco non può essere quella.  Come attaccarsi a questa scusa in presenza del mastodontico organico da doppia rosa voluto da Mourinho?

Continuo ad osservare, concentrandomi sui singoli dettagli tecnici di cui si riempiono la bocca  giornalisti e commentatori:  la squadra è carente nella propulsione sulle fasce? È troppo lunga o troppo corta?  Difetta nelle ripartenze? Oppure è un problema di linee, di schemi o di quant’altro si voglia?

Non voglio esagerare, ma in questa serata sarebbe più facile dire cosa funziona: pochissimo. Per di più, contro un avversario di caratura decisamente modesta. Riassumiamola senza tanti fronzoli: l’Inter è lenta, macchinosa, senza idee. Non corre, non verticalizza, non crea movimento senza palla. Ci risiamo con i passaggi indietro, con la manovra che non avanza, con i giocatori fermi sulle gambe che non corrono. Mancano gli spunti e le idee.  Emerge ancora una volta Sneijder, che lotta su ogni pallone, si divincola fra gli avversari ed esibisce la sua prodigiosa “castagna”, che salva ancora una volta il risultato. Purtroppo, il suo infortunio muscolare (che lo renderà indisponibile per Kiev) rappresenta una grossa tegola per l’Inter.

Certo, con Milito era tutt’altra musica. Ma allora dobbiamo dedurre che il gioco dei nerazzurri sia affidato agli spunti, all’estro ed alla fantasia individuale? Ci rendiamo conto che ciò significherebbe un grosso pericolo in caso di defezione del singolo, oltre che il fallimento totale di chi siede sulla panchina?

Né mi è piaciuto Balotelli. Reduce dal pubblico rimprovero da parte del suo tecnico, Supermario avrebbe probabilmente desiderato rifarsi segnando un goal. Peccato che in certi casi il pallone sia meglio passarlo al compagno meglio piazzato, come il n° 45 nerazzurro avrebbe dovuto fare in più occasioni…

Ladycalcio si rifà della serata insipida gustandosi delle ottime lasagne e dei profiterol da sogno sotto la tribuna rossa.

Intanto, mentre domenica pomeriggio Telelombardia manda in onda un’esilarante antologia delle papere storiche di Dida, l’Inter si avvicina al delicatissimo scontro di Kiev, per affrontare il quale servono testa lucida e gambe scattanti. Eppure, anziché ripulire immediatamente i muscoli dei suoi uomini dall’acido lattico della partita con una seduta domenicale mattutina defaticante (come comanderebbero le più elementari regole della programmazione agonistica), Mr. Mourinho concede loro l’ennesimo giorno di riposo a casa.

Riposano così anche le tossine. Nei muscoli dei suoi gladiatori.

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Inter-Dinamo Kiev 2-2: nerazzurri in Purgatorio

Pubblicato da ladycalcio su Mercoledì, Ottobre 21, 2009

Non è l’Inferno, perché la competizione continua aperta per noi”, ha dichiarato ieri sera José Mourinho dopo il pareggio interno contro la Dinamo Kiev. La sua Inter, tuttavia, ultima nel girone con soli 3 punti in 3 partite, si trova sicuramente in Purgatorio. In campo europeo, ahimè, è il solito copione annunciato: dopo aver schiacciato sotto i cingoli gli avversari di campionato, in Champions League i nerazzurri ricadono nella mediocrità. Riecco la squadra senza personalità, titubante e sprecona,  i cambi di modulo in corsa del mister, la pioggia di cartellini gialli, e via discorrendo.

Potremmo riassumere così  lo spettacolo sempre uguale che si presenta ai nostri occhi in occasione degli incontri internazionali dei nerazzurri, ma quali le cause, una volta per tutte? Gli opinionisti televisivi e della carta stampata si sbizzarriscono in analisi tecniche su moduli, possesso palla, palle inattive, ripartenze,  squadre lunghe/corte e chi più ne ha più ne metta, senza mai porsi degli interrogativi sulla preparazione atletica dettata da Mourinho e senza mai sottolineare l’aspetto che per primo dovrebbe saltare all’occhio: l’evidente inferiorità dell’Inter sul piano fisico-atletico rispetto alle avversarie europee.

I giocatori di Mourinho vengono regolarmente sopravanzati nella corsa, preceduti sui palloni, negli agganci di prima, nelle ripartenze, ecc. Finiscono così per ritrovarsi stanchi e in affanno anche sui palloni decisivi.  Da qui la ridda di occasioni mancate e di errori sotto porta a cui ci tocca assistere ad ogni loro incontro di Champions League. A mio avviso, questa inferiorità deriva appunto da grossi deficit nella preparazione atletica. In primis, da evidenti carenze nella corsa, elemento base imprescindibile su cui costruire la resistenza e la potenza aerobica dell’atleta . Ripensate alle ultime partite: non importa con quale modulo si giochi, né che l’antagonista si chiami Dinamo Kiev piuttosto che Rubin Kazan: i nerazzurri sono sempre più lenti degli avversari e meno forti fisicamente, perdono i duelli in corsa e appaiono storditi dalla loro velocità e dai loro cambi di ritmo.

Vi sono naturalmente delle eccezioni individuali come Capitan Zanetti (che infatti svolge intelligentemente una preparazione personale aggiuntiva), il superdotato gigante Maicon e un Deki Stankovic in stato di grazia. Ma non per nulla, questi giocatori colpiscono immediatamente l’occhio dell’osservatore e si stagliano sui compagni.

Partendo da questo presupposto, se è vero che la sicurezza con cui si affrontano gli avversari deriva innanzitutto dalla consapevolezza della propria preparazione e dei propri mezzi fisici, non ha neppure senso parlare di fattore psicologico. Il resto è cronaca: la Dinamo che rischia di andare in rete già al 3’ e che ci riesce comunque al 5’;  la superiorità di Yarmolenko sulla fascia sinistra, che mette più volte a rischio la difesa interista; l’Inter che riesce a rimontare due volte lo svantaggio con due splendide reti (il lungo pallone beffardo di Stankovic e l’incornata rabbiosa di Samuel); i goal mangiati da Suazo e dall’acciaccato Eto’o (non era Mourinho quello che convocava soltanto giocatori al 100%?); il maldestro autogoal di Lucio; i soliti cambi di modulo durante la partita, a testimonianza delle incertezze tattiche di Mou; l’arbitraggio sfavorevole da parte del Sig. Atkinson; la pioggia di gialli per  Maicon (ora in diffida), Chivu e Stankovic, che rischia di costare cara nei prossimi incontri; Materazzi centravanti aggiunto dal 40’ del 2° tempo (mister, doveva aspettare ancora un po’…) per mancanza di punte (la spiegazione di Mourinho: “Quando tu non puoi andare con cane, vai con gatto”). Chissà come sarà contento Matrix della definizione…

Con tutto ciò, non tutto quello che l’Inter ha messo in mostra è da buttare. Anzi. I nerazzurri si trovano finalmente meglio nei passaggi, stanno assimilando gli schemi, deliziano il pubblico di San Siro con i preziosi assoli di Sneijder e i virtuosismi di Eto’o, come lo splendido stop di petto con assist di prima sul finire del primo tempo. Ma purtroppo per loro, i valori europei sono diversi da quelli del nostro campionato.

In calcio, di Paradiso a Inferno la distanza è molto molto corta”, ha sentenziato Mourinho. Nulla di più vero. Quella di ieri avrebbe potuto essere una vittoria (se solo Suazo non avesse mancato un goal già fatto sotto porta) o una sconfitta (se l’ottimo Sheva non avesse fatto altrettanto sul fronte opposto).

Intanto, mentre è discutibile se la sconfitta interna del Barcellona con il Kazan abbia migliorato o peggiorato la posizione della Beneamata, il bilancio dell’Inter europea di Mourinho è un dato di fatto: 2 soli  successi, 6 pareggi e 3 sconfitte, con le ultime 8 partite senza vittorie. L’ultimo successo dei nerazzurri in Champions League risale esattamente a un anno fa:  Inter-Anorthosis 1-0, del 22 ottobre 2008.

Ricordo che Mourinho percepisce un milione di euro al mese per riportare l’Inter sul tetto d’Europa. Non sarebbe ora che rendesse conto del suo operato? Sempre più insicuro e scuro in volto, il mister, la cui permanenza sulla panchina dell’Inter mi appare sempre più transitoria, ha dichiarato che della sua Intermi piace l’atteggiamento, il coraggio, lo sforzo…”. Ma tutto questo non basta. Come non basta, a mio avviso, la preparazione fisico-atletica dei suoi uomini, che cominciano a pagare lo scotto delle doppie giornate libere copiosamente elargite loro dal mister con ritmo pressoché settimanale e la penuria di doppi turni giornalieri d’allenamento. Chiedo scusa, ma tre sedute settimanali  di training di neppure mezza mattina/pomeriggio mi fanno pensare ad un programma amatoriale…

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